Un drone russo è arrivato venerdì 4 settembre nel cuore di Kiev e ha colpito la sede centrale dell’Sbu, il servizio di sicurezza ucraino, in via Volodymyrska, davanti alla cattedrale di Santa Sofia. Secondo il presidente Volodymyr Zelensky il bersaglio era l’ufficio del capo dell’agenzia. Almeno cinque persone sono rimaste ferite. Non è un episodio che permette, da solo, di stabilire chi stia vincendo la guerra. Dice però qualcosa sulla pressione crescente esercitata dalla Russia sulle difese aeree ucraine.
Per capire perché quel drone riguarda anche Washington bisogna tornare indietro di trentacinque anni. Dopo la guerra del Golfo del 1991, la Defense Planning Guidance elaborata sotto la supervisione di Paul Wolfowitz stabiliva un principio essenziale della supremazia americana: gli Stati Uniti dovevano possedere forze sufficienti per prevalere contemporaneamente in almeno due grandi crisi regionali. L’obiettivo era impedire che una potenza rivale potesse dominare regioni decisive per risorse, industria o posizione strategica.
Oggi quelle due crisi hanno nomi precisi: Ucraina e Iran. E alle loro spalle ce n’è una terza, probabilmente ancora più importante: la Cina.
DA KIEV A HORMUZ
La guerra ucraina è entrata nel quinto anno e Kiev continua ad avere bisogno di armi, denaro e soprattutto uomini. Kyrylo Budanov, capo dell’Ufficio del presidente, ha detto che per mantenere l’attuale situazione sul fronte l’Ucraina deve mobilitare almeno trentamila persone ogni mese. È una cifra enorme e sarebbe scorretto trasformarla automaticamente nella stima delle perdite ucraine. È però un’indicazione difficilmente equivocabile dell’usura prodotta dalla guerra.
C’è poi il problema delle difese aeree. Patriot e relativi intercettori sono indispensabili per proteggere città e infrastrutture ucraine dai missili balistici russi, ma le scorte occidentali sono sempre più sotto pressione. Secondo un’analisi citata dall’Associated Press, la guerra contro l’Iran avrebbe consumato circa il sessantacinque per cento delle disponibilità statunitensi di intercettori Patriot: circa millecinquecento su una dotazione iniziale stimata in duemilatrecentotrenta. Nel 2026 dovrebbero esserne prodotti circa seicento, mentre l’obiettivo di arrivare a una capacità produttiva di duemila l’anno è fissato soltanto per il 2030.
Qui Ucraina e Hormuz smettono di essere due guerre lontane tra loro. Un Patriot utilizzato in Medio Oriente non può contemporaneamente difendere Kiev. Un cacciatorpediniere impegnato nel Golfo Persico non può trovarsi nel Pacifico. Una linea industriale che deve ricostituire rapidamente migliaia di intercettori non raddoppia la propria produzione perché un presidente firma un ordine.
I dollari si possono trovare. Un missile richiede fabbriche, componenti, personale specializzato, materie prime e tempo.
LA VISITA A MOSCA
È dentro questo quadro che assume un significato particolare il viaggio non annunciato a Mosca del direttore della Cia John Ratcliffe. È stata una visita eccezionale: l’ultimo direttore della Cia conosciuto per essersi recato nella capitale russa era William Burns nel novembre 2021, poche settimane prima dell’invasione dell’Ucraina. Ratcliffe non ha incontrato Vladimir Putin: i colloqui si sono svolti attraverso i vertici dei servizi d’intelligence russi.
Non sappiamo abbastanza per trasformare quella visita nella prova di una resa americana. Sappiamo però che Ratcliffe avrebbe discusso anche della possibilità di rilanciare i negoziati e di un eventuale vertice tra Donald Trump, Putin e Zelensky.
Washington ha dunque contemporaneamente un’Ucraina che chiede altre difese aeree e un Medio Oriente che quelle stesse difese le sta consumando. È questo il problema.
LA GUERRA HA DUE CONTABILITÀ
Per decenni gli Stati Uniti hanno potuto affrontare le proprie guerre contando su una superiorità militare, industriale, finanziaria e tecnologica senza paragoni. Quella superiorità non è scomparsa. Parlare della fine dell’impero americano sarebbe prematuro e soprattutto impedirebbe di vedere il fenomeno più interessante: la superpotenza sta scoprendo che anche le sue risorse hanno un limite.
E quando Washington incontra quel limite, una parte crescente del conto viene trasferita agli alleati.
