Duecentomila nuovi sfollati tra combattimenti e alluvioni. Ma il Sudan non è fuori dalla mappa: è dentro le rotte dell’oro, delle armi, del Mar Rosso e dentro le partnership militari di governi europei che conoscono da tempo le accuse rivolte agli Emirati Arabi Uniti.
Duecentomila persone costrette nuovamente a lasciare casa mentre avanzano i combattimenti e arrivano le alluvioni. È l’allarme lanciato il 19 agosto dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni. Non sono i profughi complessivi di una guerra che dura dall’aprile 2023: sono nuovi sfollati, persone aggiunte ad altre persone, famiglie che spesso avevano già abbandonato una casa e devono ricominciare a scappare.
L’Oim avverte inoltre che la crisi delle rotte del Mar Rosso e dello Stretto di Hormuz minaccia l’arrivo degli aiuti essenziali. È già una fotografia del Sudan: la guerra combattuta sulla terra, l’acqua che sommerge ciò che resta e una crisi geopolitica a centinaia o migliaia di chilometri capace di decidere se un carico di cibo, carburante o medicinali arriverà e a quale prezzo.
È così che il Sudan scompare dalle nostre mappe. Non geograficamente: quasi settecento chilometri di costa sul Mar Rosso, l’Egitto a nord, il Sahel a ovest, il Corno d’Africa a est, il Sud Sudan sotto. Una posizione che interessa moltissimo governi, commerci ed eserciti. A scomparire è il Sudan dalla mappa delle nostre priorità. Ogni tanto ritorna con il numero dei morti, degli affamati o degli sfollati. Poi lo ripieghiamo e lo mettiamo via.
La città dell’acqua
Da più di tre anni le Forze armate sudanesi, Saf, guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan, combattono contro le Forze di supporto rapido, Rsf, del generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti. Erano alleati. Dopo la caduta di Omar al-Bashir nel 2019 hanno condiviso il potere, partecipato alla liquidazione della transizione civile e infine rivolto le armi l’uno contro l’altro. Oggi il Kordofan è uno dei fronti decisivi.
Al-Obeid, capitale del Kordofan settentrionale, spiega la parola «guerra» meglio di molte cartine militari. Gli attacchi hanno colpito energia, carburante, acqua e approvvigionamenti. Il 23 giugno Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Irlanda e Norvegia avvertivano che gli attacchi delle Rsf contro infrastrutture civili stavano tagliando servizi essenziali a oltre mezzo milione di persone, comprese circa duecentomila persone già sfollate.
Per le donne la geopolitica può diventare una tanica. Le testimonianze raccolte dalle Nazioni Unite hanno raccontato il dilemma di chi deve uscire per prendere l’acqua: di giorno il rischio degli attacchi, di notte quello della violenza sessuale. Non è una metafora. È la scelta concreta imposta dalla guerra.
Una guerra piena d’oro
Il Sudan è poverissimo soltanto se guardiamo i sudanesi. Sotto la terra c’è l’oro, e l’oro è uno dei carburanti dell’economia di guerra. Miniere, società commerciali, intermediari e contrabbando permettono di trasformare il controllo del territorio in denaro, il denaro in carburante e armi, le armi in nuovo territorio.
Dubai è da anni uno dei grandi snodi regionali del commercio dell’oro. Le accuse sul ruolo degli Emirati nel conflitto sudanese sono ormai parte del dibattito internazionale e parlamentare. Abu Dhabi nega di fornire armi alle Rsf. Questa negazione va riportata, perché distinguere ciò che sappiamo da ciò che viene contestato non indebolisce l’inchiesta: la rende più difficile da liquidare.
Il problema infatti non è costruire una favola con un esercito buono e uno cattivo. È osservare il sistema internazionale che consente a una guerra di continuare a trovare denaro, tecnologie, combattenti, carburante e mercati.
Gli amici dei generali
Il Sudan viene ancora descritto come una guerra civile africana. È una definizione insufficiente. Attorno ai due schieramenti si muovono potenze regionali e reti economiche differenti. Le accuse rivolte agli Emirati per il sostegno alle Rsf sono state ripetute da organizzazioni per i diritti umani, parlamentari e osservatori internazionali; Abu Dhabi le respinge. Altri attori esterni hanno sostenuto o sono stati accusati di sostenere l’esercito regolare.
Più il conflitto viene internazionalizzato, più ogni generale può trovare qualcuno disposto a vendergli un’arma, finanziare un intermediario, addestrare uomini o comprare ciò che controlla. E più diventa difficile costruire la pace, perché sul tavolo non siedono soltanto i sudanesi.

Londra paga due volte
Il caso britannico mostra il cortocircuito europeo. Londra finanzia gli aiuti per il Sudan e dichiara di voler proteggere la popolazione civile. Allo stesso tempo continua a mantenere una relazione strategica e militare con gli Emirati Arabi Uniti.
Il tema non è nascosto. È arrivato ripetutamente nel Parlamento britannico. Deputati hanno chiesto di sospendere le esportazioni militari verso gli Emirati alla luce delle accuse sul sostegno alle Rsf. Nel giugno 2026, mentre al-Obeid veniva indicata come sull’orlo di una nuova atrocità, il governo britannico continuava a essere incalzato sulla possibilità di bloccare le vendite. Londra sostiene di avere uno dei sistemi di controllo più rigorosi al mondo e di non fornire armamenti utilizzabili nel conflitto sudanese.
Ma proprio questa è la domanda politica: se un governo ritiene sufficientemente credibile il rischio da riesaminare migliaia di licenze, quanto deve diventare grave il sospetto prima che la prudenza prevalga sull’affare?
