Finisce in Parlamento la vicenda del giornalista Fabio Butera. La deputata del Movimento 5 Stelle Stefania Ascari ha presentato un’interrogazione a risposta scritta al Ministro della Giustizia per chiedere chiarimenti sulla condanna civile inflitta al giornalista, attualmente al vaglio della Corte di Cassazione. Butera è stato condannato in appello a risarcire 33mila euro per non aver rimosso alcuni commenti ritenuti diffamatori pubblicati da terzi sotto un suo post Facebook, nel quale criticava un articolo sui migranti.
Proprio per denunciare il caso la scorsa settimana è stato organizzato un sitin davanti alla Cassazione promosso dall’associazione di giornalisti e videomaker ‘GVPress’ a cui hanno adetito molti giornalisti tra cui il segretario dell’Usigrai Daniele Macheda e la Rete #NOBAVAGLIO e testate varie tra cui Alkemianews.it
“La responsabilità attribuita al giornalista non riguarda contenuti da lui prodotti, ma la mancata rimozione di commenti altrui, sulla base di una presunta conoscenza degli stessi dedotta in via inferenziale, senza accertare se ne fosse effettivamente consapevole”. Ascari richiama nella sua interrogazione la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, che richiede criteri chiari e prevedibili per imporre obblighi di rimozione e un rigoroso accertamento della conoscenza effettiva dei contenuti illeciti.
La deputata segnala inoltre che un simile orientamento rischia di comprimere il principio della responsabilità personale e di trasformare gli utenti delle piattaforme digitali in moderatori obbligati, senza strumenti né basi normative adeguate.
Gli autori materiali dei commenti risultano già perseguiti, sollevando dubbi sulla duplicazione delle responsabilità. Secondo Ascari, la conferma di questa impostazione potrebbe produrre un effetto dissuasivo sulla libertà di espressione, inducendo cittadini e giornalisti a evitare temi sensibili per timore di conseguenze derivanti da comportamenti di terzi.
L’interrogazione richiama l’articolo 21 della Costituzione e chiede al Ministro se intenda intervenire per chiarire i limiti della responsabilità degli utenti delle piattaforme digitali, garantire un corretto bilanciamento tra tutela della reputazione e libertà di espressione online e definire criteri uniformi sugli obblighi di moderazione. La vicenda Butera viene così proiettata oltre il singolo caso giudiziario, diventando un test significativo per il futuro della libertà di espressione nel contesto digitale e per il ruolo degli utenti nello spazio pubblico dei social network.
Come ha spiegato Butera davanti alla Cassazione: “Essere condannati per i commenti di terzi sotto un proprio post considerato legittimo è un onere troppo gravoso, perché a quei commenti non si è aderito e non c’è neanche prova della lettura, quando di quei commenti nessuno ha chiesto la rimozione. È un onere troppo gravoso che limita la libertà di espressione”.
Per quello stesso post, che criticava un articolo uscito su Il giornale di Vicenza, Butera era stato invece assolto dall’accusa di diffamazione, venendo invece condannato, per l’appunto, per i commenti non scritti da lui e che nessuno gli aveva mai chiesto di cancellare. “Quella stessa responsabilità, denuncia Butera, non viene attribuita dalle sentenze neanche alle stesse piattaforme social. E poi mi chiedo con che criterio avrei dovuto cancellare questi commenti?”.






