Nella Striscia di Gaza, i forti venti e le piogge portati dalla tempesta Byron hanno causato inondazioni. La scorsa notte è stata molto difficile per la popolazione sfollata, che vive nelle tende in condizioni precarie. Medici Senza Frontiere è estremamente preoccupata per l’impatto che avranno le cattive condizioni meteorologiche sulla popolazione di Gaza.
Ecco la testimonianza di Caroline Seguin, coordinatrice di MSF per l’emergenza Gaza
“La notte scorsa è stata molto difficile a Gaza. La tempesta ha distrutto edifici già danneggiati e ucciso molte persone. C’è stata anche una bambina che è morta per il freddo e molte tende sono state allagate durante la notte. Le persone avevano tutto sotto l’acqua, dai materassi ai vestiti, e faceva molto, molto freddo. Una mia collega mi ha detto di essere più preoccupata per l’arrivo dell’inverno che per i bombardamenti, a causa delle terribili condizioni di vita che ci sono oggi a Gaza.
MSF è molto preoccupata per il prossimo mese, con l’arrivo dell’inverno e delle forti piogge. L’anno scorso abbiamo assistito a un enorme aumento delle infezioni respiratorie nei bambini, così come della diarrea, e naturalmente tutti i feriti che vivono nelle tende avranno grandi difficoltà a guarire le loro ferite e probabilmente avranno un aumento delle infezioni.
Negli ultimi due anni di guerra, molte persone hanno subito amputazioni e ora sono costrette in sedia a rotelle. È, quindi, quasi impossibile vivere in queste condizioni.
È molto difficile anche per i neonati, perché con l’ultima carestia molti bambini sono nati con un peso inferiore alla norma e sono quindi molto fragili. Iniziare la vita in queste condizioni, sotto tende che galleggiano sull’acqua, è molto difficile per loro e potrebbe compromettere la loro stessa vita”.
A Gaza anche il meteo si accanisce sui palestinesi sfollati, senza cibo e cure. Nelle ultime ore la tempesta Byron, che sta spazzando la regione con piogge e forti venti, si è abbattuta sulla Striscia portando altra morte e distruzione. In poco più di 48 ore due neonati e un bambino di nove anni sono morti assiderati nelle tende che non forniscono riparo dall’acqua e dal fango. La protezione civile ha ricevuto migliaia di richieste di soccorso, mentre le Nazioni Unite fanno sapere di essere impegnate in una corsa contro il tempo per trasferire parte della popolazione dalla costa verso l’interno, dove le raffiche di vento giungono attutite e sono perciò meno devastanti.
Da nord a sud l’enclave palestinese è alle prese con l’evento meteorologico più potente degli ultimi anni nelle peggiori condizioni per affrontarlo. Secondo dati Onu, oltre l’80 per cento degli edifici della Striscia è stato abbattuto o danneggiato e le autorità sconsigliano di cercare riparo tra le strutture ancora in piedi ma pericolanti e a rischio crollo. Come se non bastasse, Israele – denuncia l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim) – blocca l’ingresso dei materiali da costruzione con il risultato che una popolazione di circa 795mila sfollati corre il rischio “elevato” di inondazioni. Neanche la tempesta, però, è riuscita a fermare i bombardamenti israeliani che ieri hanno preso di mira il capo profughi di Jabaliya, nel sud, dove una donna è rimasta uccisa e altre persone risultano ferite. “Persone che avevano già perso tutto e che avevano bisogno di tutto si trovano ad affrontare un ulteriore livello di miseria – ha denunciato Philippe Lazzarini, Commissario Generale di Unrwa – secondo cui nelle attuali condizioni non si possono escludere altri decessi.

Il piano Trump alla prova della realtà?
