Hamas ha condannato fermamente Israele per quello che ha definito un attacco deliberato e coordinato contro i giornalisti palestinesi, definendolo parte di una “campagna in corso di persecuzione e uccisioni” volta a mettere a tacere le voci dei media a Gaza.
Il gruppo ha identificato i cinque giornalisti uccisi nell’ultimo ciclo di attacchi aerei israeliani come Aziz al-Hajjar, Nour Qandil, Abdul Rahman al-Abadlah, Khaled Abu Saif e Ahmed al-Zinati.
Secondo Hamas, “le loro case e le loro tende sono state bombardate all’alba di oggi, provocando il loro martirio, insieme ai loro figli e alle loro famiglie, in un crimine complesso che incarna la brutalità di questa entità fascista”.
Ha aggiunto che le azioni di Israele riflettono uno sforzo sistematico per eliminare ogni informazione indipendente da Gaza, dove i giornalisti hanno continuato a documentare l’impatto devastante della guerra.
“Il fatto che il mondo rimanga paralizzato di fronte a questi crimini, commessi per mesi sotto gli occhi della comunità internazionale, è riprovevole”, si legge nella dichiarazione.
Dal 7 ottobre 2023, gli attacchi israeliani hanno ucciso oltre 230 giornalisti e professionisti dei media palestinesi a Gaza, segnando il periodo più sanguinoso mai registrato per la stampa in qualsiasi conflitto.

In piedi, schierati fianco a fianco, gli operatori della Mezzaluna Rossa egiziana sembrano ricordare al mondo la forza del diritto umanitario che dovrebbe poter varcare il cancello alle loro spalle, quello che conduce alla Striscia di Gaza, sigillata invece dal 2 marzo per gli oltre due milioni di civili. È così che accolgono la delegazione di parlamentari e società civile tornata per la seconda volta qui, dopo oltre un anno, al valico di Rafah, lato egiziano del confine, per invocare la fine di una guerra che non smette da 19 mesi, letteralmente: mentre il gruppo organizza il flash mob al motto “Free Palestine”, “Basta complicità”, “Stop armi a Israele”, si ode dall’interno il fragore delle bombe e il passaggio dei velivoli militari.

“Non c’è più tempo, cosa aspettate ad agire? Israele aveva detto che avrebbe sfollato tutti, è un piano che ha reso pubblico, e lo sta facendo. Lì dentro ora la gente muore. Fate rinascere la speranza” invoca l’unico palestinese presente, Yousef Hamdouna, venuto dall’Italia, operatore dell’organizzazione Educaid.
“Ho chiamato mia sorella, che è dentro Gaza, e mi sono vergognato di dirle che siamo rimasti qui fuori” spiega, “ci ringrazia ma è convinta che non basti. I palestinesi si sentono abbandonati: hanno perso la speranza“.
In queste ore l’esercito ha lanciato Carri di Gedeone e i morti sono già oltre duecento, tra cui cinque giornalisti solo la notte scorsa.
Dal 2 marzo, quando è finita la prima fase di tre del cessate il fuoco tra Israelee Hamas, mai rinnovato, “Non è entrato neanche un camion né Israele ha permesso l’uscita di nessun ferito, neanche bambini” dichiara ai giornalisti Lotfy Gheith, capo delle operazioni della Mezzaluna rossa egiziana.

