Il governo di Accra ha sospeso tutti i permessi di porto d’armi e stabilito che, per ottenerli nuovamente, sarà necessario dimostrare di possedere una serie di requisiti più rigorosi. Tra questi figurano una valutazione della salute mentale, test antidroga, addestramento pratico e nuovi controlli amministrativi.
La decisione è maturata dopo alcuni episodi di cronaca, tra cui tre suicidi avvenuti negli ultimi mesi con armi detenute legalmente. Parallelamente, il governo ha promosso un’amnistia per favorire la consegna volontaria delle armi illegali: sono già state restituite oltre quattromila armi da fuoco, compresi numerosi kalashnikov. Resta però il problema di oltre un milione di armi non registrate.
Verificare che una persona sia nelle condizioni psicofisiche adeguate prima di affidarle un’arma significa riconoscere che la prevenzione è parte integrante delle politiche di sicurezza.
La salute mentale non può diventare un marchio o uno strumento di discriminazione. La grande maggioranza delle persone con disturbi psichici non è violenta; anzi, è più spesso vittima di violenza e oppressioni. Ogni valutazione deve quindi essere fondata su criteri scientifici, professionisti qualificati e procedure trasparenti.
La decisione del Ghana riporta al centro il rapporto tra diritto e medicina. Anche in Italia molti operatori sanitari richiamano la necessità di investire nella prevenzione, nei servizi di salute mentale e nella formazione delle forze dell’ordine per affrontare le crisi senza aggravarle.
Può sorprendere che una riflessione così avanzata provenga da un Paese africano spesso raccontato attraverso stereotipi. Eppure introduce un principio semplice: chi chiede il diritto di detenere un’arma deve dimostrare di poterlo esercitare senza rappresentare un rischio per sé e per gli altri.
La sicurezza non comincia quando qualcuno preme un grilletto. Comincia molto prima: nella prevenzione, nella salute, nella formazione e nella capacità di una comunità di prendersi cura delle proprie fragilità.







