Ci scandalizzano i ragazzi che spaccano tutto. Molto meno il mondo che abbiamo costruito e che pretendiamo imparino a rispettare. Una lettura di Christopher Lasch per cercare fuori dalle tifoserie.
In tempi di grande crisi verrebbe facile cercare un posto in una delle tante file già ordinate: quelle nelle quali si ripetono le stesse cose, si riconoscono gli amici dalla parola d’ordine e si individuano i nemici prima ancora di ascoltarli. Preferiamo invece raccogliere un invito alla ricerca. Anche un po’ a casaccio: seguire una lettura, inciampare in un’intuizione vecchia di quarant’anni, vedere se regge alla prova di ciò che abbiamo davanti.
È con questo spirito che torniamo a Christopher Lasch, accompagnati da un saggio di Christian Lorentzen su Jacobin. Senza arruolarlo e senza arruolarci. Cercando qualcosa che ci aiuti a comprendere il presente, compresi i limiti del suo pensiero.
Il timore è di ritrovarci nell’ennesimo giro dei corsi e ricorsi storici. Cambiano gli strumenti, i linguaggi, la velocità con cui possiamo distruggere e raccontare la distruzione. Abbiamo alle spalle conquiste scientifiche, conoscenze, lotte di liberazione. E tuttavia questa eredità sembra offrirci una protezione terribilmente fragile contro la disumanità. Possiamo conoscere sempre meglio il funzionamento delle cose e continuare a comprendere pochissimo dei rapporti fra noi.
Ci sorprendono i ragazzini pieni di rabbia che sfasciano tutto. Le immagini vengono ripetute, ingrandite, commentate. Si cercano le famiglie assenti, gli insegnanti impotenti, le punizioni insufficienti. Intanto i bambini bruciati a Gaza possono diventare una notizia fra le altre. Possiamo guardarli e poi riprendere il discorso sulla civiltà da difendere.
Anche più vicino a noi, la soglia di ciò che accettiamo è impressionante. Cumuli di rifiuti abbandonati per strada. Persone senza casa lasciate morire all’aperto. Territori ricoperti di cemento. Donne picchiate e uccise da uomini che pretendevano di amarle. Un parcheggio trasformato in una contesa, un sorpasso in un’offesa personale.
Sono fatti diversi per gravità, cause e responsabilità. Accostarli serve a osservare quanto spesso la sofferenza altrui e la distruzione dello spazio comune riescano a trovare una giustificazione, oppure semplicemente a scomparire dalla nostra attenzione.
Ci sono poi gesti ai quali la tradizione concede un’immunità quasi automatica. Il pianto di un neonato durante un battesimo può diventare un dettaglio tenero della cerimonia: l’acqua è santa, il rito è riconosciuto, gli adulti sorridono. Portiamo in processione l’immagine di un corpo torturato e crocifisso, affidandole un messaggio d’amore. Possiamo almeno interrogarci su questa familiarità con il dolore, sulla facilità con cui il significato assegnato dagli adulti prende il posto dell’esperienza concreta di chi hanno davanti.
Quanto del nostro giudizio dipende dalla sofferenza stessa e quanto dall’autorità, dall’abitudine, dall’appartenenza che la riveste?
Qui Lasch può esserci utile. Nel passaggio del Sé minimo la società dei consumi alimenta persone fragili e dipendenti, sempre meno fiduciose nella possibilità di comprendere e modificare il mondo. È un’intuizione da mettere alla prova: la continua sollecitazione dell’identità personale può convivere con un’esperienza profonda di impotenza. Ti viene chiesto di scegliere continuamente, mentre sulle condizioni essenziali della tua vita riesci a decidere pochissimo.
La rabbia , se non hai strumenti offerti da una nascita decente in un contesto sano, può crescere dentro questa distanza. E può essere indirizzata verso chi è più vicino, più debole, più esposto. Qualcuno offre un bersaglio, un’appartenenza, il permesso di odiare. Il potere che organizza quella vita resta fuori dall’inquadratura.
Nella ricostruzione di Lorentzen, Lasch individua nella fedeltà al capitalismo il limite della destra. Si può denunciare la decadenza, invocare il ritorno all’ordine e alla religione, promettere protezione contro un mondo diventato incomprensibile. La competizione economica e i rapporti di potere che la sostengono restano al loro posto. La tradizione deve disciplinare le persone; il mercato può continuare a trasformare tutto.
