Manca il respiro. All’inizio soltanto facendo uno sforzo, poi anche camminando pochi metri. Tosse secca, stanchezza, la sensazione che l’aria non basti più.
Possono essere i primi segnali della fibrosi polmonare idiopatica (Ipf), una malattia rara, cronica e progressiva che provoca la formazione di tessuto cicatriziale nei polmoni e ne riduce progressivamente la capacità di funzionare.
Ma mentre la medicina cerca nuovi farmaci e strumenti per riconoscere prima questa e altre malattie respiratorie, resta un problema molto meno raro: l’aria che respiriamo.
Un Registro per capire quanti sono davvero
In Italia, tra il 2017 e il 2023, il Registro nazionale malattie rare ha censito 3.517 persone con diagnosi di fibrosi polmonare idiopatica. Circa il 60 per cento sono uomini e l’età media alla diagnosi è attorno ai settant’anni.
È però una fotografia incompleta, perché finora l’Ipf è stata inserita nel gruppo più ampio delle interstiziopatie polmonari.
Per questo l’Istituto superiore di sanità ha avviato un Registro italiano specificamente dedicato alla malattia, coordinato dal Centro nazionale malattie rare. Sono già stati raccolti i dati di 425 pazienti seguiti da 17 centri, mentre l’arruolamento prosegue.
Non servirà soltanto a contarli. Il progetto permetterà di mettere in relazione storia clinica, immagini radiologiche, evoluzione della malattia e risposta alle terapie, fornendo alla ricerca una base di dati molto più precisa.
Un nuovo farmaco dopo anni
Sul fronte terapeutico una novità importante è arrivata con il nerandomilast. Due grandi studi clinici di fase tre pubblicati sul New England Journal of Medicine hanno mostrato un rallentamento del declino della capacità respiratoria nei pazienti trattati.
Nel luglio 2026 il farmaco, con il nome commerciale Jascayd, ha ottenuto l’autorizzazione europea per il trattamento degli adulti con fibrosi polmonare idiopatica e fibrosi polmonare progressiva.
Non è una cura risolutiva: il tessuto polmonare già cicatrizzato non torna sano. Ma dopo anni con poche possibilità terapeutiche si aggiunge un’altra strada per rallentare la progressione della malattia.
Cercare la malattia prima che tolga il respiro
La sfida successiva è arrivare prima. Lo studio Genesi, condotto dalla Fondazione Policlinico Gemelli insieme all’Università di Catania, studia le mutazioni genetiche dei pazienti con Ipf e sottopone a screening anche i familiari attraverso Tac del torace e stetoscopi elettronici.
L’obiettivo è individuare chi presenta una maggiore predisposizione e riconoscere la malattia quando il danno polmonare è ancora limitato.
Nello stesso giorno arriva un altro segnale interessante dalla ricerca: secondo Agi, un gruppo di ricercatori sta studiando la possibilità di individuare il tumore del polmone attraverso l’analisi del respiro, cercando nell’aria espirata molecole e alterazioni associate alla presenza della neoplasia. È un filone ancora da validare prima di poter diventare uno strumento clinico di routine.
Fibrosi e tumore sono malattie completamente diverse. Ma la direzione della ricerca è la stessa: non aspettare che il polmone cominci a chiedere aiuto.
E poi c’è l’aria che respiriamo
La tecnologia diagnostica avanza, ma intorno a noi continua a esserci un fattore di rischio quotidiano: l’inquinamento atmosferico.
Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, nel 2023 circa 182 mila morti nell’Unione europea sono risultate attribuibili all’esposizione a concentrazioni di PM2,5 superiori alle linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità. L’Italia è risultata il Paese dell’Unione con il maggior numero assoluto di decessi attribuibili a questa esposizione, davanti a Polonia e Germania.
Il dato va letto con attenzione: non significa che l’Italia abbia il tasso individuale più alto d’Europa, ma segnala comunque un carico sanitario enorme. Nel 2023 il 94,4 per cento della popolazione urbana europea risultava esposto a livelli di PM2,5 superiori alla soglia raccomandata dall’Oms.
Il particolato fine penetra in profondità nei polmoni e può entrare nel circolo sanguigno. L’inquinamento atmosferico è associato a malattie respiratorie e cardiovascolari e al tumore del polmone.
Anche sulla fibrosi arrivano segnali da non ignorare. Una metanalisi pubblicata nel 2025, che ha riunito 17 studi condotti in 14 Paesi per oltre 858 mila partecipanti, ha trovato un’associazione tra esposizione a PM2,5 e biossido di azoto e progressione della fibrosi polmonare idiopatica. Per ogni aumento di 5 microgrammi per metro cubo di PM2,5 è stato osservato un aumento dell’8 per cento del rischio di progressione.
Non significa poter attribuire la fibrosi all’inquinamento atmosferico: l’Ipf, come ricorda il nome stesso, rimane una malattia della quale non è stata identificata una causa unica. Significa però che l’aria può entrare nella storia clinica della malattia più di quanto si pensasse.
Registro, nuovi farmaci, genetica e perfino un possibile test del respiro raccontano una medicina che prova a guadagnare tempo. Ma c’è anche una prevenzione molto meno sofisticata. Fare in modo che respirare non sia già, di per sé, un fattore di rischio.
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