Politica

Facili profezie. Gli italiani il prossimo 8 e 9 giugno scenderanno in spiaggia contro Pd e Cinquestelle

Questo articolo potremmo chiamarlo “Storia di un fallimento annunciato”. La materia in questione sono i quattro referendum sui quali gli italiani saranno chiamati a votare il prossimo 8 e 9 giugno. La materia sarebbe di per sé interessante. Si tratta infatti di pronunciarsi sull’abrogazione delle norme del Jobs act che impediscono il reintegro nel posto di lavoro ai lavoratori licenziati illegittimamente in aziende con oltre 15 dipendenti, l’eliminazione del tetto all’indennità per licenziamenti nelle piccole imprese, la riduzione del lavoro precario (contratti a termine) reintroduendo l’obbligo per i datori di lavoro di specificare una “causale” oggettiva per giustificare un contratto temporaneo, l’abrogazione delle norme che escludono la responsabilità solidale delle aziende committenti in caso di infortuni sul lavoro negli appalti e, in ultimo, la proposta di dimezzare da 10 a 5 anni il periodo di residenza legale richiesto agli stranieri extracomunitari per ottenere la cittadinanza.

In un Paese pienamente democratico con una popolazione sensibile a tematiche sociali, con un buon livello di partecipazione alla vita politica e agli interessi della collettività l’affluenza al voto, specialmente su temi come questi, dovrebbe essere massiccia. Quale altra occasione per far sentire la propria voce direttamente su tematiche così importanti per le relazioni sindacali e per una giusta politica di accoglienza. Ma in Italia non sempre è la logica a guidare le scelte, sia nella sfera politica sia nella società. In quale altro Paese, infatti, un partito quando è al governo vara una riforma delle relazioni sindacali spacciandola come una riforma cruciale per modernizzare il mercato del lavoro italiano “Dobbiamo scegliere se restare fermi nel passato o correre verso il futuro” (Renzi dixit) e quando va all’opposizione ne chiede l’abrogazione? E infatti coerentemente l’ala renziana del PD si chiama fuori da questa campagna. Stefano Bonaccini, presidente del Partito Democratico e punto di riferimento di Energia Popolare, l’associazione interna al Pd che riunisce gli esponenti della minoranza, pur dichiarandosi contrario ad una linea alternativa a quella della segretaria ha sottolineato durante l’ultima direzione che “non saranno chieste abiure a nessuno”, tra le file riformiste c’è anche, infatti, chi assicura che voterà il solo il quesito sulla cittadinanza.

Ma non c’è solo il problema della spaccatura all’interno del Partito Democratico. Sebbene il Movimento 5 Stelle sostenga i referendum, le loro posizioni non sono completamente allineate con quelle dei promotori. Mentre PD e sindacati spingono per 5 sì, il M5S si limita a 4 sì, lasciando libertà sul tema della cittadinanza. Divisioni simili ci sono anche in Italia Viva e Azione che finiscono per indebolire la campagna per il “sì”, frammentando il messaggio e riducendo la capacità di mobilitazione.

Ma le anomalie non finiscono qui. La coalizione di governo, in particolare Fratelli d’Italia e Forza Italia, ha esplicitamente invitato all’astensione come forma di opposizione ai referendum, definendoli un’iniziativa “di parte” promossa dalla sinistra e dai sindacati. I promotori dei referendum (CGIL e +Europa) sono stati accusati, infatti, di utilizzare il voto per fini politici, anziché per una reale esigenza popolare. La critica ha voluto dipingere i quesiti come un tentativo di “riportare indietro l’orologio” sulle riforme del lavoro. Questa narrazione potrebbe demotivare gli elettori moderati o indifferenti alle battaglie sindacali. E’ una strategia che mira a delegittimare la consultazione, sfruttando la bassa affluenza per mantenere in vigore le norme attuali. Ci sarebbe da vergognarsi ad aver fatto una riforma talmente gradita alla destra da difenderla usando anche un argomento (l’astensionismo) che grida vendetta in un Paese che negli ultimi anni ha perso percentuali importanti di votanti.

Fin qui le tematiche politiche. A queste si debbono aggiungere una serie di altri fattori che renderanno difficile il raggiungimento del quorum del 50 per cento +1 degli aventi diritto. Intanto la storica difficoltà dei referendum abrogativi ad andare a buon fine. Dal 2000 a oggi, solo 4 referendum su 22 hanno superato il quorum, spesso grazie a temi emotivamente coinvolgenti (es. nucleare nel 2011). I referendum tecnici, come quelli sul lavoro, tendono a mobilitare meno. Nel 2022, ad esempio, il referendum sulla giustizia, pur essendo in teoria un tema che dovrebbe essere molto vicino all’opinione pubblica, fallì per bassa affluenza (34 per cento). Questo precedente alimenta scetticismo sulle possibilità di successo il prossimo 8 e 9 giugno.

I referendum si terranno, inoltre, in concomitanza con il secondo turno delle elezioni amministrative, (decisione fortemente criticata dagli organizzatori) che tradizionalmente registra un’affluenza più bassa rispetto al primo turno. Molti elettori potrebbero percepire le consultazioni come meno prioritarie o non recarsi alle urne se il ballottaggio non interessa il loro comune.

Il combinato disposto di astensionismo strategico, complessità dei temi, logistica articolata e mancanza di unità tra i sostenitori rende improbabile il raggiungimento del quorum. Senza una mobilitazione eccezionale e un cambiamento nell’agenda mediatica (fino ad ora gli organi di informazione si sono tenuti lontani dal tema) i referendum rischiano di fallire, lasciando inalterate le norme contestate. Vorremmo sbagliarci ma non sembra essere questa la via per il Paradiso. Senza chiarezza di idee, compattezza dello schieramento e una coerenza tra le varie fasi politiche (non si può fare una cosa al governo e l’opposto all’opposizione, proprio no non si può fare) il conservatorismo della maggioranza avrà sempre il sopravvento.




 

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