La creazione dello Stato di Israele è sempre stata un progetto di cancellazione/sostituzione: cancellare i palestinesi e sostituirli con immigrati ebrei importati da tutto il mondo. Ecco perché Israele si è sempre spinto fino all’estremo per distruggere città, villaggi, case e comunità palestinesi; perché ha cambiato i nomi dei luoghi; perché ha piantato alberi europei (indesiderati) e perché non ha problemi a far saltare in aria colline per far posto a brutti insediamenti israeliani o a devastare il paesaggio con un muro alto otto metri. Ma per fare tutto questo servono soldi – molti – e richiede complicità. A quanto pare, è anche molto, molto redditizio.
Il dato è sottolineato in un rapporto scottante , pubblicato questa settimana dalla relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese, che documenta oltre 45 entità in tutto il mondo (in un database di mille entità aziendali) accusate di essere complici delle violazioni dei diritti umani e dei crimini internazionali commessi da Israele in Palestina. Queste entità, pur esercitando un potere maggiore di molti stati, sfruttano – secondo Diana Buttu di Mehdi – le lacune del diritto internazionale.
Nel rapporto si ricorda che anche la Corte Internazionale di Giustizia, in più occasioni, ha riconosciuto “verosimile” che a Gaza sia in corso un genocidio, disponendo misure cautelari mai rispettate da Israele. Nonostante ciò, sottolinea Albanese, nulla è stato fatto per bloccare le forniture d’armi, né per sospendere gli accordi commerciali con Tel Aviv.
Albanese denuncia anche l’omertà dei grandi media e il silenzio colpevole dei governi occidentali, che non solo rifiutano di riconoscere il genocidio in atto, ma continuano a fornire appoggio militare, economico e politico allo Stato israeliano. Secondo la relatrice, “i Paesi che finanziano e armano Israele mentre questo commette crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio, violano il diritto internazionale e hanno l’obbligo giuridico di fermarsi e intervenire”.
Tra le aziende citate nel rapporto, figurano multinazionali del settore bellico, colossi della tecnologia legati alla sorveglianza, società di costruzione che operano nei Territori occupati, e persino istituti accademici coinvolti in programmi congiunti di ricerca militare. Il documento chiede un’indagine internazionale e sanzioni mirate.
Francesca Albanese ha inoltre denunciato le crescenti intimidazioni e minacce che riceve da mesi. «Per la prima volta ho paura», ha dichiarato in un’intervista. “Ma continuerò a parlare. Il mio compito è dire la verità e difendere la dignità umana, anche quando fa comodo ignorarla”.
La relatrice speciale conclude il rapporto con un appello: “I genocidi del passato sono stati riconosciuti troppo tardi. Questa volta possiamo e dobbiamo intervenire prima. La giustizia non può aspettare la fine del massacro”.


