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GUERRA | Trump annuncia “importanti operazioni di combattimento” in Iran. Netanyahu lo anticipa per sottrargli il premio Ignobel

L’attacco lanciato nella notte da Israele e Stati Uniti contro l’Iran non rappresenta un cambiamento tattico, ma la logica conseguenza di una strategia ambivalente. Da un lato, l’amministrazione Trump si presenta con l’aura del “pacificatore” globale; dall’altro, alimenta il conflitto con una politica di massima pressione che ora rischia di innescare una crisi regionale incontrollabile.

The US Navy aircraft carrier USS Gerald R. Ford departs Souda Bay on the island of Crete on February 26, 2026. (Photo by Costas METAXAKIS / AFP via Getty Images)

Secondo quanto riportato dal Kyiv Independent e da fonti regionali, l’operazione congiunta è partita all’alba di sabato di oggi 28 febbraio, con esplosioni segnalate nella capitale Teheran. Il ministro della Difesa israeliano ha confermato l’azione, definita necessaria per “rimuovere minacce imminenti”, mentre l’amministrazione Trump ha rotto gli indugi dopo settimane di tentennamenti. Eppure, fino a poche ore prima, il presidente americano appariva tutt’altro che convinto.

Solo tre settimane fa, si leggeva di un Donald Trump “estremamente scettico” sull’idea di iniziare una nuova guerra in Medio Oriente. Alti funzionari israeliani, guidati dal capo di stato maggiore delle Idf Eyal Zamir, si erano recati a Washington proprio per fare pressione, ma avevano trovato un muro di gomma. Perché, allora, questo cambio di rotta?

La ragione ufficiale risiede nel fallimento dei negoziati di Ginevra. L’ultimatum di Trump era chiaro: se Teheran non si fosse presentata al tavolo con proposte concrete, le opzioni militari sarebbero state riattivate e così è stato. Tuttavia, questa spiegazione “diplomatica” collide con l’immagine che Trump ha meticolosamente costruito di sé, quella del presidente che “non ha iniziato guerre nuove” e che nel suo primo discorso all’Onu del settembre 2025 vantava di aver “finito sette guerre in sette mesi”.

Questa narrazione è, ovviamente, una colossale finzione. I conflitti che Trump sostiene di aver risolto o non esistevano, o erano già in via di risoluzione, o semplicemente continuano. E nel caso specifico del conflitto tra Israele e Iran, gli Stati Uniti non sono stati un mediatore, ma un potenziale belligerante, avendo già bombardato in precedenza gli impianti nucleari iraniani.

L’attacco di oggi non fa che confermare questa tendenza, svelando la contraddizione di fondo di un’amministrazione che si definisce pacifista mentre opera come piattaforma di lancio per le ambizioni di Israele. L’attacco all’Iran avviene in un contesto in cui la “tregua” a Gaza è già di fatto naufragata. Ora, con le bombe che cadono su Teheran, la domanda cruciale è: questa operazione rimarrà “chirurgica” o innescherà l’incendio regionale tanto temuto?

L’amministrazione Trump spera in uno scenario ottimistico con attacchi mirati che indeboliscano il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione (Irgc) e diano slancio a un’opposizione interna già attiva. Da mesi ormai si segnalano manifestazioni di proteste durissime in Iran, con migliaia di morti e decine di migliaia di arresti, che non sembra abbiano indebolito la Guida Suprema Ali Khamenei.

L’idea sarebbe quella di accelerare un “cambio di regime” dall’interno. Le conseguenze di questo tipo di azioni in passato sono sotto gli occhi di tutti, citofonare Bagdad o Kabul. E’ molto più probabile, invece, che si materializzino gli scenari più pessimistici. L’Iran ha ripetutamente avvertito che risponderà in modo “più doloroso e deciso che in passato” e la sua capacità di ritorsione è varia.

Teheran potrebbe colpire Israele con un massiccio lancio di missili balistici, coinvolgere i suoi alleati in Libano (Hezbollah), Yemen e Iraq, che hanno già annunciato che non resteranno neutrali, colpire infrastrutture energetiche chiudendo o minando il traffico nello Stretto di Hormuz, attraverso cui passa il 20 per cento del petrolio mondiale.

I paesi arabi del Golfo, ben consapevoli del pericolo, hanno già chiesto a Washington di non utilizzare le loro basi militari per lanciare attacchi, temendo ritorsioni. Questo isolamento diplomatico dimostra quanto l’operazione sia vista dai vicini dell’Iran non come una stabilizzazione, ma come un fattore di estremo rischio.

Per Trump, questa operazione rappresenta una scommessa altissima. Da un lato, cerca di accontentare l’alleato israeliano e di mostrare “fermezza” con Teheran. Dall’altro, rischia di veder crollare l’intero castello di carte della sua narrazione pacifista.

Un allargamento del conflitto coinvolgerebbe Hezbollah sul confine settentrionale di Israele, costringendo l’Idf a combattere su due fronti. Paralizzerebbe il traffico marittimo nel Golfo, con conseguenze devastanti per l’economia globale che Trump ha giurato di voler rilanciare e, cosa più importante, spazzerebbe via ogni residua credibilità della sua immagine di “premio Nobel per la pace”, rivelando al mondo quello che molti già vedono, un presidente che parla di pace mentre conduce guerre per procura e sostiene operazioni militari che uccidono migliaia di civili.

Il “massacratore di palestinesi” e il “pacifista” Trump sono due facce della stessa medaglia, quella di una politica estera che cerca il dominio assoluto su un’area strategica, giocando con il fuoco in una regione già satura di gas e, come con tutti i castelli di carte, basterà un soffio, un missile di troppo, una nave da guerra colpita nello Stretto di Hormuz, per far crollare tutto.



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