In Fondo

UN CALCIO AI TIRANNI | Scendiamo in campo per la Coppa del Mondo dei Diritti Umani

Il più grande evento sportivo del pianeta, la Coppa del Mondo Fifa maschile, sta per iniziare. Milioni di persone in tutto il mondo staranno sveglie, con gli occhi assonnati, a guardare le partite a orari irragionevoli e a inventare deboli scuse per non andare al lavoro la mattina dopo. Si prevede che oltre un miliardo di persone guarderà la finale in Tv a metà luglio. Si tratta di un pubblico più vasto di qualsiasi evento sportivo olimpico e superiore al numero di persone che hanno visto Squid Game su Netflix.
Sud-SudSviluppo

La Coppa del Mondo è anche un grande affare. La Fifa ha previsto che la competizione potrebbe portare ben 30,5 miliardi di dollari di entrate turistiche per Stati Uniti, Canada e Messico, i tre paesi ospitanti del 2026. Ma non tutto va per il meglio per il calcio.

Amnesty International e oltre cento organizzazioni locali per i diritti umani hanno emesso un avviso di viaggio per i tifosi che intendono visitare le undici città statunitensi che ospiteranno le partite dei Mondiali. Secondo i dati ottenuti da Human Rights Watch, l’Ice ha arrestato 167mila persone nei dintorni delle undici città tra gennaio 2025 e marzo 2026. I visitatori sono avvertiti che potrebbero subire perquisizioni invasive dei loro telefoni alla frontiera, “profilazione razziale” e altri gravi abusi che violano “gli obblighi degli Stati Uniti in materia di diritti umani ai sensi del diritto nazionale e internazionale”. Ancora prima del fischio d’inizio, al principale arbitro africano, Omar Artan, somalo, è stato negato l’ingresso negli Stati Uniti all’aeroporto internazionale di Miami e non potrà quindi partecipare al torneo.

Gli arrivi turistici negli Stati Uniti erano già diminuiti del 5,4 per ceto lo scorso anno, e ora l’effetto “Trump” sta avendo un impatto anche sui prossimi Mondiali di calcio. Secondo un sondaggio condotto dall’American Hotel and Lodging Association su oltre duecento hotel delle città ospitanti, “quasi l’80 per cento ha dichiarato che le prenotazioni alberghiere sono inferiori alle previsioni iniziali”. Alcuni tifosi hanno difficoltà a ottenere il visto, ma anche l’aumento vertiginoso dei costi e la minaccia di essere deportati per qualche commento offensivo su Trump pubblicato su Facebook rappresentano un deterrente.

Lo scorso ottobre, durante una grande protesta “No Kings” a Brooklyn, mi sono unito ai miei concittadini newyorkesi per manifestare contro questa regressione democratica negli Stati Uniti. Almeno sei milioni di persone hanno protestato a livello nazionale, di cui un quarto di milione a New York, dove lavoravo da dieci anni.

La giornata sembrava una festa. Un manifestante suonava una vuvuzela, uno strumento a fiato fastidiosamente rumoroso presentato al mondo intero durante i Mondiali di calcio del 2010 in Sudafrica. Un altro indossava un costume gonfiabile da pollo e portava un cartello con la scritta: “Sono più maturo del Presidente”.



Nonostante la frivolezza della situazione, il presidente Trump aveva minacciato di schierare l’Fbi contro i manifestanti e il suo staff aveva denunciato il movimento No Kings come un’organizzazione creata da scontenti traditori. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, aveva incolpato il Partito Democratico, affermando che “la sua base elettorale principale è composta da terroristi di Hamas, immigrati clandestini e criminali violenti”. Il sito web del movimento No Kings, dal canto suo, dichiarava che “in America non abbiamo re e non ci arrenderemo di fronte al caos, alla corruzione e alla crudeltà”. Sembrava che uno scontro fosse imminente.

Quel giorno, tuttavia, l’incontro più aggressivo che ho avuto è stato quando qualcuno mi ha infilato in mano un piccolo biglietto giallo brillante. Su di esso c’era scritto a caratteri cubitali “Conosci i tuoi diritti” e un testo utile da recitare in caso di fermo, tra cui: “La Costituzione degli Stati Uniti garantisce diritti a tutte le persone. Sono orgoglioso di esercitare i miei”. Un codice QR rimandava a consigli legali pertinenti.

Quelle leggi si frappongono ancora tra il presidente Trump e il potere illimitato che brama. Ma, dato che Trump ha ormai nominato 265 giudici federali e tre giudici della Corte Suprema, alcune garanzie legali appaiono precarie. Alcune agenzie federali statunitensi hanno già abbracciato la deriva autoritaria di Trump, e le deportazioni illegali e l’uccisione extragiudiziale di due manifestanti per le strade di Minneapolis sono gli esempi più inquietanti di una tendenza corrosiva.

Il divario che ne deriva tra giurisprudenza e giustizia può essere letale. Come presidente del Center for Victims of Torture (Cvt), con sede negli Stati Uniti, ho visitato case rifugio nella periferia di Nairobi, in Kenya, per rifugiati Lgbt+ provenienti da paesi africani in cui le relazioni omosessuali sono illegali. L’articolo 27 della Costituzione keniota garantisce la libertà dalla discriminazione, ma per le strade di Nairobi molti rifugiati rimanevano vulnerabili.

Un collega del Cvt mi ha recentemente scritto via messaggio per informarmi che una rifugiata Lgbt+ somala era stata assassinata. Si trovava in Kenya in attesa del reinsediamento legale negli Stati Uniti, ma la procedura era stata bloccata dal divieto di ammissione dei rifugiati imposto da Trump. In Kenya, come in qualsiasi altro Paese, le leggi che tutelano i diritti delle persone sono efficaci solo nella misura in cui la polizia, i tribunali e i parlamenti sono disposti a farle rispettare.

Solo una dozzina di paesi al mondo possiedono leggi nazionali complete sui diritti umani, promulgate dal parlamento e fondate su trattati e convenzioni internazionali. Tra questi figurano il Sudafrica, l’India, l’Irlanda, nonché il Canada, la Nuova Zelanda e il Regno Unito. Molti altri stati, tra cui Brasile, Giappone, Stati Uniti e Kenya, tutelano alcuni diritti e libertà fondamentali attraverso la loro costituzione o una carta dei diritti. L’Australia è l’unica grande democrazia liberale al mondo a non avere né una legge nazionale sui diritti umani né una carta dei diritti, sebbene vi sia una crescente pressione interna per porre rimedio a questa pericolosa lacuna giuridica.

I Mondiali di calcio hanno già dato molto alla cultura globale. Non pensiamo solo all’insopportabile vuvuzela, all’imbarazzante macarena e all’irrefrenabile onda messicana. Il loro valore più profondo potrebbe risiedere nel ricordarci che, in questi tempi di crescente autoritarismo, tutti gli Stati dovrebbero rafforzare la tutela dei diritti umani.

Simon Adams – professore di diritti umani presso la Murdoch University, in Australia.



 

Iscriviti per ricevere gli ultimi articoli pubblicati su Fotosintesi!

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

Condividi