Quando entrai nelle case delle cosche di San Luca, tra i monti della Locride, non ebbi quella inquietante sensazione di oppressione che ho avuto girando, ieri, tra le vie del quartiere romano il Quarticciolo. Eppure lì dove il poeta Corrado Alvaro, scriveva “la disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che essere onesti sia inutile” gli occhi dei “vecchi” avevano un loro peso specifico sulle mie incertezze. Bastò il saluto discreto di un pastore, vestito di tutto punto, apparso misteriosamente tra le rovi dell’Aspromonte per averne conferma. La ‘ndrangheta, si dice, è una rete potentissima con una
testa e molte braccia; anche in parrocchia, aggiungo.
I boss viaggiano e usano le più sofisticate tecnologie per controllarti. Anche dal carcere, è evidente. Ma a me non tolsero, per fortuna, neanche un capello per quelle interviste a chi ha perso il padre o il marito, a chi il figlio o il fratello. E anche a chi, raccontai, senza vittime in famiglia, ha vissuto consapevolmente in condizioni modeste per non essersi mai mischiata “con i sequestri o con la cocaina che lì chiamano , guarda un po’, “farina”.
Mi salvai, forse, grazie a un tacito accordo per realizzare un servizio propedeutico ad ottenere finanziamenti per i più fragili. Soldini che poi arrivarono, non certo grazie al reportage, per costruire una ludoteca che fu, comunque, nel giro di poco tempo, completamente distrutta.
Ma torniamo al quartiere romano militarmente occupato da spacciatori di “sostanze” di vario genere. “Subito dopo la liberazione dall’occupazione nazista di Roma, sull’Unità venne pubblicato un articolo sul Quarticciolo, quartiere nella periferia est dove i soldati tedeschi non osavano neppure avvicinarsi per timore dei partigiani e della cosiddetta banda del Gobbo, che espropriava chi si era arricchito al mercato nero e distribuiva vettovaglie e beni di prima necessità alla popolazione affamata. L’articolo denunciava come quella borgata dalla storia coraggiosa fosse sprovvista di qualsiasi tipo di servizio sanitario, dell’elettricità e dei trasporti pubblici. Quarticciolo era insomma una di quelle nuove periferie nate durante il fascismo che aveva soltanto spostato più in là vecchie emergenze. La descrizione che potremmo darne oggi non è molto differente: come non sono lontani i racconti popolari sulla resistenza interna che in questo posto è riuscita a svilupparsi”. Inizia così un bel servizio di Giulia Siviero sul Post che dà conto delle attività che un nutrito gruppo di ragazzi sta portando avanti per resistere sia al degrado strutturale della periferia romana, con annessa area spaccio, che al malaffare di Stato.
Il 23 dicembre scorso il governo ha approvato un decreto che individua alcune periferie in Italia in cui esportare il modello Caivano. Sono stati stanziati 180 milioni di euro in tre anni ed è previsto un commissario straordinario a cui è affidato il compito di individuare gli interventi strutturali necessari: sgomberi, polizia e qualche centro sportivo di cui tagliare il nastro per millantare un’attenzione al sociale sono le anticipazioni che abbiamo già avuto modo di vedere a Caivano come a San Basilio. Tra i quartieri inseriti nel dl Emergenze c’è anche Quarticciolo di Roma.
Sapevamo che sarebbe arrivato questo momento da quando si è insediato il governo Meloni, ma nonostante le ambizioni della destra di governo, Quarticciolo non è un deserto.
In questi anni gli abitanti si sono organizzati, hanno difeso i loro spazi, hanno presentato proposte, hanno costruito esperienze. Resistono quotidianamente all’abbandono istituzionale e alla devastazione portata dalla vendita di crack, resistono contro chi li tratta da abitanti di serie B. Non aspettavamo Meloni per denunciare lo stato in cui imperversano le periferie del paese.
