Ambiente

CLIMA | Quando la scienza entra in tribunale e chiama in causa la politica

La ricerca medica documenta con sempre maggiore precisione gli effetti della crisi climatica sulla salute umana. E quelle evidenze scientifiche diventano oggi strumenti anche per accertare eventuali responsabilità di governi e grandi imprese.

Per molto tempo il cambiamento climatico è stato raccontato come un problema ambientale. Oggi sappiamo che è anche una delle più grandi sfide sanitarie del nostro tempo.

Le ondate di calore provocano un aumento della mortalità, soprattutto tra anziani e persone fragili. L’inquinamento atmosferico continua a favorire malattie respiratorie e cardiovascolari. Alcuni insetti vettori di infezioni stanno espandendo la propria presenza anche in aree dove fino a pochi anni fa erano assenti. Gli eventi meteorologici estremi lasciano dietro di sé non soltanto distruzione materiale, ma anche traumi psicologici destinati a durare nel tempo.

Sono fenomeni documentati da migliaia di studi scientifici. La novità è che queste conoscenze stanno uscendo dai laboratori e dalle università per entrare nelle aule dei tribunali.

Secondo un approfondimento pubblicato da Italia Clima, il diritto si trova oggi davanti a una sfida inedita: utilizzare le evidenze prodotte dalla ricerca epidemiologica e climatica per valutare eventuali responsabilità civili, amministrative o politiche legate agli effetti sanitari del cambiamento climatico.

Naturalmente non significa che ogni ondata di calore, ogni alluvione o ogni incendio possano automaticamente trasformarsi in una causa giudiziaria. La causalità resta una materia complessa. Ma la qualità delle prove disponibili cresce di anno in anno, riducendo quello spazio di incertezza che per lungo tempo ha rappresentato uno degli argomenti principali di chi minimizzava il problema.

In altre parole, la domanda non è più soltanto se il cambiamento climatico danneggi la salute umana.

La domanda diventa: chi aveva il dovere di prevenire quei danni e ha fatto davvero tutto il possibile?

Negli ultimi anni il cosiddetto climate litigation – il contenzioso climatico – è cresciuto in molti Paesi. Governi, amministrazioni pubbliche e grandi aziende sono stati chiamati a rispondere davanti ai giudici delle conseguenze delle proprie politiche ambientali o industriali. Il diritto alla salute, il diritto alla vita e il diritto a vivere in un ambiente salubre stanno diventando elementi centrali di questi procedimenti.

Non si tratta di trasformare la magistratura in un sostituto della politica.

Si tratta, piuttosto, di ricordare che la conoscenza scientifica comporta anche responsabilità. Quando i rischi sono documentati e prevedibili, ignorarli non è più soltanto una scelta politica: in determinate circostanze può assumere anche rilievo giuridico.

I numeri della crisi

Secondo l’Oms, il cambiamento climatico rappresenta una delle principali minacce sanitarie del XXI secolo.

Tra gli effetti già osservati figurano:

  • aumento della mortalità durante le ondate di calore;
  • peggioramento delle malattie cardiovascolari e respiratorie;
  • diffusione di malattie trasmesse da insetti come zanzare e zecche;
  • incremento di ansia, depressione e disturbi da stress dopo eventi climatici estremi;
  • maggiori difficoltà nell’accesso alle cure durante incendi, alluvioni e siccità.

La comunità scientifica sottolinea inoltre che gli impatti non colpiscono tutti allo stesso modo. A pagare il prezzo più alto sono anziani, bambini, persone con disabilità, lavoratori esposti al caldo, cittadini economicamente più fragili e popolazioni che vivono in aree già caratterizzate da servizi sanitari insufficienti.

La prevenzione costa meno dell’emergenza

La vicenda richiama una questione che Fotosintesi affronta spesso anche parlando di salute mentale, sicurezza e organizzazione sanitaria.

Investire nella prevenzione non significa soltanto salvare vite umane. Significa anche ridurre la spesa pubblica, alleggerire la pressione sugli ospedali, diminuire le disuguaglianze sociali e rafforzare la capacità di risposta delle istituzioni.

Vale per le malattie cardiovascolari.

Vale per la salute mentale.

Vale per il cambiamento climatico.

Aspettare che l’emergenza esploda costa quasi sempre molto di più che prevenirla.

La salute comincia molto prima dell’ospedale

Le malattie non nascono soltanto nei reparti ospedalieri.

Nascono anche nell’aria che respiriamo, nelle città progettate senza alberi, nelle politiche energetiche, nelle disuguaglianze sociali, nelle condizioni di lavoro e nella qualità dell’ambiente in cui viviamo.

Per questo parlare di clima significa parlare di sanità pubblica. E parlare di prevenzione significa, prima di tutto, difendere il diritto alla salute.

Conclusione

La crisi climatica non è più soltanto una questione ambientale.

È una questione sanitaria.

È una questione economica.

È una questione sociale.

Ed è sempre più una questione di responsabilità.

La ricerca continuerà a produrre dati. I medici continueranno a documentare gli effetti sulla salute. I climatologi continueranno a perfezionare i modelli previsionali.

La domanda, però, non appartiene più soltanto alla scienza.

Appartiene anche alla politica e, sempre più spesso, alla giustizia.

Perché quando un rischio è conosciuto, documentato e prevedibile, scegliere di non intervenire significa accettare che siano i cittadini a pagarne il prezzo. Prima con la salute. Poi, inevitabilmente, anche con i costi economici e sociali.


Fonti: Italia Clima; Organizzazione mondiale della sanità (Oms); Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc).


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