Accanto al suo staff davanti all’ingresso del valico, Gheith riferisce che fino a marzo, gli operatori si occupavano dell’ingresso degli aiuti verso Gaza, “comunque consentiti col contagocce”, e accoglievano i feriti in uscita, portandoli con le ambulanze negli ospedali egiziani e prendendo in carico i familiari che li accompagnavano. Da quasi tre mesi invece, qui non c’è più nessuno. Le file di centinai di camion incontrati lo scorso anno nel corso della prima Carovana dall’Italia – era marzo 2024 – che sostavano fermi, in attesa di superare i controlli, sono stati spostati o mandati via perché “un giorno di sosta costa 100 dollari. Immaginate quanto costa tenere 3mila tir fermi. Il blocco di Israele- avverte Gheit- ci sta prosciugando il budget. Per questo stiamo ampliando i magazzini di stoccaggio nel nord del Sinai, oltre a quelli che abbiamo anche al Cairo e Ismailiya. Ora il nostro lavoro consiste nel conservare le scorte di aiuti, controllando periodicamente che non si deteriorino“. Un lavoro per i 250 operatori e 3500 volontari della Mezzaluna, che però preferirebbero “portare viveri dentro, alla popolazione che ne ha bisogno”.
Alla Dire Meri Calvelli dell’associazione di cooperazione e solidarietà (Acs), da anni impegnata a favore della popolazione sia a Gaza che in Cisgiordania, commenta: “Il border è chiuso e vedere ambulanze e uomini della Mezzaluna rossa purtroppo è una sorta di messinscena, che fa capire che non c’è nessuna volontà di far entrare personale umanitario e aiuti”.
Acs è parte della rete di Aoi, Arci e Assopace, che rappresentano la società civile nella delegazione.
Deputati dell’Intergruppo parlamentare Pace Israele Palestina- tra cui Laura Boldrini, Arturo Scotto e Rachele Scarpa del Pd, Stefania Ascari dei Cinque Stelle e Marco Grimaldi di Avs – hanno esposto anche le foto dei leader europei tra cui Giorgia Meloni, Ursula Von der Leyen e Kaja Kallas per denunciarne l’immobilismo: “L’Europa e i governi- dichiara alla Dire l’eurodeputata Cecilia Strada (Pd-S&D) avrebbero tante leve per fermare Israele come ad esempio sospendere l’Accordo di associazione Ue-Israele oppure richiamare gli ambasciatori. Sentiamo le bombe quindi a Gaza ora qualcuno sta morendo, quindi non smetteremo di chiedere alla Commissione europea e al nostro governo di fermare questo genocidio”.
Sempre alla Dire Benedetta Scuderi dei Verdi afferma: “Questa situazione di blocco e violenza è pericolosa per la popolazione civile palestinese ma anche per gli ostaggi israeliani, tenuti qui da ormai oltre 500 giorni. Chiediamo che entrino gli aiuti, che gli ostaggi siano liberati. Siamo così vicini eppure così lontani”, conclude.

“Da maggio scorso capita di sentire qualche boato delle esplosioni. Non di giorno, ma di notte sì“. Ahmad è un residente di Al-Arish, città portuale nel Sinai egiziano. Dista una cinquantina di chilometri dalla Striscia di Gaza, soggetta ai bombardamenti di Israele da 19 mesi. All’agenzia Dire Ahmad conferma che il fragore è udibile da quando, a maggio 2024, le truppe israeliane hanno invaso e preso il controllo di Rafah, ultima città al confine di Gaza, più prossima all’Egitto: “Prima non sentivamo nulla”.
La notte scorsa almeno tre boati sono stati uditi con chiarezza anche dalla delegazione di parlamentari, esponenti della società civile, accademici e giornalisti venuti qui per raggiungere stamattina il valico di Rafah. Nel cuore della notte, da una moschea vicina all’albergo dei delegati il muezzin ha intonato una preghiera che è durata diverse ore. “Sì abbiamo sentito” conferma ancora alla Dire Alfio Nicotra, dell’esecutivo Aoi e membro di Un Ponte Per. “Purtroppo- continua- la Striscia di Gaza è diventata un territorio di sperimentazione dei più moderni sistemi d’arma per l’industria bellica. Questo rafforza la nostra richiesta di bloccare la vendita di armi verso Israele, ma anche da Israele, visto che questi armamenti vengono sperimentate in campo aperto proprio sulla popolazione di Gaza”.
Stamattina la delegazione di Aoi, Arci e Assopace Palestina, con parlamentari di Pd, M5s e Avs e accademici è partita per il Valico di Rafah “pronta a scortare gli aiuti umanitari con la nostra presenza. Il silenzio e l’inazione- affermano in una nota congiunta- equivalgono a complicità. Ogni minuto perso è una vita in meno”.
Israele in questi giorni ha lanciato l’offensiva Carri di Gedeone per conquistare la Striscia e costringere Hamas a rilasciare gli osstaggi. Al Jazeera riferisce che sono almeno 78 le vittime della notte scorsa, portando a oltre 200 i morti palestinesi in meno di 72 ore



