Teheran torna davanti al Consiglio di sicurezza mentre l’Aiea non riesce più a verificare le sue scorte. Ma in Medio Oriente esiste già una potenza nucleare che non aderisce al Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp), mantiene opaco il proprio arsenale e non sottopone l’intero programma alle verifiche internazionali.
Il dossier nucleare iraniano torna al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il 9 settembre il Consiglio dei governatori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha approvato una risoluzione che deferisce l’Iran all’Onu per la prima volta in vent’anni. Ventitré paesi hanno votato a favore, Cina, Russia e Niger contro, otto si sono astenuti. Il provvedimento richiama la mancata collaborazione di Teheran sull’indagine relativa a tracce di uranio rinvenute in siti non dichiarati e, soprattutto, l’impossibilità dell’Aiea di ricostruire oggi con certezza quantità e ubicazione delle scorte iraniane di uranio arricchito.
Prima degli attacchi contro gli impianti nucleari iraniani l’Aiea stimava in 440,9 chilogrammi la quantità di uranio arricchito fino al sessanta per cento. È un livello molto superiore a quello normalmente necessario per gli impieghi civili e vicino, attraverso un ulteriore processo di arricchimento, al livello utilizzabile per un ordigno. Secondo il parametro tecnico dell’Agenzia, quella quantità, se ulteriormente arricchita e poi destinata alla produzione di armi, potrebbe fornire materiale fissile sufficiente per circa dieci bombe. Non significa che l’Iran possieda dieci bombe, né che abbia deciso di costruirle. Significa che esiste una grande quantità di materiale nucleare che l’organismo internazionale incaricato di controllarlo oggi non riesce più a verificare.
Dal giugno 2025, dopo i bombardamenti israeliani e statunitensi contro diversi impianti iraniani, le verifiche sul terreno sono state interrotte per ragioni di sicurezza. L’Aiea ha successivamente denunciato la perdita della cosiddetta continuità della conoscenza: non può più rendere conto pienamente delle dimensioni e della collocazione delle scorte di uranio arricchito. Teheran ha inoltre limitato l’accesso degli ispettori ai siti colpiti. L’Agenzia ricorda che gli obblighi previsti dall’accordo di salvaguardia restano in vigore anche durante il conflitto; l’Iran replica che bombardamenti e minacce militari hanno reso impossibile una normale attività ispettiva.
Circolano anche ipotesi secondo cui parte del materiale potrebbe essere stata trasferita all’estero, perfino in Russia. Al momento, però, non risultano prove pubbliche indipendenti sufficienti per affermarlo. La notizia verificabile è già abbastanza seria: l’Aiea non sa con certezza dove si trovi tutto il materiale che prima riusciva a contabilizzare. Confondere questo fatto con le speculazioni servirebbe soltanto a indebolire il problema reale.
Ed è qui che il dossier iraniano incontra una questione molto più grande: chi decide chi abbia diritto al nucleare, civile o militare, e quali regole debbano valere per ciascuno?
Il Trattato di non proliferazione nucleare riconosce agli Stati aderenti il diritto agli usi pacifici dell’energia atomica. L’Iran è parte del Tnp come Stato non dotato di armi nucleari: può quindi sviluppare tecnologia nucleare per scopi civili, ma deve dichiarare il materiale e le attività soggette alle salvaguardie e consentire all’Aiea di verificare che non vengano deviati verso fini militari. È per questo che Teheran deve spiegare dove sia il proprio uranio. Non perché esista una norma internazionale secondo cui l’Iran non possa avere un programma nucleare civile, ma perché ha assunto obblighi di trasparenza e verifica.
Israele ha scelto un’altra strada. Non aderisce al Tnp e mantiene da decenni la politica dell’amimut, l’opacità nucleare: non conferma e non smentisce ufficialmente il possesso di armi atomiche. Il Sipri stima tuttavia che disponga di circa ottanta testate e segnala che il paese sta modernizzando le proprie capacità nucleari; nel 2025 sono inoltre aumentati i lavori presso il centro nucleare del Negev, vicino a Dimona.