Possiamo riconoscervi una contraddizione: si difende la famiglia evitando di discutere il lavoro che le sottrae tempo, la precarietà che impedisce di costruirla, il costo della casa che la tiene sotto ricatto. Si celebra la comunità e si accetta una competizione nella quale ciascuno deve arrangiarsi. Quando il malessere cresce, gli si offre un nemico culturale. La rivolta contro le élite può così risparmiare chi possiede la ricchezza e decide come impiegarla.
A sinistra il problema prende un’altra forma. Lorentzen ricostruisce il percorso di Lasch: l’opposizione alla guerra del Vietnam, l’interesse per il movimento studentesco, poi la critica al ritorno di vecchi difetti. Settarismo, ossessione per la purezza ideologica, rappresentazione sentimentale degli emarginati.
Il punto merita attenzione. Riconoscere un’ingiustizia non basta a comprenderne le cause; stare dalla parte di chi la subisce non fornisce automaticamente un pensiero capace di trasformarla. La condizione sociale di una persona non ci consegna una conoscenza già pronta delle sue esigenze, delle sue paure, delle sue scelte. Se ci aspettiamo che lo sfruttamento produca da solo coscienza e solidarietà, ogni voto alla destra diventa un tradimento inspiegabile. E il rimprovero prende il posto della ricerca.
Fin qui lo stimolo di Lasch. Il problema che vogliamo porre riguarda anche le idee con cui pretendiamo di comprendere gli esseri umani. Anche qui abbiamo i santini.
Lombroso, Freud, Lacan, Basaglia: storie, teorie e responsabilità profondamente diverse, da esaminare ciascuna nel merito. Il problema comune riguarda il nostro rapporto con le autorità culturali: quanto delle loro elaborazioni viene verificato e quanto sopravvive come abitudine, prestigio, linguaggio automatico?
Di Lombroso va interrogata anche la persistenza dello sguardo che cerca nel corpo il destino della persona. Di Freud e Lacan bisogna poter discutere le concezioni dell’inconscio per loro inconoscibile, del desiderio (il sogno?), della sessualità e della realtà psichica senza che l’appartenenza a una scuola sostituisca l’argomentazione. Di Basaglia possiamo riconoscere la portata della battaglia contro il manicomio e continuare a chiedere quale conoscenza della malattia mentale, quale cura e quali servizi siano necessari. Una conquista di libertà non risolve da sola il problema della conoscenza. Celebrarla non ci esonera dal proseguire la ricerca.
Lo stesso rigore serve quando LGBTQIA+ viene elevata a formula capace di spiegare complessivamente identità e sessualità. Sotto quella sigla convivono esperienze, condizioni e rivendicazioni differenti: raccoglierle non significa averle comprese. La difesa dell’uguaglianza e della libertà delle persone è un impegno preciso; la validità delle categorie con cui ne interpretiamo l’esperienza resta materia di ricerca. La critica deve riguardare le spiegazioni e le loro pretese, senza trasformare le persone in un bersaglio. Ma senza neanche negare una specifica identità alle donne.
Il mito comincia quando una costruzione culturale viene sottratta alla discussione. Una citazione prende il posto di una spiegazione, una sigla conclude il ragionamento, l’appartenenza decide in anticipo che cosa sia possibile domandare. Una sinistra che vuole trasformare i rapporti umani deve poter discutere anche le idee che considera proprie. Altrimenti cambia il santino, ma resta la devozione.
Vale anche per Lasch. Quando cerca riparo nelle consolazioni religiose e nelle virtù delle comunità tradizionali, rischia di restituire autorità a rapporti che meritano di essere interrogati. Il passato contiene anche obbedienza, sopraffazione, dolore consacrato dall’abitudine. La critica del presente non ci obbliga a riabilitarlo.
E la ricerca di una vita comune deve lasciare spazio all’individualità. Si possono costruire rapporti, solidarietà e azione politica senza chiedere alle persone di annullarsi in un’appartenenza. Nessuno si esaurisce nel lavoro che svolge, nel gruppo al quale aderisce o nella definizione con cui viene riconosciuto.
Resta utile la distinzione di Lasch fra speranza e ottimismo. Il progresso scientifico non garantisce la trasformazione dei rapporti umani. La storia non ci porta automaticamente verso il meglio. È proprio questa assenza di garanzie a rendere necessario cercare: comprendere come la sofferenza diventi indifferenza, il bisogno di rapporto diventi dominio, la rabbia trovi soddisfazione nel colpire qualcuno.
Questo non spiega da solo la violenza dei ragazzi e non cancella la responsabilità di chi aggredisce. Impedisce però agli adulti di cavarsela descrivendo come un’invasione estranea ciò che esplode in mezzo a loro.
Ai ragazzi chiediamo di controllare la rabbia. Il mondo che consegniamo loro pretende invece di essere accettato così com’è.
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