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RIVISTA DI PSICHIATRIA | Femminicidio, comprenderne le radici per costruire una prevenzione efficace

Il femminicidio non è un evento imprevedibile né l’esito inevitabile di una patologia individuale. I contributi raccolti e presentati nell’ultimo numero della Rivista di Psichiatria mostrano come alla base della violenza contro le donne agiscano dinamiche di dominio, disuguaglianze di genere e fattori relazionali che richiedono un approccio multidisciplinare alla prevenzione. Quasi ogni giorno la cronaca riporta nuovi casi di donne uccise da partner, ex partner o uomini che non accettano un rifiuto. Episodi che suscitano indignazione e interrogativi, ma che troppo spesso vengono raccontati come fatti isolati, frutto di una perdita di controllo improvvisa o di una generica fragilità psicologica.

Le evidenze scientifiche suggeriscono però una lettura diversa. È proprio da questa esigenza di comprensione che nasce per conto de ‘Il Pensiero Scientifico Editore’  il numero della Rivista di Psichiatria dedicato agli atti del convegno “L’ultimo appuntamento: fattori di rischio e prevenzione del femminicidio”, organizzato dalla Fondazione Roma Sapienza e svoltosi nel novembre 2025 presso la Sapienza Università di Roma. Nell’editoriale che introduce il fascicolo, Massimo Biondi e Alessandra Iannitelli sottolineano come il femminicidio sia «un fenomeno complesso che non può essere compreso attraverso un’unica lente interpretativa». Per questo, spiegano gli autori, è necessario costruire uno spazio comune di confronto tra medicina, psicologia, psichiatria, psicoanalisi, diritto, sociologia e antropologia, affinché la conoscenza del fenomeno possa tradursi in efficaci strategie di prevenzione.

Uno dei temi centrali emersi dal convegno riguarda la definizione stessa di femminicidio. I contributi raccolti nel fascicolo convergono nel considerarlo non semplicemente come l’uccisione di una donna, ma come l’espressione estrema di una relazione segnata dalla disuguaglianza e dalla volontà di dominio. In questa prospettiva, il femminicidio si configura come un vero e proprio «crimine di potere», fondato sulla discriminazione di genere e sostenuto, almeno in parte, da modelli culturali che continuano a influenzare il modo in cui uomini e donne vengono percepiti e rappresentati nella società. Una lettura che si colloca ben oltre la dimensione individuale del gesto criminale. Come emerge dai diversi contributi, il femminicidio non è un’anomalia che interrompe il normale funzionamento delle relazioni sociali, ma l’esito più drammatico di dinamiche di controllo e possesso che possono manifestarsi in forme diverse e molto prima dell’atto omicidiario.

Uno degli aspetti più interessanti affrontati nel numero riguarda il rapporto tra femminicidio e psicopatologia. La convinzione che chi uccide una donna sia necessariamente affetto da una grave malattia mentale è profondamente radicata nell’immaginario collettivo. Tuttavia, i dati analizzati dagli autori raccontano una realtà più complessa. Pur essendo possibile riscontrare in alcuni casi la presenza di disturbi psichiatrici, solo una quota limitata degli autori di femminicidio presenta condizioni tali da compromettere significativamente la capacità di intendere e di volere.

Questo dato assume una rilevanza cruciale. Ricondurre il fenomeno esclusivamente alla patologia rischia infatti di occultarne le radici culturali e sociali. Come ricordano Biondi e Iannitelli nelle loro conclusioni, il femminicidio «non deve essere riportato a disturbi mentali dell’agente», poiché solo una minoranza dei casi è riconducibile a precedenti condizioni psichiatriche. L’attenzione deve quindi spostarsi verso altri elementi che la letteratura individua come maggiormente rilevanti. Tra i fattori di rischio più frequentemente associati al femminicidio emergono gelosia, possessività, impulsività, aggressività e dipendenza affettiva. Particolarmente significativa appare la difficoltà di alcuni uomini ad accettare l’autonomia femminile e la trasformazione dei rapporti di coppia. La separazione, il desiderio di indipendenza della partner o la fine della relazione possono rappresentare momenti critici nei quali si attiva un’escalation di comportamenti controllanti e violenti.

