Politica

GIORNALISTI AL PIANO DI SOTTO | Salvini cerca una stampa all’altezza dei suoi ordini

Al congresso della Lega il comandante in capo rivendica la separazione dei cronisti dalla platea. Li chiama servi, poi si lamenta perché non aiutano il partito.


I giornalisti sono servi. Però non lo aiutano. Matteo Salvini riesce a condensare in poche frasi un’idea piuttosto precisa dell’informazione: dovrebbe dare una mano, possibilmente applaudire, comunque non disturbare. Al congresso straordinario della Lega, a Milano, ha risolto anche il problema della distanza dal potere. Un piano sotto.

È stato lui, ha rivendicato, a chiedere che i cronisti fossero sistemati lontano dalla platea. La spiegazione contiene una parola che merita di essere trattenuta: «inquinare». La presenza dei giornalisti viene descritta come qualcosa da cui proteggere militanti e delegati. Persone che ascoltano, osservano, fanno domande: un problema ambientale.

Poi arriva il passaggio decisivo: «la stampa non ci ha mai aiutato». Eccolo, il metro. L’utilità per il partito. Chiama alcuni giornalisti «servi» e subito dopo lamenta la mancanza di un servizio.

Un cronista può sbagliare. Può scrivere una sciocchezza, ricostruire male un episodio, attribuire un significato eccessivo a una frase. Si contesta l’errore, si mostrano i fatti, si pretende una rettifica. Qui, invece, il rimprovero riguarda il mancato aiuto alla Lega. Come se sul tesserino professionale fosse prevista una casella per il partito da sostenere.

L’aspetto più interessante è che Salvini nello stesso intervento richiama la propria iscrizione all’Ordine e scoraggia l’esposizione mediatica delle controversie interne. Interviste, libri e interventi sui social vengono giudicati secondo il vantaggio che portano alla causa leghista.

Il messaggio raggiunge dunque due destinatari. Ai cronisti indica il posto assegnato. Ai dirigenti ricorda quanto sia sgradito parlare fuori dal recinto. Il congresso può raccontarsi attraverso il palco; tutto ciò che sfugge alla regia diventa un favore agli avversari.

Eppure è proprio negli scarti fra il discorso ufficiale e quello che accade in sala che comincia il lavoro giornalistico. Un applauso tiepido, una contestazione, un delegato che dissente, una risposta evitata. Separare i cronisti dalla platea limita la possibilità di osservare questi fatti e raccogliere quelle voci.

Liquidare tutto come una sparata significa perdere il punto. A parlare è un leader politico che esercita responsabilità di governo. Le sue parole propongono una misura della legittimità dell’informazione: quanto serve a chi comanda.

La stampa italiana ha dipendenze, conformismi e cortigiani in abbondanza. Proprio per questo il criterio dovrebbe essere semplice: verificare quello che scrive, chi finanzia le testate, quali interessi condizionano le notizie. Salvini sceglie una scorciatoia: chi lo contraddice diventa sospetto, chi dà voce al dissenso danneggia il partito.

Anche sull’Ucraina, un giornalista in sala avrebbe qualcosa da chiedere. Salvini promette di portare in Consiglio dei ministri lo stop a soldi e armi a Kiev. Non dice che cosa farà se il governo continuerà a mandarli. Contrario dal palco, leale al tavolo dei ministri: finché non chiarisce le conseguenze del suo impegno, la promessa funziona soprattutto come propaganda per i suoi. Ai delegati lascia gli applausi; ai cronisti toccherebbe chiedere come voterà la Lega al prossimo provvedimento. Si capisce perché li preferisca un piano sotto.

Il segretario tiene il palco. I cronisti stanno sotto. Gli manca soltanto che gli portino il pezzo da correggere.



SIAMO VECCHIA STAMPA

Crediamo ancora in un giornalismo che cerca, verifica, disturba e ascolta.


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