Già durante il primo mandato di Donald Trump dal 2017 al 2021 l’Europa avrebbe avuto l’opportunità di approfittare del ventilato disimpegno americano per riorganizzare la propria struttura difensiva e affrancarsi dal cosiddetto “ombrello della NATO”. Il 9 novembre del 2019 The Economist pubblicò un’intervista in cui Macron proclamava “la morte cerebrale della Nato”. La Turchia di Erdogan infatti aveva lanciato una delle sue iniziative militari contro il Rojava e i territori controllati dalle Forze democratiche siriane appoggiate dagli Usa.
Macron notava che un Paese Nato (Turchia) attaccava un’area di interesse di un altro Paese Nato (gli Usa) a dispetto dell’Unione Europea in cui molti Paesi sono anche membri della Nato. Da qui la critica di Macron, che aggiungeva: “Dal punto di vista strategico politico, quel che è successo è un enorme problema per la Nato”.
Il combinato disposto, quindi, delle posizioni trumpiane e la disgregazione di fatto del coordinamento NATO avrebbe dovuto far scattare già allora nella dirigenza europea un immediato interesse verso la riorganizzazione della difesa comune e un maggiore coordinamento della politica estera comunitaria. Ancora una volta l’occasione fu mancata.
A distanza di quattro anni il problema si ripresenta e la risposta ancora una volta sembra essere quanto mai sbagliata. La nuova vittoria di Donald Trump alle elezioni Usa 2024 costituirebbe per l’Europa un’opportunità più che una minaccia se ciò potesse innescare un reale cambio di rotta per l’Ue ma chi la governa è sfortunatamente molto improbabile che possa approfittarne o quantomeno è ben lontano dall’attuarla.
Il bullismo trumpiano che abbiamo visto all’opera con l’umiliazione nei confronti di Zelensky nello Studio Ovale, le farneticanti dichiarazione ostili verso Canada e Messico, la pretesa di annettersi la Groenlandia e riprendersi il Canale di Panama sono un esempio palese di come andranno le cose nei prossimi quattro anni.
La buona notizia è che, avendo già usufruito di un mandato, a gennaio 2029 comunque sia Donald Trump dovrà lasciare la Casa Bianca. Sia detto con chiarezza, tutto quello che sta accadendo in queste settimane è esattamente ciò che l’America ha sempre fatto incartando il pacchetto con la storia della espansione della democrazia e cioè perseguire i propri interessi, lasciando alla fine al proprio destino chi per anni ha combattuto in nome di quei condivisi valori (vedi Afghanistan, Iraq, Siria ecc).
Trump, rispetto alle passate amministrazioni, si esprime senza quel velo di ipocrisia che ha caratterizzato precedenti presidenti. La frase «He who saves his Country does not violate any Law» pronunciata nel suo discorso di insediamento da questo punto di vista non lascia alcun dubbio.
In questa condizione di incertezza e precarietà, l’Europa che negli ultimi tre anni non è mai stata capace di avviare contatti che potessero portare ad un cessate il fuoco o comunque ad un tentativo di mediazione, rimane schiava del dictat “appoggio all’Ucraina fino alla vittoria”, e, invece di rappresentare una posizione intermedia tra la proposta di disfatta di Trump e la prosecuzione del conflitto proponendosi come mediatore tra le parti (se c’era riuscita la Turchia avrebbe potuto farlo anche l’EU) ulula alla luna la necessità di un gigantesco quanto improbabile piano di riarmo ritenendo evidentemente ancora una volta che la Russia vada sconfitta sul campo, e che l’unica pace giusta sarebbe la fine politica di Putin.
Chissà come ciò sarebbe possibile con una deterrenza nucleare che vedrebbe le poco più di duecento testate nucleari francesi contrapporsi alla oltre settemila russe. Grande evidentemente è la confusione sotto il cielo plumbeo di questo inverno europeo.
Sarebbe il caso di chiedere a questi signori in che modo non aver trattato con i russi un accordo che, un anno e mezzo fa, sembrava possibile sia stato un vantaggio per l’Ucraina visto che alla luce della velocità con cui Trump sta cambiando il mondo oggi la condizione è decisamente peggiore.
In questi giorni stiamo vedendo un’intensificazione degli attacchi russi nella zona di Kursk la cui presa da parte delle truppe ucraine ha rappresentato una vera e propria umiliazione, in attesa che inizi una fase più operativa dei colloqui tra le parti. C’è una data di riferimento in tutto questo ed è il 20 aprile, la Pasqua che quest’anno coincide anche con quella ortodossa.
Sembra essere questo il tempo concesso dai russi ai negoziatori, oltre quella data potrebbero aprirsi scenari ben più gravi con un attacco massiccio nella zona di Odessa che rappresenterebbe anche un cambio di strategia da parte di Putin con implicazioni che vedrebbero la possibilità di riunificare la Transnistria alla madre patria. A quel punto tutto sarebbe possibile, nemmeno l’amico Trump potrebbe accettare un prezzo così alto per la soluzione del conflitto e si aprirebbero scenari di incalcolabile gravità. Le prossime settimane saranno, pertanto, fondamentali per capire cosa ci attende da qui a venire sperando che gli attori in commedia mantengano sangue freddo e un minimo di lucidità.





