Diritti

SANITÀ | La violenza non arriva soltanto dai pazienti. Un operatore su sei subisce la svalutazione sistematica del proprio lavoro

Quando si parla di violenza contro medici, infermieri e operatori sanitari vengono subito in mente i pronto soccorso, le urla nelle corsie, le aggressioni di pazienti e familiari. Esistono, sono numerose e continuano a rappresentare un problema enorme. Nel 2025 il ministero della Salute ha registrato quasi 18 mila aggressioni, che hanno coinvolto 23.367 lavoratori.Ma dentro ospedali, ambulatori, residenze sanitarie e servizi territoriali esiste anche una violenza meno fotografabile. Non rompe porte, non manda necessariamente qualcuno al pronto soccorso, spesso non finisce nemmeno in una denuncia. È la svalutazione quotidiana del lavoro.

La prima indagine italiana del progetto europeo Brave-Wow, coordinata dall’Istituto superiore di sanità, ha coinvolto 2.149 professioniste e professionisti di quattordici strutture italiane. Il 68,1 per cento riferisce che nel proprio ambiente di lavoro si verificano almeno occasionalmente episodi di violenza verbale; il 65,7 per cento segnala forme di violenza psicologica.

Quando però si passa dagli episodi occasionali a quelli che diventano abituali, il quadro cambia. La forma di violenza più persistente è proprio la svalutazione sistematica dell’attività professionale: riguarda regolarmente il 16,3 per cento degli intervistati e negli ospedali arriva al 19,3 per cento. Seguono urla e insulti, con il 15,1 per cento, e gli abusi legati ai rapporti gerarchici, con il 12,1 per cento.

Competenze ignorate, lavoro continuamente messo in discussione, contributi non riconosciuti, esclusione dalle decisioni. Presi uno alla volta possono sembrare episodi minori. Ripetuti ogni giorno diventano un ambiente di lavoro.

Ed emerge un altro dato difficile da liquidare come marginale. Se negli episodi occasionali sono soprattutto i familiari dei pazienti a essere indicati come autori delle aggressioni, quando violenza e molestie diventano ricorrenti compare soprattutto il superiore gerarchico.

Tra chi dichiara di avere subito violenza o molestie, il 37,9 per cento indica infatti un superiore o un responsabile tra le persone coinvolte. Negli ospedali la percentuale sale al 43,2. Seguono familiari dei pazienti, colleghi e pazienti.

Il confronto europeo rende il fenomeno ancora più interessante: in Italia, Portogallo, Spagna e Slovenia la quota di operatori che indica un superiore gerarchico oscilla appena tra il 42 e il 45 per cento. Sistemi sanitari differenti, organizzazioni diverse, culture differenti. Il problema resta quasi identico.

Poi c’è il lavoro. Secondo l’indagine, il fattore più frequentemente associato agli episodi di violenza e molestia non sono i turni di notte e neppure le emergenze. È il sovraccarico di lavoro insieme al sovraffollamento, indicato dal 54,3 per cento degli intervistati.

E qui la questione esce definitivamente dal recinto dei cattivi comportamenti individuali. Perché se si lavora con personale insufficiente, reparti pieni, tempi compressi e gerarchie sotto pressione, il conflitto trova un terreno già preparato.

Lo stesso progetto Brave-Wow aveva già richiamato l’attenzione su un problema noto: la violenza nei luoghi sanitari è largamente sottosegnalata e una delle ragioni è la convinzione che denunciare serva a poco. La nuova indagine italiana conferma il cortocircuito. Il 52,7 per cento degli operatori ritiene di poter parlare apertamente con la dirigenza delle situazioni di disagio. Ma soltanto il 39,2 per cento pensa che l’organizzazione risponda efficacemente alle segnalazioni e appena il 31,9 per cento vede misure concrete e riconoscibili di prevenzione.

Ancora più scarsi i servizi a disposizione: il supporto psicologico viene indicato dal 20,8 per cento, personale specificamente dedicato alla gestione degli episodi dal 18,7, servizi di counselling dal 18,3 e supporto legale dal 16,1 per cento.

C’è infine la questione di genere. Il campione è composto per il 74,3 per cento da donne e, tra chi ha subito episodi di violenza o molestia, il 56 per cento ritiene che quanto accaduto sia stato almeno in parte influenzato dal proprio genere. Eppure solo il 7,3 per cento riconosce che nella propria organizzazione violenza e molestie abbiano una dimensione strutturalmente legata al genere. Il 21,3 per cento riferisce inoltre di essersi visto negare una promozione o un aumento rispetto a colleghi di altro genere; negli ospedali la quota raggiunge il 24,9 per cento.

Negli ultimi anni sono stati rafforzati gli strumenti repressivi contro chi aggredisce il personale sanitario. Serviva. Ma i dati dell’Istituto superiore di sanità aggiungono un pezzo che nessuna telecamera davanti al pronto soccorso può intercettare.

Proteggere chi cura significa certamente impedire che venga picchiato o insultato da un paziente. Significa anche organizzare il lavoro perché non venga logorato ogni giorno da carichi ingestibili, rapporti gerarchici patologici, delegittimazione e silenzi. Perché un ospedale nel quale chi deve curare viene sistematicamente umiliato non fa male soltanto ai lavoratori. Prima o poi peggiora anche la cura.



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