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TREGUA | Come il Libano, Hormuz e le tensioni nucleari stanno mettendo alla prova il fragile accordo tra Stati Uniti e Iran

TEHERAN — Il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran , volto a ridurre l’escalation di mesi di confronto, sta incontrando le prime complicazioni, a causa delle pressioni concomitanti derivanti dalla ripresa delle violenze in Libano, dall’interruzione dei negoziati diplomatici e dall’intensificarsi della retorica intransigente all’interno dell’Iran.

A soli due giorni dalla firma dell’accordo da parte dei presidenti dei due Paesi, sorgono interrogativi sulla sua tenuta di fronte alle tensioni regionali e marittime.

Al centro della pressione c’è il Libano, dove gli attacchi israeliani sulle aree meridionali si sono intensificati. Venerdì l’esercito israeliano ha dichiarato di aver colpito decine di obiettivi legati a Hezbollah, mentre le autorità libanesi hanno segnalato numerose vittime civili e danni alle infrastrutture.

Secondo i media statali, il Ministero degli Esteri iraniano ha condannato fermamente gli attacchi, con il portavoce Esmail Baghaei che ha sottolineato gli impegni assunti dal governo statunitense nell’ambito delle disposizioni del memorandum relative alla cessazione dei conflitti. Teheran ha descritto la clausola sul Libano come parte integrante dell’accordo, segnalando che la prosecuzione dei combattimenti potrebbe avere ripercussioni dirette sull’attuazione dell’intesa.

Separatamente, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha affermato che Washington ha la responsabilità di garantire la fine delle ostilità su tutti i fronti, compreso quello libanese. In una telefonata con Ishaq Dar, il suo omologo pakistano – il Paese mediatore – Araghchi ha anche avvertito gli Stati Uniti delle conseguenze di qualsiasi violazione dell’accordo. 

Un incontro diplomatico di follow-up, inizialmente previsto per venerdì a Ginevra, è stato invece rinviato a data da destinarsi, tra le speculazioni che collegano la questione al conflitto in Libano. 

Stretto ‘non negoziabile’

Parallelamente a quanto accaduto in Libano, anche all’interno dell’Iran si è inasprito il discorso intransigente sulla questione dello Stretto di Hormuz, da tempo considerato dai conservatori una leva strategica cruciale.

L’agenzia di stampa Tasnim, affiliata al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, ha sostenuto venerdì in un articolo che lo stretto dovrebbe essere chiuso fino a quando Israele non interromperà le operazioni in Libano, presentando la pressione marittima come un legittimo meccanismo di applicazione del memorandum. Nella sua argomentazione, l’organo di stampa legato alle Guardie Rivoluzionarie ha insistito sul fatto che riaprire lo stretto mentre gli attacchi israeliani continuano equivarrebbe a indebolire l’influenza dell’Iran, avvertendo che ciò “infliggerebbe gravi danni agli strumenti di potere dell’Iran”. Ha inoltre chiesto la sospensione di qualsiasi futuro negoziato fino a quando Israele – che l’agenzia di stampa ha definito “il cane rabbioso dell’America” ​​– non si ritirerà completamente dal Libano.

Lo stesso giorno, l’Autorità iraniana per lo Stretto del Golfo Persico ha emesso nuove istruzioni operative che impongono alle navi di presentare le richieste di transito con 48 ore di anticipo, citando “condizioni speciali” e rischi per la sicurezza. Sebbene i funzionari abbiano presentato le misure come di natura tecnica, esse si inseriscono in un contesto di segnali più ampi di inasprimento dei controlli marittimi durante la fase iniziale del memorandum.

La retorica intransigente è stata ulteriormente amplificata da Hossein Shariatmadari, direttore del quotidiano Kayhan nominato dalla Guida Suprema, che da tempo si batte per la chiusura di Hormuz, ben prima del recente conflitto.

Intervenendo alla televisione di stato, Shariatmadari ha definito lo stretto “non negoziabile” e ha chiesto la confisca dei beni appartenenti agli Stati Uniti e ai loro alleati che lo attraversano. Ha inoltre ribadito un’altra opzione iraniana: la chiusura dello stretto di Bab el Mandeb nel Mar Rosso, proponendo il controllo tramite il lancio di missili a lungo raggio. Shariatmadari ha criticato i meccanismi finanziari delineati nel memorandum, sostenendo che i fondi proposti rappresentavano “un progetto di investimento sotto la supervisione degli Stati Uniti” piuttosto che un risarcimento significativo per la guerra.

Le sue dichiarazioni potrebbero riflettere una posizione ideologica più ampia all’interno della linea dura iraniana, che considera il controllo marittimo non semplicemente come un’infrastruttura economica, ma come uno strumento coercitivo direttamente legato alla sicurezza nazionale e alla deterrenza regionale.

Sfide in materia di supervisione nucleare 

Il rinvio dell’incontro di Ginevra è apparso come un intoppo che sottolinea la fragilità della tabella di marcia diplomatica dell’accordo, che si basa su colloqui sequenziali per definire l’allentamento delle sanzioni, gli accordi sul nucleare e i meccanismi di verifica.

Il ritardo si verifica mentre persistono dubbi sulle disposizioni relative alla supervisione nucleare. Funzionari iraniani hanno respinto una notizia dell’Associated Press secondo cui Teheran avrebbe accettato ispezioni immediate da parte dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, affermando che gli accordi restano soggetti a condizioni da definire entro la finestra di negoziazione di 60 giorni, e non immediatamente.

Il portavoce del Ministero degli Esteri, Baghaei, ha dichiarato in un comunicato ufficiale che, sebbene il monitoraggio di alcuni siti precedentemente accessibili possa continuare, il nuovo accesso alle strutture colpite dagli attacchi militari, così come al deposito conteso di uranio altamente arricchito, dipenderà dall’esito dei negoziati nelle fasi successive.

Questi eventi mettono in luce il dibattito interno all’Iran sulla questione se il memorandum rappresenti un quadro di de-escalation sostenibile o una pausa temporanea del conflitto .

Da un lato, alti funzionari iraniani, tra cui il presidente, il ministro degli esteri e il presidente del parlamento, si sono pubblicamente schierati a favore del cauto sostegno all’accordo da parte della Guida Suprema, presentandolo come un successo diplomatico controllato, volto a preservare gli interessi strategici dell’Iran.

D’altro canto, gli attori più intransigenti continuano a mettere in discussione sia la sostanza che l’applicabilità dell’accordo, in particolare in relazione al Libano e alla sua influenza marittima nel Golfo. Secondo le loro argomentazioni, l’establishment iraniano deve tenersi a portata di mano i suoi principali strumenti strategici, in particolare Hormuz, qualora la situazione dovesse peggiorare.

Nonostante le apparenti difficoltà, il memorandum rimane formalmente intatto nella sua fase iniziale, con entrambe le parti che manifestano il proprio impegno nei confronti del suo quadro di riferimento. 

Come hanno sottolineato i funzionari iraniani nel difendere la prudente impostazione dell’accordo, la sua durata non dipende solo dalle firme diplomatiche, ma anche dall’effettiva attuazione degli impegni assunti da tutte le parti. 

Nel contesto attuale, sembra che questa prova sia iniziata molto prima del previsto.




 

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