È un decreto di emergenza come tutti gli interventi che si sono fatti negli ultimi vent’anni. Le emergenze richiamano esibizioni di forza. Quello che servirebbe sarebbero politiche strutturali, per prendersi cura dei territori e dei propri abitanti, ascoltandoli prima di tutto e poi mettendo in atto tutti quegli interventi che possano permettere alle persone di ottenere un riscatto sociale, un miglioramento di vita, l’autonomia per consentire a ciascuno di scegliere. Il governo Meloni, invece, vuole mostrare di avere il pugno di ferro per propaganda, per campagna elettorale perenne.
Se lo stanziamento di risorse è una notizia positiva, il sospetto che questa possa essere una mangiatoia di fondi pubblici a favore dei vari Caccicchi di Fratelli di Italia viene rafforzato dalla sovraesposizione di personaggi come Don Coluccia e dell’intera filiera politica del partito sul territorio. Abbiamo il sospetto che ciò che interessa sia il Potere e non possiamo permettere l’ennesimo spreco di fondi pubblici. Risorse che, così come a Caivano, non avranno nessun impatto sul lungo periodo ma serviranno ad abbellire la facciata lasciando tutto così com’era.
Così secondo “Quarticciolo ribelle” che non la manda a dire. Nello stesso tempo, scrivono sui social e sui documenti prodotti e auto stampati, c’è chi protesta per il mancato rinnovo del Fondo per il contrasto alla povertà educativa minorile. Dopo decenni di abbandono dei territori periferici, quello del governo è un nuovo intervento soltanto di emergenza. Eppure in quelle e altre periferie difficili individuate dal governo – a Roma, Napoli, Milano, Reggio Calabria, Catania, Foggia e Palermo – da tempo gruppi di cittadini si sono autorganizzati, coinvolgendo, come al Quarticciolo di Roma, anche l’Università, per individuare azioni importanti con cui prendersi cura del territorio, proteggersi ogni giorno alla devastazione portata dalla vendita di crack, resistere a chi li tratta da abitanti di serie B, accompagnare la crescita di bambini e ragazzi.
E’ Territori Educativi, questa volta, a ospitare il duro quanto interessante messaggio diffuso dal Comitato di quartiere Quarticciolo Ribelle di Roma, dove doposcuola e palestra popolare sono minacciati. E torna in mente il video racconto del Comitato fatto durante le prime settimane di lockdown sulla straordinaria esperienza di muto aiuto tra i cittadini mentre tutte le istituzioni erano completamente paralizzate.
Di questa straordinaria realtà se ne parla, insomma, già da diverso tempo dove non predomina il chiacchiericcio sanremese o l’allarme islamico in Europa, anche se a far danni sono, per ora, solo poveri pazzi, ma guai a parlare di malattia mentale, meglio dar conto della bronchite di papa Francesco. E la storia di “Quarticciolo ribelle” non è sfuggita neanche a Diego Bianchi che ha mandato in onda su La7 un bel reportage con Propaganda Live, ma noi li abbiamo conosciuti grazie a un’incredibile evento organizzato dal regista, economista, scrittore, gastronauta, deejay, franco-pugliese Daniele De Michele, in arte Don Pasta.
Il tutto si è svolto all’interno dell’ambulatorio popolare, in via Ostuni 4, attrezzato per l’occorrenza a mega laboratorio per piccini che hanno avuto modo di mettere letteralmente le mani in pasta. E così, tra gli sguardi increduli dei tanti partecipanti, grossi e creature si sono scambiati uova e farina per farne fettuccine e felicità partecipata.
A seguire la proiezione del filmato realizzato con le nonne e gli altri eroi del quartiere presenti in sala. A loro sono stati riservati gli applausi emozionati più scroscianti. A fine serata l’appuntamento lanciato dagli organizzatori alla città: Il primo marzo alle 17.00 tutti in piazza per dire no al modello Caivano, sì alla solidarietà e a un quartiere migliore possibile.






