Il compulsivo deterioramento della condizione femminile in Afghanistan sembra non arrestarsi.
Il 15 agosto 2021, dopo aver preso il controllo del palazzo presidenziale, i portavoce talebani chiarivano che si sarebbero assicurati di proteggere i diritti delle donne e la libertà di stampa. “Le donne saranno molto attive nella società, ma nel rispetto dell’Islam”, dichiarava il leader Zabihullah Mujahid.
Dopo quattro anni, le donne afghane sono ingabbiate nell’ombra e le giornaliste che continuano a lavorare sono decimate.

Decenni di occupazione straniera e guerre incessanti hanno plasmato la memoria collettiva: le immagini dei burqa azzurri che ingabbiano e mimetizzano le donne afghane hanno rimpiazzato i fotogrammi di ragazze sorridenti con capelli cotonati in stile anni ‘70, libri sottobraccio, mini gonne colorate e stivali fino al ginocchio.
Attualmente, la sanità e i media sono gli unici due settori in cui qualche donna può ancora lavorare, ma le giornaliste afghane sono sempre meno. Vengono spesso licenziate attraverso scuse ambigue, o finiscono relegate a impieghi dietro le quinte, specialmente in televisione.
Oggi, l’apartheid di genere che vivono le donne in Afghanistan ha raggiunto il divieto di risata.
Una giornalista rimasta anonima ha raccontato a Rukhshana Media (organizzazione mediatica di sole donne nata dall’idea di Zahra Joya, giornalista afghana attualmente in esilio a Londra) di aver commesso un grande errore. Mentre conversava con un collega durante una pausa nell’orario di lavoro, si è lasciata sfuggire una risata ad alta voce. Un rappresentante talebano lì presente ha rimproverato la donna, minacciandola di prendere seri provvedimenti nel caso in cui fosse successo di nuovo.
La reporter spiega che è proibito ridere durante le registrazioni, anche se i programmi sono indirizzati al pubblico femminile. Chiaramente, nessuna donna può condurre programmi destinati agli uomini. È consentito sorridere senza farsi vedere, nascondendosi dietro una mascherina chirurgica nera che le presentatrici devono portare. Sono vietati tutti i movimenti che lasciano trasparire qualsiasi forma del corpo, delle mani, della testa.
Ciò che spaventa, spiega la cronista anonima, è la paura di far uscire qualche parola contro il governo.
Le donne afghane non sono solo vittime: persistono diverse storie di resistenza e speranza che vale la pena ricordare.
A febbraio il Ministero dell’Informazione e della Cultura aveva sospeso Radio Begum, la stazione radio afghana gestita unicamente da donne nata nel 2021 (prima che i talebani tornassero al potere), accusate di diverse violazioni, tra le quali aver trasmesso dei contenuti non autorizzati ad una rete straniera. Dopo diverse richieste, la radio è tornata in onda, grazie all’impegno delle giornaliste nei confronti dei talebani. Tuttavia, non sono emersi altri dettagli sull’accordo.
L’Afghanistan Journalists Center ha dichiarato che il mese scorso le autorità della provincia di Kandahar hanno introdotto restrizioni più dure sui media locali, tra le quali il divieto di trasmissione di voci femminili alla radio, anche per brevi messaggi nei programmi di intrattenimento.
Le vecchie promesse dei talebani di un ritorno moderno non sembrano essere state rispettate. Dal 2024 le donne afghane non possono parlare, cantare o recitare in pubblico, e il governo incrementa sempre di più la sua presa sui media. Eppure, nonostante il rischio, c’è chi continua ancora a lottare.


