Politica

PAROLE PAROLE PAROLE | L’Ue condanna i coloni israeliani. Italia e Germania aspettano

«Profonda preoccupazione», «grave preoccupazione», «condanna». Gli insediamenti sono illegali secondo il diritto internazionale. Le violenze dei coloni devono cessare.

All’Unione europea le parole non mancano. Sono i verbi a creare qualche problema.

L’Ue condanna, chiede, sollecita, ribadisce. Intanto in Cisgiordania gli insediamenti continuano ad allargarsi e i palestinesi continuano a subire aggressioni, espulsioni e violenze.

Il portavoce della Commissione europea per gli Affari esteri Anouar El Anouni ha ricordato che Bruxelles ha già approvato tre pacchetti di sanzioni contro coloni estremisti e organizzazioni associate alle violenze: complessivamente dodici persone e nove organizzazioni. Altre misure sono sul tavolo del Consiglio.

Sul tavolo, appunto.

Perché Regno Unito, Francia, Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna e Svezia hanno deciso che forse era arrivato il momento di alzarsi dal tavolo e fare qualcosa. Hanno annunciato misure nazionali e/o il sostegno a restrizioni europee contro il commercio dei prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati.

L’Italia no. E neppure la Germania.

Antonio Tajani ha spiegato perché: «Io sono sempre per le decisioni che vengono dell’Unione Europea, anche in materia commerciale, altrimenti si rischia di distorcere il mercato interno. Gli inglesi non fanno parte dell’Unione Europea». E ha aggiunto: «Le decisioni devono essere sempre prese a livello europeo».

Peccato che proprio a livello europeo quelle decisioni non riescano a passare. Aspettare. Aspetta l’Italia. Aspetta la Germania. Quest’ultima, però, non sembra avere la stessa pazienza quando si tratta di armamenti.

Il ministro della Difesa Boris Pistorius ha annunciato nuovi impegni tedeschi sul fronte della difesa ucraina, mentre Berlino punta ad aumentare la capacità produttiva dell’industria militare. Il ministro degli Esteri Johann Wadephul è stato ancora più esplicito: l’Ucraina dovrebbe acquistare più armi dalle aziende tedesche. Berlino, ha spiegato, è il principale donatore di Kiev e si aspetta che la propria industria della difesa sia coinvolta maggiormente nelle commesse.

«Al momento non siamo del tutto soddisfatti del livello degli ordini che riceviamo in Germania», ha detto Wadephul. Almeno qui le parole hanno il pregio della chiarezza.

Si producono missili, si aprono linee industriali, si cercano commesse, si accumulano arsenali in un continente nel quale il confronto con la Russia è diventato ogni giorno più pericoloso. Si può ritenere tutto questo indispensabile per difendere l’Ucraina. Resta però una domanda che la storia europea dovrebbe suggerire almeno ai tedeschi: le armi costruite da una presunta democrazia non scompaiono quando cambia un governo.

Restano negli arsenali. E mentre la Germania accelera il riarmo, Alternative für Deutschland è ormai una delle maggiori forze politiche del Paese. Non occorre prevedere che cosa accadrà. Basta ricordarsi che i governi passano. I missili restano.

Poi c’è l’Italia. Tajani sembra ormai avere costruito un piccolo vocabolario diplomatico portatile.

La guerra è brutta. La risposta israeliana è sproporzionata. Bisogna rispettare il diritto internazionale, fino a un certo punto. Bisogna arrivare a due popoli e due Stati. Bisogna fermare la violenza dei coloni.

Bisogna. Poi dodici Paesi decidono di intervenire concretamente sul commercio legato alle colonie israeliane e l’Italia scopre improvvisamente il pericolo di «distorcere il mercato interno».

Il diritto internazionale esiste. Certamente. Ma qualche volta dà l’impressione di arrivare fino a dove arriva il telecomando. O, trattandosi di Tajani, fino a dove arriva la frequenza di Mediaset.

Tolto il telecomando, però, rimangono i fatti. L’Italia riconosce l’illegalità degli insediamenti, condanna la violenza dei coloni e chiede a Israele di fermarla. Quando alcuni governi decidono di passare dalle dichiarazioni alle misure commerciali, Roma risponde che bisognerebbe aspettare l’Europa.

L’Europa aspetta gli Stati. Gli Stati aspettano l’Europa. Italia e Germania aspettano. I coloni no.


Riferimenti verificati: Wafa, Commissione/Ue; Consiglio dell’Unione europea; Ansa, 8 settembre 2026; Reuters, 8-9 settembre 2026.



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