Cinque ragazzi – tre di 17 anni e due appena maggiorenni – sono coinvolti nell’accoltellamento di un coetaneo a Milano. Il processo farà il suo corso, e probabilmente, per alcuni di loro, si apriranno le porte del carcere minorile. È in questo contesto che Paolo Crepet, ospite a Ignoto X su La7, propone una riflessione radicale: “La cella non serve a far capire l’orrore di ciò che hanno fatto.”
L’alternativa: vedere da vicino la sofferenza
Crepet racconta un episodio di alcuni anni fa. A Rimini, un gruppo di minorenni aveva dato fuoco a un uomo che dormiva su una panchina. Invece del carcere, fu immaginata per loro una presenza forzata e quotidiana in corsia, accanto ai grandi ustionati. “Stare lì ogni pomeriggio, per mesi, vedere le ferite, le urla, la dipendenza assoluta da altri per ogni gesto: quella era l’unica scuola possibile per capire davvero”.
Da qui l’idea: invece di rinchiudere i giovani nel carcere minorile Beccaria, portarli nel reparto dove la vittima, in bilico tra la vita e la morte, sta tentando di riprendersi. “Che vedano cosa significa non poter camminare a vent’anni per una coltellata. Che ascoltino cosa significa piangere quando si è ridotti all’immobilità.”
La funzione della pena, secondo Crepet
Non si tratta di indulgenza o di giustificazione. L’intervento di Crepet è netto: “Quel reato è orribile. Ma non è in una cella che si costruisce consapevolezza. La prigione serve forse all’adulto che ha già scelto e capito. Ma il ragazzo che ha colpito senza misura ha bisogno di vedere le conseguenze reali, non di essere chiuso in un sistema che ripete punizioni senza trasformarle in esperienza.”




