Politica

Prevedibile come un’alluvione per effetto serra. Vince Trump. C’è lui ora al comando di tutti i buoni che devono combattere i cattivi. Poveri noi

Siamo stati facili profeti nel prevedere la vittoria di Donald Trump. Non era difficile, ma non era neppure scontato. E’ stata una campagna elettorale a dir poco strana con un cambio di cavallo nel campo democratico eseguito tardi e male. Trump raccoglie più di quanto ha seminato, il resto lo hanno fatto i suoi competitors.

Joe Biden era riuscito nel compito non facile di risanare l’economia americana dopo i disastri del suo predecessore, lo stesso che adesso ne beneficerà. Eppure il suo stato di salute, l’incertezza nella politica estera, la mancanza di iniziative sul fronte migranti ne hanno offuscato l’immagine fino alla logica conclusione di un cambio di candidato arrivato oltre il tempo massimo.

Per di più con un personaggio opaco, poco carismatico e inconsistente politicamente come Kamala Harris. Non poteva che finire così al di là dei meriti di Trump: troppo debole la proposta democratica per contrastare l’onda lunga della Rust Belt, la zona della grande delusione dei bianchi poveri, incapaci di uscire dalla crisi di un’intera economia che era cresciuta intorno alla produzione di acciaio e che negli ultimi venti anni non ha fatto altro che perdere posti di lavoro e speranze.

Troppo incerta la politica estera di Biden per far credere che le sbruffonate di Trump sulla fine della guerra in Ucraina fossero una cosa seria. Troppo ambigua la posizione su Israele per non frustrare le simpatie democratiche dei seguaci di Allah.

Vista oggi a risultati ormai acquisiti la partita sembra quasi che non si sia neppure giocata, tanto da far sospettare che i nuovi leader emergenti nel campo democratico da Wes Moore a Hakeem Jeffries e Pete Buttigieg fino alle deputate Alexandria Ocasio-Cortez, Gretchen Whitmer, Katie Porter loro si forti in immagine e contenuti si siano guardati bene dal bruciarsi sull’altare di una difesa della democrazia contro l’onda reazionaria repubblicana.

La domanda adesso non è per quale motivo ha vinto Trump ma cosa succederà ora con la nuova presidenza. In parte si può andare a vedere cosa successe con il suo primo mandato. Al grido di “America First” ha cercato di rinegoziare o uscire da accordi internazionali che, a suo parere, penalizzano gli Stati Uniti, favorendo invece politiche di protezionismo economico. Ha promosso e firmato una riforma fiscale nel 2017 che ha abbassato significativamente le tasse per le imprese e, in misura minore, per i contribuenti individuali. Sebbene abbia stimolato una crescita economica a breve termine, la riforma ha anche contribuito a un aumento del deficit federale del quale si è dovuto occupare per l’appunto il suo successore.

Durante la sua presidenza, Trump ha avviato un massiccio programma di deregolamentazione, con l’obiettivo di ridurre la burocrazia federale e facilitare le attività delle imprese, soprattutto nel settore energetico, finanziario e ambientale. Ha ridotto o eliminato regolamentazioni che limitavano l’estrazione di combustibili fossili, come il carbone e il petrolio, e ha incentivato il fracking.

In politica estera da una parte ha avviato una guerra commerciale con la Cina, imponendo tariffe su molti prodotti cinesi per cercare di ridurre il deficit commerciale e contrastare le pratiche commerciali cinesi considerate sleali. Dall’altra ha avuto rapporti difficili con molti leader europei, criticando spesso la NATO e spingendo i Paesi membri a incrementare il proprio contributo finanziario all’alleanza. Ha, inoltre, cercato un approccio diretto con il leader Kim Jong-un, incontrandolo per la prima volta nel 2018. Anche se non si è arrivati a un disarmo nucleare, Trump ha presentato i suoi incontri come un tentativo di ridurre le tensioni nella penisola coreana. Bisogna vedere adesso che i nordcoreani combattono in prima linea in Ucraina se sarà altrettanto conciliante.

Lo scenario internazionale dalla prima presidenza ad ora è cambiato in maniera sostanziale. Bisognerà vedere come si concilieranno le idee espresse in campagna elettorale con le strategie belliche dei players impegnati nelle due importanti aree di crisi Ucraina e medio orientale. Non ci resta che aspettare gennaio quando sarà nel pieno delle sue funzioni anche se, visto il personaggio, non dovremo aspettare molto per avere i primi riscontri.

Se le notizie che arrivano da Teheran su Ahou Daryaei fossero confermate, ognuno di noi che ha figli dovrebbe provare quello che sentirebbe se fosse il proprio. La studentessa dell’Università Islamica che si è spogliata per protestare contro il regime in Iran sarebbe in coma. Secondo alcuni testimoni, le violente torture che le sono state inflitte dalle guardie di sicurezza l’hanno ridotta in fin di vita.
Abou, lo scorso 3 novembre, era stata fermata e molestata all’ingresso dell’università da agenti della polizia morale perché non indossava il velo. Per protestare contro la violenza delle guardie, si è tolta i vestiti strappati e ha iniziato a passeggiare fuori dall’ingresso dell’ateneo.
Un gesto dirompente che resterà nella storia.

Antonella Napoli

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