Economia

ENERGIA | Petrolio oltre i 107 dollari e gas europeo sotto pressione. La guerra stringe le vie d’uscita dal Golfo

Hormuz sotto pressione, l’oleodotto saudita East-West colpito e gli Houthi a Perim, davanti a Bab el-Mandeb. Il Brent torna verso 110 dollari, il gas europeo resta vicino agli 80 euro per megawattora e il rincaro è già visibile alla pompa.


La settimana comincia con il petrolio nuovamente in forte rialzo e il gas europeo che guarda con crescente preoccupazione al Golfo Persico. Gli attacchi all’Arabia Saudita, la chiusura dell’oleodotto East-West, le difficoltà della navigazione nello Stretto di Hormuz e l’avanzata degli Houthi verso Bab el-Mandeb stanno mettendo contemporaneamente sotto pressione le principali vie attraverso le quali petrolio e gas del Medio Oriente raggiungono il resto del mondo.

Nelle prime contrattazioni di lunedì 14 settembre il Brent è salito del tre per cento fino a 107,81 dollari al barile, circa 93 euro al cambio della mattina. Il greggio statunitense Wti è arrivato a 102,94 dollari, circa 89 euro. Nel corso delle contrattazioni il Brent si è mosso nuovamente verso quota 110 dollari, cioè circa 95 euro al barile. Il cambio euro-dollaro oscilla attorno a 1,16 dollari per euro.

Il problema non è soltanto quanto petrolio viene prodotto. È diventato sempre più difficile, rischioso e costoso portarlo fuori dal Golfo. E raffinarlo.

Lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale prima della guerra transitava una parte fondamentale delle esportazioni energetiche mondiali, continua a funzionare a capacità fortemente ridotta. L’Arabia Saudita aveva finora potuto limitare i danni utilizzando l’East-West Pipeline: circa 1.200 chilometri di condotte attraverso la penisola arabica che consentono di trasferire il greggio dai giacimenti orientali al porto di Yanbu, sul Mar Rosso, evitando Hormuz.

Venerdì anche questa via è stata colpita dai droni ed è stata chiusa. Attraverso l’oleodotto passavano tra quattro e cinque milioni di barili al giorno. Secondo operatori e acquirenti sentiti da Reuters, le scorte disponibili a Yanbu consentirebbero di mantenere le esportazioni per appena cinque-sette giorni se il collegamento non venisse ripristinato. In seguito potrebbe venire meno un altro quattro per cento circa dell’offerta petrolifera mondiale.

Riad non ha ancora comunicato né l’entità completa dei danni né una data per la riapertura. Le valutazioni raccolte da Reuters sui tempi di riparazione restano contrastanti.


ALLA POMPA | Un pieno supera già i cento euro

Secondo l’ultima rilevazione ufficiale del Mimit, riferita a domenica 13 settembre, il prezzo medio nazionale sulla rete ordinaria è di 2,105 euro al litro per la benzina self service e 2,214 euro per il gasolio. Un pieno da cinquanta litri costa quindi mediamente 105,25 euro a benzina e 110,70 euro a gasolio.

In autostrada il conto sale ancora: 2,198 euro al litro per la benzina e 2,292 per il diesel. Cinquanta litri significano rispettivamente 109,90 e 114,60 euro.

Il 3 settembre la benzina self era a 2,039 euro e il diesel a 2,147: in una decina di giorni l’aumento è stato di circa 6,6 centesimi per la benzina e 6,7 per il gasolio, oltre tre euro in più su un pieno da cinquanta litri. Il dato da osservare ora è quanto rapidamente il nuovo rialzo del greggio si trasferirà ai listini italiani.


DALL’ALTRA PARTE C’È BAB EL-MANDEB

Come se non bastasse, gli Houthi yemeniti hanno conquistato Perim, l’isola che si trova nel mezzo dello stretto di Bab el-Mandeb, la Porta delle Lacrime, all’ingresso meridionale del Mar Rosso. È il passaggio che collega l’Oceano Indiano al Mar Rosso e quindi al Canale di Suez e al Mediterraneo.

Le navi continuano a transitare, ma la minaccia è sufficiente a far aumentare assicurazioni, noli e costi del carburante. Evitare il Mar Rosso significa circumnavigare l’Africa, allungando sensibilmente tempi e costi del viaggio.

La geografia racconta il problema meglio di molte dichiarazioni diplomatiche. Hormuz è sotto pressione. La principale alternativa terrestre saudita è stata colpita. All’altra estremità della penisola arabica gli Houthi minacciano Bab el-Mandeb.

E POI C’È IL GAS

Il punto più delicato per l’Europa potrebbe però essere il gas naturale liquefatto. Hormuz non è soltanto una grande arteria del petrolio: è anche la porta attraverso la quale il Qatar, uno dei maggiori esportatori mondiali di Gnl, porta buona parte del proprio gas sui mercati internazionali.

Il mercato europeo era già entrato nella crisi con gli stoccaggi relativamente bassi. Il TTF olandese, riferimento europeo del gas, ha toccato la scorsa settimana poco più di 82 euro per megawattora, chiudendo venerdì attorno a 79,5 euro. All’inizio di settembre era poco sopra 72 euro: in meno di due settimane l’aumento è stato nell’ordine del dieci per cento.

Sul mercato italiano la situazione è analoga. Il PSV, riferimento del gas all’ingrosso in Italia, è salito fortemente nelle prime settimane di settembre, dopo una media di 64,71 euro per megawattora in agosto e 55,50 in luglio.

Sul mercato internazionale il Gnl viene trattato attorno ai 25 dollari per milione di Btu. L’Europa deve inoltre riempire i depositi prima dell’inverno e per procurarsi Gnl dovrà competere con gli acquirenti asiatici. Più a lungo Hormuz resterà fortemente limitato, maggiore sarà la pressione sui carichi disponibili provenienti dagli Stati Uniti, dall’Africa e dagli altri esportatori.

IL CONTO ARRIVA FIN QUI

La produzione petrolifera saudita offre la misura di quanto sia cambiato lo scenario. A febbraio Riad produceva 10,9 milioni di barili al giorno. Ad agosto era scesa a 6,2 milioni, il livello più basso da oltre trent’anni.

E intanto il tentativo diplomatico si è nuovamente fermato. L’incontro previsto in Oman tra Iran e alcuni paesi arabi del Golfo per discutere della sicurezza della navigazione attraverso Hormuz è stato rinviato. Teheran continua a sostenere che lo stretto non verrà completamente riaperto finché Washington non accetterà le sue richieste.

La crisi dunque non resta confinata alle coste iraniane, saudite o yemenite. Petrolio più caro significa carburanti, trasporti e produzione più costosi. Gas più caro significa bollette e maggiore costo dell’elettricità, ma anche fertilizzanti, vetro, ceramica, acciaio, chimica e una lunga catena di produzioni industriali europee. Se energia e trasporti aumentano insieme, l’inflazione torna a bussare alla porta.

La guerra iniziata sei mesi fa da Stati Uniti e Israele doveva indebolire l’Iran e rendere più sicura la regione. Oggi Hormuz è fortemente compromesso, l’oleodotto che permetteva all’Arabia Saudita di aggirarlo è fermo e gli Houthi sono arrivati alla Porta delle Lacrime.
Sulla carta sono migliaia di chilometri da noi. Sulla bolletta, sul pieno di gasolio e sul prezzo delle merci, molti di meno.



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