A quattro anni dall’inizio dell’invasione su larga scala, il conflitto in Ucraina non è più un “fulmine” ma un “incendio” che brucia lento e inesorabile, consumando vite, risorse e certezze. La domanda che riecheggia nei dibattiti politici e nei pensieri di chi tenta di capire la dinamica di questa guerra è lecita: qual era il vero obiettivo di Vladimir Putin? E, soprattutto, qual è lo stato dell’arte e la possibile via d’uscita?
L’ipotesi più accreditata, suffragata dalle prime concitate settimane di guerra, è che l’obiettivo fosse un’azione lampo. Conquistare Kiev, decapitare il governo, e imporre un esecutivo fantoccio per trasformare l’Ucraina in uno Stato satellite, sulla falsariga della Bielorussia. Era un piano basato sulla presunzione di una debolezza ucraina e di una popolazione pronta ad accogliere i “liberatori” russi.
Quel piano fallì miseramente. La resistenza ucraina, guidata da un governo rimasto saldamente al suo posto, fu ben più forte del previsto. Il fallimento del blitzkrieg costrinse la Russia a riorganizzarsi su un obiettivo diverso e più limitato, il consolidamento territoriale nel Donbass e nel sud, e una logorante guerra di posizione che dura ormai da anni. È quindi più realistico credere che Putin non si fosse preparato per una lunga guerra, ma che vi sia stato costretto dalla tenacia ucraina e dalla propria incapacità di raggiungere l’obiettivo primario.
Comprendere le cause profonde è essenziale. È innegabile che la guerra sia figlia del fallimento degli Accordi di Minsk 1 e 2. Questi protocolli, firmati nel 2014 e 2015, rappresentavano un delicato equilibrio per fermare le ostilità nel Donbass e concedere uno status speciale ai territori separatisti, in cambio del ritiro delle forze straniere e del ripristino del controllo di Kiev sul confine.
Da una parte alcune frange della politica occidentale (e ucraina) non hanno mai visto di buon occhio una soluzione che premiasse le concessioni territoriali e temevano una “Finlandizzazione” dell’Ucraina, dall’altra la Russia non ha mai rispettato la lettera e lo spirito degli accordi. La guerra nel Donbass non si è mai fermata. L’interpretazione russa degli accordi puntava a una riforma costituzionale ucraina che avrebbe dato a Mosca un potere di veto permanente sulle scelte di Kiev, di fatto rendendo l’Ucraina uno Stato ingovernabile.
È altrettanto evidente come l’Ucraina sia stata presa a pretesto nella più ampia partita a scacchi tra Russia e Nato. Per Putin, l’adesione di Kiev all’Alleanza Atlantica rappresentava una “linea rossa” inaccettabile, una minaccia esistenziale per la sicurezza russa. Da questo punto di vista, l’allargamento della Nato verso est, pur essendo una scelta sovrana degli Stati, è stato vissuto da Mosca come un accerchiamento. La causa ultima resta, comunque, la decisione del Cremlino di risolvere con la forza quella che percepiva come una minaccia inaccettabile alla sua sfera di influenza.
In tutto ciò chi sta perdendo? Di certo, perde l’Ucraina. Perde migliaia di vite umane, perde porzioni significative del suo territorio, perde la sua integrità geografica e parte del suo potenziale economico e demografico. La sua popolazione è stremata, le sue città in macerie. Perde la Russia. Il costo in vite umane è altissimo, forse superiore a quello ucraino. L’economia, sotto sanzioni, è un’economia di guerra, distorta e isolata dai mercati finanziari globali. Ha perso la sua immagine di potenza “pragmatica”, riacquistando quella di “impero minaccioso”. L’obiettivo principale, “denazificare” e smilitarizzare l’Ucraina, è fallito, il sentimento nazionale ucraino è più forte che mai e il suo esercito è oggi il più esperto e potente d’Europa.
Chi vince? In guerra non vince mai nessuno tanto meno la popolazione civile. La Russia controlla circa un quinto del territorio ucraino, ma a caro prezzo. La guerra ha rafforzato la Nato, spingendo Svezia e Finlandia ad aderire. Ha reso l’Occidente in un primo momento più coeso, prima del terremoto Trump. Adesso, però, l’opinione pubblica occidentale è stanca, e la tenuta del fronte politico-economico è messa a dura prova dai costi energetici e dall’inflazione.
La via d’uscita appare ancora nebbiosa. Lo scenario più probabile, nell’immediato, non è né una vittoria totale ucraina (che riconquisti tutti i territori, inclusa la Crimea), né un crollo russo. Più realistico è un conflitto congelato o una soluzione negoziata su linee simili a quelle attuali, un nuovo equilibrio di sicurezza europeo per cui l’Ucraina possa essere sufficientemente sicura da non temere una nuova aggressione, e la Russia possa sentirsi sufficientemente sicura da non sentirsi accerchiata. Un compito titanico.
Una cosa è certa, quattro anni di guerra hanno scolpito nella pietra una verità: non ci saranno vincitori assoluti, solo vinti e sopravvissuti. La via d’uscita non sarà una marcia trionfale, ma un doloroso e compromissorio cammino diplomatico, lastricato di macerie e di rancore. E richiede una saggezza e una lungimiranza che, finora, sono state drammaticamente assenti.


