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Perché il terremoto in Myanmar dimostra il destino ineludibile dell’estinzione umana sulla Terra

La terra trema in Myanmar: devastazione, morte, orrore in conseguenza di uno dei più terrificanti terremoti mai registrati. La terra trema e dal cielo arriva altro orrore: morte e distruzione in quelle zone del Paese gestite dalle forze della Three Brotherhood Alliance, la coalizione delle diverse forze anti-golpiste.

A Nuang Lin, villaggio nel nord dello Shan, una delle regioni controllate dagli oppositori al regime del generale golpista Min Aung Hlaing, i bombardieri governativi non si sono fermati nemmeno davanti alla tragedia del sisma per colpire le postazioni degli oppositori che controllano una vasta parte del Paese. Oltre allo stato Shan, attaccato poche ore prima del terremoto, altri villaggi sono stati bombardati, altri stati controllati dai ribelli come Kayin, Chin, Kachin e Arakan dove la temutissima aviazione governativa infierisce senza sosta.

E’ un’altra delle tante guerre dimenticate. Nel 1990, le prime elezioni libere dopo decenni che vedono la schiacciante vittoria della Lega Nazionale per la Democrazia (NLD), guidata da Aung San Suu Kyi, sembrano aprire uno spiraglio nella travagliata storia di questo Paese, ma la giunta militare si rifiuta di riconoscere i risultati e mantiene il potere.

Aung San Suu Kyi riceve il Premio Nobel per la Pace per la sua lotta non violenta per la democrazia, ma rimane agli arresti domiciliari. Nel 2007, in quella che venne definita la Rivoluzione Zafferano, monaci buddhisti guidarono proteste di massa contro il regime, represse violentemente. Per tutta risposta l’anno successivo il regime approva una nuova Costituzione che garantisce ai militari il 25 per cento dei seggi in parlamento e il controllo sui ministeri chiave.

Questa riforma costituzionale nel 2015 nonostante la vittoria schiacciante della NLD nelle elezioni generali, impedisce a Suu Kyi di diventare presidente. Htin Kyaw (alleato di Suu Kyi) diventa presidente, mentre lei assume il ruolo di Consigliera di Stato. Sembra comunque esserci una possibilità di intraprendere un percorso democratico che porti alla fine dell’influenza dell’esercito sulla politica nazionale ma, nel 2017, l’esercito birmano, questa volta agli ordini del governo di Htin Kyaw, lancia una brutale campagna contro la minoranza musulmana Rohingya causando oltre 700 mila rifugiati in Bangladesh. L’ONU accusa il Myanmar di genocidio. Aung San Suu Kyi si prende il compito di difendere il suo Paese alla Corte Internazionale di Giustizia, perdendo così gran parte del sostegno internazionale.

A febbraio del 2021, i militari guidati dal generale Min Aung Hlaing attuano un colpo di Stato, arrestano Aung San Suu Kyi e annullano le elezioni. Inizia una resistenza popolare e la formazione di milizie civili (PDF – People’s Defence Forces). La resistenza si organizza con scontri armati in molte regioni. I ribelli ottengono successi significativi, specialmente nelle zone etniche come appunto Chin, Karen, Shan.


FILE PHOTO: A member of Bamar People’s Liberation Army (BPLA) stands guard in territory belonging to the Karen National Liberation Army (KNLA), in Karen State, Myanmar, February 18, 2024. REUTERS/Stringer/File Photo


Nel 2024, il conflitto continua con i militari in difficoltà, ma ancora al potere. Aung San Suu Kyi è detenuta in carcere, mentre la giunta cerca legittimazione con elezioni pilotate. Attualmente il Myanmar è diviso tra aree controllate dai militari e territori in mano a ribelli e gruppi etnici, la crisi umanitaria peggiora, con milioni di sfollati.

La comunità internazionale (ONU, ASEAN, Occidente) condanna la giunta, ma senza una vera e propria azione, nessun provvedimento incisivo è stato preso contro la giunta militare al potere. Gli ultimi trent’anni hanno visto il Myanmar passare da una dittatura militare a una breve speranza democratica, per poi sprofondare in una guerra civile dopo il golpe del 2021. Il futuro rimane incerto, con la resistenza sempre più organizzata ma i militari sono sempre più determinati a mantenere il controllo.

A tutto questo si aggiungono le conseguenze del terremoto con l’incognita degli aiuti dall’estero che potrebbero subire un rallentamento, se non una sospensione, proprio a causa del protrarsi dei combattimenti e dei bombardamenti che subiscono aree del Paese al centro della zona interessata dalle conseguenze del terremoto.

Una tragedia si aggiunge ad un’altra in uno scenario la cui drammaticità è difficile comprendere. Se la guerra è sempre inaccettabile, non fermarsi nemmeno davanti a una catastrofe come questa toglie ogni dubbio sulla natura di esseri umani di questi criminali che tengono in scacco il Myanmar. Speriamo che la comunità internazionale batta un colpo per una volta e che le opposizioni trovino leader più democratici di quel Htin Kyaw che con la sua scellerata repressione dei Royngya ha dato il pretesto ai militari di riprendersi il potere.




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