L’Europa aumenta la spesa militare, amplia gli stabilimenti, ordina munizioni e sistemi d’arma, mentre una quota crescente dell’apparato industriale viene orientata verso la difesa. Ma esiste un’altra contabilità della guerra che raramente compare nelle mappe degli strateghi. È quella che paghiamo noi.
La guerra ha infatti due contabilità. Quella degli Stati misura missili, droni, portaerei e miliardi. Quella delle famiglie si misura alla pompa di benzina, nella bolletta della luce e davanti al carrello della spesa.
Il collegamento non è automatico e sarebbe sbagliato attribuire alle guerre ogni aumento dei prezzi. Il collegamento non è automatico e sarebbe sbagliato attribuire alle guerre ogni aumento dei prezzi. Inflazione, salari, speculazione, crisi climatica, politiche energetiche e struttura dei mercati hanno cause diverse, ma anche precise responsabilità politiche e un denominatore comune: un sistema economico (capitalismo) che continua a scaricare gran parte dei propri costi su chi vive del proprio lavoro. Quando poi entrano contemporaneamente in crisi alcune delle principali rotte energetiche e commerciali del pianeta, le conseguenze si propagano.
Lo Stretto di Hormuz è una delle arterie energetiche fondamentali del mondo. Il Mar Nero è decisivo per cereali, fertilizzanti e prodotti agricoli. Se aumentano i rischi per petroliere e mercantili salgono assicurazioni e noli; se aumenta il prezzo dell’energia cresce il costo dei trasporti e della produzione; se aumentano energia e fertilizzanti cresce il costo dell’agricoltura.
E alla fine qualcuno paga.
Oggi, 4 settembre, la Fao ha comunicato che il suo indice mondiale dei prezzi alimentari è salito in agosto dell’1,9 per cento rispetto a luglio e del 2,5 per cento rispetto a un anno prima. Tra le cause indicate dall’organizzazione delle Nazioni Unite ci sono proprio le tensioni in Medio Oriente, le difficoltà della logistica nel Mar Nero e gli eventi climatici estremi.
Non servono grandi trattati di geopolitica per capire dove termina la catena. Termina alla cassa del supermercato.
IL CONTO EUROPEO
È qui che il declino relativo americano diventa soprattutto un problema europeo.
Gli Stati Uniti restano una potenza economica e militare gigantesca. Possiedono il dollaro, una capacità tecnologica straordinaria, basi militari sparse nel mondo e un sistema di alleanze che Russia e Cina non possiedono. Ma non possono più comportarsi come se uomini, denaro, navi e munizioni fossero infiniti.
La risposta americana è chiedere agli alleati di fare di più. E l’Europa sta facendo esattamente questo: più spesa militare, più produzione di armamenti, più munizioni, più capacità industriale destinata alla difesa.
Resta però una domanda politica che non può essere consegnata ai generali. Se persino la più grande potenza militare occidentale scopre quanto sia difficile sostenere contemporaneamente guerre e crisi in Ucraina, Medio Oriente e Indo-Pacifico, siamo sicuri che la risposta più intelligente dell’Europa sia semplicemente costruire abbastanza armi da consentire che quelle guerre possano continuare più a lungo?
A Kiev intanto un drone russo è riuscito ad arrivare fino alla sede dei servizi di sicurezza ucraini. A migliaia di chilometri di distanza gli intercettori americani vengono consumati per difendere uomini e basi nel conflitto con l’Iran.
E tra Kiev e Hormuz ci siamo anche noi. Con una bolletta da pagare, un pieno da fare e un carrello della spesa che, della geopolitica, conosce soprattutto il prezzo.
FONTI
Reuters, 4 settembre 2026 – attacco russo alla sede centrale Sbu a Kiev.
Kyiv Independent – dichiarazioni di Kyrylo Budanov sulla mobilitazione ucraina.
Associated Press / Washington Post – disponibilità e produzione degli intercettori Patriot.
Washington Post / Axios – visita del direttore Cia John Ratcliffe a Mosca.
Fao, 4 settembre 2026 – Food Price Index di agosto.
Roberto Iannuzzi – «Ucraina e Hormuz accelerano il declino della superpotenza americana», testo di analisi fornito alla redazione.
SIAMO VECCHIA STAMPA
Crediamo ancora in un giornalismo che cerca, verifica, disturba e ascolta. Fotosintesi.info è gratuito e non dipende da partiti. Se vuoi sostenerci: serviziofotosintesi@gmail.com
CONDIVIDERE È INFORMARE
I testi originali pubblicati da Fotosintesi.info possono essere riprodotti e condivisi, integralmente o in parte, a condizione che siano indicati l’autore e la fonte Fotosintesi.info.