Dire che Israele è completamente privo di rapporti con l’Aiea sarebbe inesatto. Esistono salvaguardie relative a specifici materiali e strutture. Ma, non essendo uno Stato non nucleare aderente al Tnp, Israele non sottopone l’intero programma alle salvaguardie complete che gravano sugli Stati aderenti. Da anni risoluzioni e iniziative internazionali chiedono che entri nel Trattato come Stato non nucleare e ponga tutte le proprie attività nucleari sotto controllo internazionale.
Il paradosso è evidente. L’Iran deve spiegare dove siano finiti 440,9 chilogrammi di uranio arricchito al sessanta per cento. Ed è giusto che debba farlo. Israele può mantenere opaco un arsenale atomico stimato in decine di testate perché è rimasto fuori dal principale trattato mondiale di non proliferazione. Questo non gli attribuisce un diritto internazionale alla bomba: significa semplicemente che non è vincolato dallo stesso sistema di obblighi assunto dall’Iran.
La disuguaglianza, del resto, è inscritta nella stessa architettura del Tnp. Il Trattato riconosce formalmente come Stati dotati di armi nucleari soltanto quelli che avevano fatto esplodere un ordigno prima del primo gennaio 1967: Stati Uniti, Unione Sovietica – oggi Russia -, Gran Bretagna, Francia e Cina. India, Pakistan e Israele sono rimasti fuori e hanno sviluppato arsenali nucleari; la Corea del Nord aderì al Trattato e successivamente annunciò il ritiro.
Nel gennaio 2026, secondo il Sipri, nel mondo esistevano circa 12.187 testate nucleari e tutti i nove Stati considerati dotati di armi atomiche stavano continuando a modernizzare i propri arsenali. Il problema della non proliferazione convive dunque con un’altra promessa del Tnp, quella del disarmo delle potenze nucleari, che appare sempre più lontana.
Da decenni esiste anche la proposta di trasformare il Medio Oriente in una zona libera dalle armi nucleari e dalle altre armi di distruzione di massa. L’idea risale agli anni Sessanta ed è stata ripresa più volte nelle sedi Onu e nelle conferenze di revisione del Tnp. Tutti gli Stati della regione, tranne Israele, aderiscono al Trattato. Israele sostiene che una zona denuclearizzata possa nascere soltanto dopo la costruzione di condizioni stabili di pace e sicurezza regionale; molti Stati arabi rovesciano il ragionamento e considerano proprio l’eliminazione delle armi nucleari una condizione della sicurezza.
È forse qui che il caso iraniano smette di essere soltanto iraniano. Se la regola è che nessun nuovo Stato debba arrivare alla bomba, resta da spiegare perché gli arsenali già esistenti possano essere modernizzati, perché alcuni siano dichiarati e altri mantenuti nell’opacità, e soprattutto quale credibilità possa conservare un sistema che pretende trasparenza assoluta da alcuni mentre convive da decenni con il segreto di altri.
Questo non assolve Teheran. L’Iran deve rispettare gli obblighi che ha sottoscritto, spiegare la sorte delle proprie scorte e permettere verifiche credibili. Ma applicare una regola non dovrebbe impedire di interrogarsi sulla regola stessa e sulle eccezioni che la politica internazionale ha costruito intorno ad essa.
C’è infine il risultato della guerra. Gli impianti iraniani sono stati bombardati con l’obiettivo dichiarato di impedire la proliferazione. Prima delle bombe, però, gli ispettori internazionali conoscevano molto più di quanto conoscano oggi sulla posizione e sulle condizioni del materiale nucleare iraniano. Distruggere centrifughe e strutture non distrugge automaticamente conoscenze scientifiche, competenze tecniche e materiale fissile. Può anzi rendere più difficile controllarli.
La domanda, allora, non è soltanto dove sia finito l’uranio iraniano. È chi stabilisce chi possa arricchirlo, chi debba aprire gli impianti agli ispettori, chi possa possedere l’atomica, chi possa mantenerla segreta e chi possa essere bombardato perché non arrivi mai ad averla.
Se la risposta dipende più dalle alleanze e dai rapporti di forza che da una regola uguale per tutti, il problema non riguarda soltanto Teheran. Riguarda la credibilità dell’intero sistema internazionale costruito per impedire che un giorno quelle bombe vengano davvero usate.
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