Diritti, Mondo

1° maggio a Hollywood. Trentotto milioni di statunitensi vivono in stato di profonda indigenza. Per loro Los Angeles May Day organizza la manifestazione “La solidarietà è il potere”

Hollywood, Los Angeles, quartiere degli studi cinematografici. Luogo della finzione, quanto mai lontana dal Paese reale. In questi ultimi mesi, però e nuovamente il 1° maggio di quest’anno, la società sofferente si riprende anche le strade di Hollywood, teatro negli ultimi mesi di lunghi scioperi dei lavoratori degli enti locali e della sanità, degli attori e degli sceneggiatori. Ed anche delle lavoratrici dei grandi hotel, in lotta dal luglio scorso per un salario degno, i cui contratti sono ancora da raggiungere nella metà della sessantina di alberghi delle grandi catene internazionali. La gran parte dei suddetti lavoratori è ben lontana da retribuzioni all’altezza delle spese da sostenere in città per vivere sotto un tetto non lontanissimo dal posto di lavoro, spesso precario.

Il 1° maggio, la coalizione Los Angeles May Day organizza a Hollywood la manifestazione “La solidarietà è il potere: il popolo unito”, che sottolinea l’esigenza di salari migliori, alloggi per tutti, percorsi verso la cittadinanza, diritto di sciopero e rivolge un ennesimo appello per un cessate il fuoco a Gaza e la fine di tutte le guerre.

Il corteo partirà alle 15 all’angolo di Sunset Blvd. e N.Gower Street. E’ stato indetto da una novantina di sindacati e sezioni sindacali e con l’adesione esplicita, oltre che dalla federazione nazionale AFL-CIO, di una ventina di sindacati (o di loro sezioni locali) e di altrettante associazioni. Identiche manifestazioni si svolgono in altre sei città della California, organizzate da sezioni sindacali e associazioni.

Il 1° maggio è stato anche scelto dal Sindacato UNITE HERE, che rappresenta 300mila lavoratrici e lavoratori, per estendere a tutti gli Stati Uniti e al Canada il rinnovo del contratto dei lavoratori alberghieri:  manifesteranno in 18 grandi città per l’apertura di una vertenza che riguarda 40.000 addetti di tre grandi catene alberghiere, con l’obiettivo di bloccare i tagli del personale (e i relativi aumenti di carichi di lavoro) e di conquistare aumenti di un salario che è fermo da anni. Dopo quella di 15 anni fa, si tratta della prima vertenza negli alberghi che interesserà varie città, contrastando il localismo caratteristico del mondo del lavoro statunitense.

Anche il sindacato UAW ha deciso di dare scadenza il 1° maggio del 2028 ai contratti firmati lo scorso autunno nelle 3 grandi imprese auto degli USA, indicandolo come momento possibile di unificazione degli scioperi in vari settori.

Queste iniziative rimettono al centro la giornata internazionale del lavoro che non è riconosciuta come festa nazionale: Stati Uniti (e Canada) celebrano infatti il loro Labour Day il primo lunedì di settembre, in ricordo delle rivendicazioni canadesi per le 9 ore di lavoro giornaliero.

La festa del Primo Maggio fu indetta nel 1889 dall’Internazionale Socialista come sostegno del movimento per le 8 ore di lavoro e ricordo della repressione del 1886 a Chicago degli attivisti sindacali anarchici. In quella città l’attacco della polizia ai lavoratori in lotta presso lo stabilimento di McCormick portò a una manifestazione in Haymarket Square. Al termine del comizio, una bomba, di cui non si seppe mai l’autore, e i successivi spari della polizia fecero morti e feriti. L’ordigno fu addebitato agli organizzatori della manifestazione. Il processo senza prove a carico degli accusati sanzionò l’impiccagione di 5 di loro, ricordati da un monumento presso il cimitero tedesco di Chicago.

Il Presidente degli USA Eisenhower dichiarò negli anni Cinquanta il primo maggio “Law Day”, giorno della legge, per contrastare l’internazionalismo dei lavoratori (che paradossalmente è la caratteristica principale di una nazione costituita nemmeno 250 anni fa dall’afflusso di genti di ogni provenienza).

Ancora oggi nello Stato più potente del mondo, milioni di persone, anche chi ha trovato un lavoro, vivono, chi più chi meno, all’estremo opposto della ricchezza incamerata dai manager delle grandi aziende e dai redditieri della Borsa di Wall Street.

Trentotto milioni di cittadini statunitensi vivono in stato di profonda indigenza, il salario minimo federale è ancora di 7,25 dollari all’ora, le retribuzioni, anche quelle in grandi multinazionali, sono spesso di povertà e 5.486 lavoratori sono morti sul lavoro nel 2022 (come documentato dal recente rapporto annuale della federazione sindacale AFL-CIO). Migliaia di bambini, importati anche da oltre confine, sono irregolarmente al lavoro nei campi (e anche in molte fabbriche). Dai 25 ai 40 milioni di statunitensi non hanno alcuna copertura sanitaria, oppure una tutela insufficiente. In alcune grandi città è impossibile vivere per l’alto livello degli affitti e per la carenza di case popolari (i senzacasa censiti nella sola California sono 170.000). Il Sud-Est degli Stati Uniti ha vaste aree di povertà: in Alabama, è povero il 47% della popolazione, soprattutto i neri, mentre la governatrice repubblicana attacca il sindacato UAW che sta cercando di sindacalizzare le fabbriche auto per aumentare la retribuzione (e diminuire gli infortuni sul lavoro).

In questo contesto, negli ultimi anni sono cresciute le iniziative sociali dal basso, come le manifestazioni contro la povertà svoltesi a marzo nelle capitali di 30 stati dell’Unione in preparazione della marcia nazionale del 15 giugno fino al Campidoglio di Washington. E si moltiplicano le vertenze sindacali (che peraltro non hanno ancora portato a un aumento degli aderenti).

La data del 1° maggio torna ad essere dunque negli USA un momento di unità dei lavoratori. Quest’anno, caratterizzata anche dalla contestazione della fornitura di armi a Israele, su cui sono attivi studenti e docenti di numerose università (oggi alla Columbia sono stati occupati gli uffici accademici). Sull’argomento del massacro di Gaza, sono risuonate anche le voci di molti sindacati, alcuni dei quali per la prima volta nella loro storia, caratterizzata finora dalla difesa ad oltranza dei governi israeliani.

Ezio Boero

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