Sin dall’inizio del conflitto russo ucraino, i Paesi europei hanno seguito Washington sul piano delle sanzioni, del sostegno militare a Kiev e della retorica politica contro Mosca. La NATO, a trazione statunitense, ha fornito la cornice dentro cui muoversi, e Bruxelles ha tradotto queste scelte in pacchetti di aiuti e restrizioni economiche. Tuttavia, la prospettiva di una Casa Bianca meno propensa a spendere risorse per difendere l’Ucraina ha aperto un fronte di discussione interno all’UE. Cosa fare se gli Stati Uniti si tirano indietro? La risposta che sta emergendo non è quella di un abbassamento dei toni, ma al contrario di un irrigidimento.
Dichiarazioni e mosse concrete vanno in questa direzione, piani comuni di difesa, aumento dei bilanci militari, nuovi fondi per la produzione di armi. Non si tratta più solo di “seguire” Washington, ma di assumersi in prima persona la responsabilità di contrastare la Russia. In alcuni Paesi, questo cambio di passo viene presentato come una presa di coscienza necessaria, senza gli USA, l’Europa deve imparare a difendersi da sola. Il rischio, però, è che questo atteggiamento scivoli verso una vera e propria volontà di guerra.
Le posizioni si stanno radicalizzando, il dibattito interno all’UE lascia sempre meno spazio a voci favorevoli a una trattativa, e il riarmo viene giustificato come “inevitabile”. Così, ciò che era nato come una reazione alla crisi ucraina sta diventando un progetto politico autonomo. Un’Europa che non solo prende posizione a favore di Kyiv, ma si prepara a un confronto diretto e di lungo periodo con Mosca.
Mentre Trump lascia intendere che gli Stati Uniti potrebbero “sganciarsi” dal conflitto, Bruxelles sembra muoversi nella direzione opposta, maggiore impegno, maggiore militarizzazione, maggiore ostilità verso la Russia. Una dinamica che solleva domande inquietanti. L’Europa sta davvero difendendo i propri interessi, o si sta avviando, forse senza rendersene conto, verso un’escalation che nessuno dei suoi cittadini ha mai chiesto?
Il diciannovesimo pacchetto di sanzioni annunciato dalla Commissione Europea il 19 settembre, presentato da Ursula von der Leyen e Kaja Kallas mira a colpire settori chiave dell’economia russa. Divieto totale delle transazioni in criptovalute per i cittadini russi, per chiudere le scappatoie finanziarie, riduzione del price cap sul petrolio russo a 47,6 dollari al barile e sanzioni alle compagnie energetiche Rosneft e Gazpromneft e sanzioni alla “flotta ombra” russa (118 navi aggiuntive) che elude le restrizioni.
Von der Leyen ha sottolineato che i ricavi petroliferi russi in Europa sono diminuiti del 90 per cento in tre anni, e che “l’economia di guerra della Russia sta raggiungendo i suoi limiti”. E’ una teoria che sentiamo espressa dall’inizio dall’emissione del primo pacchetto di misure ormai tre anni or sono e la Russia nel frattempo è sempre la.
La recente presunta violazione dello spazio aereo estone da parte di caccia russi MiG-31 intercettati da F-35 italiani, ha spinto l’Estonia a richiedere consultazioni NATO ai sensi dell’articolo 4. A guardare i tracciati sembrerebbe che l’episodio, peraltro accaduto già in altre occasioni senza che si sia alzato il polverone mediatico che vediamo in questi giorni, sia una normale conseguenza dell’intreccio di linee di confine e di relative acque territoriali particolarmente ingarbugliate in quell’area. Tuttavia, la NATO sta rafforzando la sua presenza nell’Est Europa, con l’Italia che manterrà batterie antiaeree SAMP-T e altri strumenti militari.
Non tutti i paesi europei sono pronti a tagliare completamente i legami con la Russia. Secondo la Commissione Europea, Belgio, Olanda, Francia, Spagna, Portogallo, Grecia, Slovacchia e Ungheria importano ancora gas russo via gasdotto e navi metaniere. Von der Leyen ha esortato a “… chiudere i rubinetti del gas russo”, ma gli interessi economici nazionali rischiano di frenare una linea troppo dura. In ogni caso che sia per interessi economici (tanti) o per lucidità politica (poca) qualche voce contraria si è cominciata a sentire.
Il movimento che in questi giorni sta portando nelle piazze italiane e non solo centinaia di migliaia di persone per fermare il massacro di Gaza farebbe bene a continuare la mobilitazione allargando la protesta contro questa generale spinta alla guerra che sembra ormai inarrestabile. Il tempo è poco ma ancora c’è spazio per una inversione di rotta. Se non ora quando è uno slogan che abbiamo sentito per altre rivendicazioni sarebbe il caso di usarlo contro l’ipotesi, ormai più che possibile, di una chiamata alle armi. E’ ora di agire, se il peggio dovesse accadere non ce lo perdoneremmo mai.