Secondo gli studi presentati nel fascicolo, l’aggravarsi della violenza coincide spesso con una crisi dell’identità maschile, alimentata dalla percezione di perdere un ruolo tradizionalmente associato al controllo e al possesso della relazione. In questo senso, il femminicidio non nasce dall’amore, ma dalla sua distorsione. Alla base vi è ciò che gli autori definiscono una relazione di dominio, nella quale l’altra persona viene percepita non come soggetto autonomo ma come oggetto da controllare.

Le analisi medico-legali riportate nel volume offrono ulteriori elementi di riflessione. Il femminicidio si consuma prevalentemente in contesti familiari o affettivi e presenta caratteristiche ricorrenti che lo distinguono da altre forme di omicidio. Tra queste, gli studiosi segnalano il cosiddetto «eccesso di violenza», ossia l’impiego di modalità aggressive particolarmente intense e, talvolta, di più mezzi di offesa contemporaneamente. Questi elementi suggeriscono che il femminicidio rappresenti spesso l’esito finale di una violenza già presente nella relazione. Non un evento improvviso, dunque, ma il punto di arrivo di un percorso che può comprendere minacce, controllo, isolamento, persecuzioni e aggressioni precedenti.

Da qui l’importanza del riconoscimento precoce dei segnali di allarme. Gli autori insistono sulla necessità di sviluppare strumenti capaci di individuare tempestivamente le situazioni a rischio, prima che la violenza raggiunga livelli irreversibili. Se il femminicidio è il prodotto di dinamiche culturali profonde, la prevenzione non può limitarsi agli interventi di emergenza.

Una delle indicazioni più forti emerse dal convegno riguarda la necessità di agire «a monte», intervenendo sulle forme precoci di aggressività e di controllo che possono manifestarsi già durante l’infanzia e l’adolescenza. Bullismo, sopraffazione, stereotipi di genere e incapacità di gestire il conflitto rappresentano fenomeni che meritano attenzione non soltanto per il loro impatto immediato, ma anche perché possono costituire il terreno sul quale si sviluppano future relazioni violente.

La scuola, in questa prospettiva, assume un ruolo strategico. Educare al rispetto delle differenze, all’autonomia reciproca e alla gestione delle emozioni significa investire in una prevenzione di lungo periodo. Accanto agli interventi educativi, gli studiosi richiamano la necessità di una maggiore diffusione delle conoscenze sul fenomeno, affinché operatori sanitari, insegnanti, magistrati, forze dell’ordine e cittadini possano riconoscere più facilmente i segnali di rischio.

Dalle pagine della Rivista di Psichiatria emerge con chiarezza che la prevenzione del femminicidio non può essere affidata a un singolo settore della società. Servono strumenti clinici per individuare le situazioni ad alto rischio, interventi giudiziari efficaci per proteggere le vittime, percorsi educativi capaci di contrastare gli stereotipi e una profonda trasformazione culturale.

Nelle conclusioni dell’editoriale, Biondi e Iannitelli sintetizzano efficacemente il nucleo del problema: il femminicidio è un fenomeno criminale e sociale che ha alla propria radice «il rapporto di discriminazione e diseguaglianza tra i sessi» e nel quale il fattore chiave resta il «dominio» e la relazione di possesso. Comprenderne le cause significa quindi smettere di considerarlo un’emergenza episodica e riconoscerlo per quello che è, un problema strutturale che riguarda l’intera società. Occorre altresì interrogarsi sui modelli culturali che ancora oggi rendono possibile la violenza, coinvolgendo nella sfida istituzioni, professionisti e cittadini, come dimostra il lavoro raccolto in questo numero della Rivista di Psichiatria, che si è avvalso del contributo di molte discipline e molte competenze.

Erica Sorelli

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