Una testimonianza portata nel 2026 davanti alla commissione parlamentare per lo sviluppo internazionale ha inoltre accusato il Foreign Office di avere subito forti pressioni emiratine mentre affrontava informazioni sul sostegno esterno alle Rsf. È una testimonianza, non una sentenza, e come tale va trattata. Ma dice quanto la relazione con Abu Dhabi pesi ormai dentro la discussione britannica sul Sudan.
Così il contribuente britannico rischia di pagare due volte: sostiene una politica che mantiene rapporti militari privilegiati con un partner fortemente contestato per il proprio ruolo regionale e poi finanzia gli aiuti necessari per soccorrere le vittime della guerra.
Il nostro pezzo di guerra
Anche Roma dovrebbe smettere di raccontarsi come semplice spettatrice. Il 12 giugno 2026 è diventata legge la ratifica dell’accordo di cooperazione nel settore della difesa tra Italia ed Emirati Arabi Uniti, firmato dal governo Meloni nel febbraio 2025. L’accordo comprende formazione, cooperazione militare, rapporti industriali e tecnologici. Non è una stretta di mano protocollare.
Il punto non è sostenere che l’Italia armi le Rsf. Non abbiamo questa prova e non la inventiamo. Il punto è che quando l’Italia decide di rafforzare la cooperazione militare con Abu Dhabi, le accuse sul ruolo emiratino nel Sudan non sono una notizia clandestina. Sono già oggetto di rapporti, inchieste e discussioni parlamentari internazionali.
Il 23 giugno, undici giorni dopo la promulgazione della legge italiana, Roma ha aderito con altri governi europei a una dichiarazione che denunciava l’escalation delle Rsf contro al-Obeid e chiedeva la protezione dei civili. È il cortocircuito: invochiamo la pace in Sudan e contemporaneamente approfondiamo la partnership militare con un Paese sul cui ruolo nel conflitto pendono accuse tanto serie da essere discusse nei parlamenti occidentali.
Quanto deve essere lunga la strada tra la fabbrica, l’autorizzazione all’esportazione, il Paese cliente, l’intermediario e il campo di battaglia perché alla fine nessuno sia più responsabile di niente?
L’Italia sa che quelle accuse esistono. Sa che la guerra sudanese è alimentata dall’esterno. E, sapendolo, ha scelto comunque di rafforzare il rapporto militare, industriale e tecnologico con Abu Dhabi.
Non è necessario inventare una pistola italiana nelle mani di un miliziano per porre la questione. La responsabilità politica comincia molto prima dell’ultima mano che preme il grilletto.
Le guerre sporche hanno bisogno di mercati puliti.

Il mare entra nel deserto
Poi c’è il Mar Rosso. Port Sudan è contemporaneamente porto commerciale, principale porta degli aiuti e centro politico dell’area controllata dalle Saf. Davanti alle sue coste passa una delle grandi arterie che collegano Asia, Golfo, Africa orientale, Suez e Mediterraneo.
L’avvertimento dell’Oim sulla chiusura e sulle difficoltà delle rotte del Mar Rosso e di Hormuz non è dunque un’appendice. Una nave costretta a deviare significa più giorni, più carburante, più assicurazione, più denaro. Per un mercato ricco è un costo. Per una popolazione affamata può significare che un carico non arriva.
La grande geopolitica torna così a essere una tanica di carburante, un antibiotico, un sacco di farina.
Poi arriva la pioggia
Come se tutto questo non bastasse, arrivano le alluvioni. La natura non arriva dopo la guerra: entra nella guerra. Colpisce strade già senza manutenzione, insediamenti di sfollati, acquedotti danneggiati, ospedali esausti, comunità senza riserve.
Una piena colpisce tutti, ma non tutti possiedono un tetto. Una malattia può contagiare tutti, ma non tutti hanno un ospedale. La siccità riguarda una regione, ma non tutti devono attraversare un posto di blocco per raggiungere un pozzo.
Combattimenti, inondazioni, fame, epidemie e spostamenti non sono più emergenze separate. Sono diventati parti dello stesso meccanismo.
Quello che non vediamo
Per questo dovremmo smettere di chiamare il Sudan una guerra dimenticata. Il mondo degli affari non lo ha dimenticato affatto. Ne conosce l’oro, i porti, le rotte, i generali e gli alleati.
Vediamo l’oro quando entra nel mercato internazionale ma molto meno la miniera dalla quale è uscito. Vediamo il prezzo dell’energia quando Hormuz o Bab el-Mandeb diventano pericolosi, ma non il camion di aiuti che costa troppo e non parte. Vediamo le alleanze regionali, ma raramente la donna che aspetta il momento meno pericoloso per uscire a prendere l’acqua.
Duecentomila nuovi sfollati sembrano allora un numero. Non lo sono. Sono duecentomila persone alle quali viene chiesto ancora una volta di andarsene: dal combattimento verso l’alluvione, dalla fame verso un campo, da un villaggio senza acqua verso una strada controllata dagli uomini armati.
Il Sudan non è fuori dalla nostra mappa. È dentro le nostre filiere, dentro i nostri accordi, dentro i nostri mercati. A essere lasciati fuori sono i sudanesi.
Non esistono guerre fuori dalla nostra mappa quando armi, denaro e materie prime continuano ad attraversarla. Esistono soltanto esseri umani che abbiamo deciso di non guardare.
Fonti essenziali
Organizzazione internazionale per le migrazioni, 19 agosto 2026
Governo britannico, dichiarazione internazionale su al-Obeid, 23 giugno 2026
House of Commons Library, Sudan e ruolo degli Emirati, giugno 2026
Hansard, dibattito sul Sudan, 25 giugno 2026
Camera dei deputati, ratifica accordo Italia-Emirati nel settore della difesa
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