I leader europei, storditi dagli attacchi dell’ex alleato americano volano a Kiev nel giorno del terzo anniversario dell’inizio dell’invasione russa per ribadire il loro appoggio all’ex uomo di Washington. E’ una palese presa di posizione per contrastare, o almeno tentare di farlo, il voltafaccia dell’amministrazione americana che per quasi tre anni ha inviato aiuti militari e proclamato a gran voce di essere al fianco degli ucraini fino alla vittoria salvo poi ritirare soldi e appoggio politico. I pacifisti europei sono sempre stati accusati, in gran parte con disonestà intellettuale, di essere filo putiniani. La verità è che invece il movimento pacifista chiedeva una trattativa fra gli ucraini e i russi e si aspettava che a favorirla fosse un’iniziativa dell’Unione Europea. La sicurezza della vittoria se non sul campo almeno sul piano strategico ha portato la leadership europea a questo binario morto dell’essere ora ancora impegnata a sostenere anche militarmente l’Ucraina mentre sono in corso le più paradossali trattative di “pace”.
Il vicepresidente americano Vance interviene alla conferenza sulla sicurezza e davanti a capi di Stato, ministri, generali, e dice che le minacce non vengono dalla Russia o dalla Cina ma dall’Europa stessa che si allontana dai valori condivisi con gli americani picconando in tal modo le basi stesse della convivenza civile europea. Questa è, almeno se non di più, una dichiarazione di antipatia verso l’Europa e infatti in platea a Monaco scende il gelo. l’Europa è spaventata e come succede in questi casi la prima cosa che salta è la disciplina fiscale. Rimozione di vincoli e più debiti che non si potevano fare per rilanciare un’economia in chiara crisi, adesso si faranno per le armi. Vance, Trump e Musk impongono di aumentare le spese militari e Von der Leyen si affretta ad ubbidire, decidendo che da subito le spese militari non incideranno sul patto di stabilità, cioè su quella regola rigida del 3 per ceento che tanto piace, o almeno piaceva, ai tedeschi e che ha affossato per esempio la Grecia. La sconfitta dei liberali nelle elezioni politiche svoltesi domenica in Germania aiuta in questo senso. L’uscita di scena dell’ultra rigorista Christian Lindner toglie di mezzo un ostacolo non da poco a politiche più elastiche. l’Europa così facendo, però, non si rinforza ma è sempre più sola, impaurita dalla nuova dirigenza americana dentro l’alleanza e dai vecchi “nemici” russi subito fuori i suoi confini.
La domanda a questo punto è: ma chi veramente pensa ai popoli, quello ucraino ma anche al popolo russo, veramente crediamo che ci pensino Trump o Putin? Avremmo dovuto operare per la pace però adesso ci chiediamo se è giusto chiedere la resa dell’Ucraina come stanno chiedendo Putin e Trump per meri interessi strategici. Non finiamo per cancellare, così facendo, una parte di quei pilastri della democrazia costruiti sulle ceneri della seconda guerra mondiale che è stata la spinta per la nascita dell’esperienza comunitaria? Certo l’opinione pubblica è stanca di questa situazione. C’è chi dice basta, vogliamo tornare a pagare il gas e la benzina quanto la pagavamo prima dell’inizio della guerra. Sarà il caso di spiegare però che questo non accadrà, non ci sono le condizioni ora e non ci saranno per diverso tempo perché la partita che si sta giocando guarda molto più lontano, guarda alla Cina.
Gli Stati Uniti hanno identificato nella Cina il rivale strategico. Trump ha sempre dichiarato che gli Stati Uniti sono in declino e quindi devono concentrare i loro sforzi sul teatro di primaria importanza, che è quello di contrastare la crescita dell’economia cinese. Non possono disperdere risorse in scenari di secondaria importanza come l’Ucraina, da qui nasce l’esigenza di chiudere questa partita. Gli USA hanno bisogno della Russia per serrare un accerchiamento della Cina e Trump cercherà di portare all’attenzione di Putin un argomento che ha una sua qualche validità, cioè la Russia rischia molto nell’affidarsi completamente alla Cina, perché la Cina è un paese di vari ordini di grandezza superiore in termini demografici, ha una capacità, un’economia di svariati ordini di grandezza più grande e la Russia rischia di uscire fagocitata letteralmente dalla Cina. La Cina ha tenuto la porta aperta a Mosca quando nel 2022 sono entrate in vigore le sanzioni occidentali, se la Cina avesse aderito a queste sanzioni probabilmente staremmo a parlare di una situazione molto diversa, ma non lo ha fatto, come non lo ha fatto l’India. Questo significa sicuramente che la Russia si è legata a doppio filo alla Cina, ma ha anche altri partner per esempio l’India così come il Vietnam, il Sud Africa, il Brasile e la Corea del Nord. Quindi la Russia ha nella Cina un partner importante ma non è che si è consegnata nelle mani della Cina come invece ha fatto l’Ucraina consegnatasi nelle mani degli Stati Uniti salvo poi essere tradita dalla nuova amministrazione.
Trump cercherà sicuramente di promettere la rimozione delle sanzioni e la ripresa di alcuni rapporti di collaborazione in materia scientifica e in materia di esplorazione petrolifera che erano già in corso, peraltro, da tempo. Anche perché i russi hanno grandi capacità tecniche su questo campo e sono in vantaggio su tutti nell’Artico, cosa ben nota a Trump che non a caso ha fatto la sparata sull’annessione della Groenlandia. Quindi cercherà di allettare Putin con una serie di bonus strategici. C’è però il rischio che questa manovra non vada a buon fine perché i russi hanno maturato una grossa consapevolezza del fatto che non è assolutamente il caso di fidarsi degli americani, visto che c’è si un’amministrazione favorevole, ma non c’è alcuna garanzia che eventuali accordi presi adesso abbiano una validità permanente visto anche che Trump non potrà avvalersi di un secondo mandato.
Su una cosa sembrano i due trovarsi d’accordo, riservare un trattamento ferocissimo all’Europa. E qui torniamo alla sfilata di capi di stato ieri a Kiev. Una triste parata di leader impauriti che inviano Emmanuel Macron e Friedrich Merz a cercare una mediazione per evitare di essere schiacciati in questo tritacarne che sembra essere la presidenza Trump. Chi sperava in una facile soluzione del conflitto, foriera di buone notizie per tutti, per ora si è ricreduto. Speriamo che a Bruxelles abbiano capito la lezione anche se per ora i segnali sono deboli e contraddittori.