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CAROVITA | Quando la guerra te la servono a mensa. E il peggio potrebbe ancora venire

Aumentano i costi del cibo, dell’energia e dei trasporti. L’allarme raccontato da Reuters arriva fino alle proteste degli autotrasportatori italiani: dal campo al supermercato, il carburante tiene sotto pressione tutta la filiera.


Muhamad Yasin lavora come parcheggiatore a Giacarta e ha cominciato a ridurre i pasti. Il suo racconto apre il servizio di Reuters sul rischio di una nuova accelerazione dei prezzi alimentari, con conseguenze che potrebbero protrarsi nel 2027. Guerre, difficoltà nei trasporti e siccità associata a El Niño comprimono l’offerta e aumentano i costi. Il grano è rincarato di oltre il 30 per cento nel 2026; in Egitto il pane non sovvenzionato costa un quarto in più. A subire maggiormente gli aumenti sono le famiglie che destinano al cibo una parte più consistente del proprio reddito.

È da quel pasto ridotto che conviene guardare l’economia di guerra. Dalle rinunce quotidiane di chi continua a lavorare senza riuscire a garantirsi quello che prima poteva permettersi. La distanza dai bombardamenti protegge dalle esplosioni, molto meno dalle loro conseguenze economiche.

L’Italia è già dentro questa catena. Nel Mezzogiorno il caro gasolio ha alimentato proteste degli autotrasportatori, presidi e blocchi. Già  dal 16 ottobre l’Ansa documentava disagi in diverse regioni e la chiusura temporanea dell’uscita di Nola sull’autostrada Caserta-Salerno. Alla mobilitazione si sono aggiunte le difficoltà nella distribuzione dei carburanti, aggravate nei giorni precedenti dal blocco della raffineria di Taranto durante la protesta dell’ex Ilva.

Secondo il Comitato trasporto siciliano, un pieno di un camion costa circa novecento euro. Pesano anche i collegamenti marittimi: portare una merce fuori dall’isola significa sostenere costi che si accumulano prima ancora di raggiungere il mercato. Federconsumatori Sicilia ha avvertito che una mobilitazione prolungata potrebbe ripercuotersi sulle forniture dei supermercati.

La filiera alimentare ha già segnalato difficoltà concrete. Il pastificio Rummo ha denunciato che i blocchi in Puglia ostacolano il trasporto della semola di grano duro dai molini allo stabilimento di Benevento, mettendo a rischio la continuità produttiva. È un esempio di quanto poco basti per trasferire una crisi del trasporto dentro una fabbrica alimentare.

Il gasolio attraversa il nostro pranzo molto prima che venga servito. Muove i trattori, i pescherecci, i camion. Il suo rincaro mette sotto pressione chi produce e chi trasporta, mentre la possibilità di trasferire i maggiori costi lungo la filiera dipende dalla forza contrattuale di ciascuno. In fondo arriva il consumatore, con un salario o una pensione che devono bastare anche per l’affitto, le bollette e le cure.

Per questo contrapporre gli autotrasportatori esasperati alle famiglie preoccupate per la spesa sarebbe una scorciatoia politica. Il conflitto attraversa una filiera nella quale lavoratori, piccole imprese e consumatori hanno margini molto diversi per difendersi. Intervenire sui costi e sui redditi serve anche a impedire che la crisi venga scaricata da un anello all’altro, fino a quello più debole.

La tutela del potere d’acquisto comincia anche dalle scelte internazionali. Fermare le guerre, proteggere le produzioni dalla crisi climatica e ridurre la dipendenza dai combustibili fossili significa occuparsi della possibilità di mangiare, lavorare e vivere. Intanto Yasin riduce i pasti. La sua rinuncia dovrebbe pesare nelle decisioni dei governi almeno quanto pesano le richieste dell’industria militare.

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