La crisi umanitaria si inserisce in un contesto sempre più drammatico per la popolazione gazawi, a cui il cessate il fuoco ha portato un po’ di sollievo ma non la pace sperata. A quasi due mesi dall’entrata in vigore della tregua, crescono gli interrogativi sul passaggio alla seconda fase, che prevede il ritiro completo delle truppe israeliane dal territorio palestinese, il disarmo di Hamas e la creazione di un’autorità di transizione e di una forza di sicurezza internazionale. Secondo Amos Harel, firma di punta del quotidiano Ha’aretz “c’è solo una cosa che blocca la seconda fase del piano di Trump per Gaza: la realtà”. Anche se il cosiddetto ‘Board of Peace’ dovesse realizzarsi infatti, avverte Harel, esperto di difesa e strategia militare, le circostanze sul campo nell’enclave sembrano essere cambiate. “Hamas governa la parte occidentale di Gaza con pugno di ferro” osserva, mentre i paesi menzionati come possibili membri della forza internazionale di stabilizzazione “non si affrettano a inviare le loro truppe per disarmare l’organizzazione, perché ora come ora la considerano una missione suicida”. Una situazione non necessariamente sgradita al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu: Israele ha già ottenuto il ritorno di 20 ostaggi vivi e i corpi di tutti gli ostaggi morti, ad eccezione dell’agente di polizia Ran Gvili. Un ritorno a combattimenti limitati, con Hamas militarmente debole e senza ostaggi da usare come strumento di ricatto potrebbe persino giovare al premier e alla sua agenda politica mentre è alle prese con un delicato anno elettorale.
Vecchi nodi tornano al pettine?
Gli interessi di Netanyahu, almeno in questa fase, non sembrano tuttavia incontrare quelli del principale regista della tregua tra Israele e Hamas: Donald Trump. I due dovrebbero vedersi a fine mese a Mar-a-Lago, mentre il presidente statunitense è ancora alla ricerca di un successo internazionale da rivendicare, soprattutto dopo l’impasse del piano di pace sull’Ucraina e i rapporti sempre più tesi con gli alleati europei, preoccupati dall’approccio accomodante nei confronti di Vladimir Putin. Paradossalmente, Gaza appare a Washington come un terreno più promettente di Kiev per costruire una narrativa di “progressi” e Trump è ansioso di annunciare il passaggio alla fase successiva del piano, che dovrebbe essere varato tra Natale e metà gennaio. Pertanto, è improbabile che Trump permetta a Netanyahu di riprendere i combattimenti a Gaza, mentre il suo obiettivo è formare il governo dei tecnocrati palestinesi e la forza internazionale di stabilizzazione che dovrebbero concretizzare l’ingresso nella ‘Fase due’. Ma in queste condizioni – avvertono gli osservatori – il problema della sicurezza e del disarmo di Hamas rimarrà anche dopo la loro istituzione.
Chi rompe paga?
Non a caso, nei colloqui tra israeliani e americani, il disarmo del gruppo armato islamista rappresenta solo una parte della discussione. Al centro, secondo fonti diverse, vi sono anche le prospettive di ‘business’ legate alla ricostruzione. Questa settimana, secondo Ynet, gli Stati Uniti avrebbero chiesto a Israele di pagare per la rimozione delle macerie dalla Striscia di Gaza e di assumersi la responsabilità della massiccia operazione di sgombero. Secondo la testata, Israele avrebbe accettato la richiesta, che potrebbe costare fino a un miliardo di shekel (circa 265 milioni di euro). A Gaza – secondo le stime – ci sono infatti oltre 68 milioni di tonnellate di detriti, che il piano di pace presentato da Trump non chiarisce chi dovrebbe rimuovere. Secondo la stampa israeliana, il primo ministro del Qatar Mohammed Abdulrahman Al Thani ha chiarito di non avere alcuna intenzione di pagare il conto per rimuoverli. “Non saremo noi a firmare l’assegno per ricostruire ciò che altri hanno distrutto”, ha dichiarato Al Thani durante un’intervista sul palco del Doha Forum. “Quando si parla di Gaza, è Israele che ha raso al suolo questa terra”.
Il commento di Valeria Talbot, Head ISPI MENA Centre
“Nonostante il cessate il fuoco, a Gaza si continua a morire. Dopo i colpi dell’esercito israeliano, sulla popolazione della Striscia si sono abbattuti il freddo e le forti piogge di questi giorni che rischiano di aggravare una situazione già catastrofica. Non ci sono posti sicuri, solo tende e rifugi di fortuna tra le macerie. Gli aiuti faticano a entrare, a causa delle restrizioni imposte da Israele, e quelli che arrivano non sono sufficienti a soddisfare gli enormi bisogni di una popolazione stremata da due anni di guerra, distruzione e fame. Su questo sfondo, anche il piano di pace fatica a decollare, mentre si guarda tra speranza e scetticismo all’incontro di fine dicembre tra Trump e Netanyahu”.




