Nei dibattiti televisivi, a sostegno, o per lo meno come giustificazione delle azioni di Israele a Gaza, viene sistematicamente affermato che Hamas è una organizzazione terroristica e, di conseguenza, sono terroristi i suoi capi. I vari Donzelli e donzellette, fratelli e sorelle d’Italia con Bocchini vari nonché una tremebonda componente dei sinistrati terrorizzati dall’essere tacciati di antisemitismo continuano a portare avanti questa bizzarra teoria.
Se ci fosse qualche anima libera alla quale fosse concesso il tempo necessario per articolare una risposta a queste affermazioni (entrambe le condizioni risultano impossibili al momento sulle reti generaliste) si potrebbe per esempio elencare i principali uomini politici israeliani degli anni ’40-’50 che parteciparono ad azioni armate contro le autorità britanniche prima del 1948, le relative organizzazioni di appartenenza nonché le più significative azioni compiute. Proviamo a fare un elenco di questi personaggi.
Menachem Begin fu Primo Ministro dal 1977 al 1983, comandante dell’Irgun (Etzel) dal 1943, responsabile dell’attacco all’Hotel King David nel 1946 diretto contro il quartier generale britannico a Gerusalemme che causò 91 morti tra ufficiali britannici e civili. L’attentato fu pianificato per distruggere documenti relativi alle restrizioni sull’immigrazione ebraica. Nel 1948 fu responsabile del massacro di Deir Yassin, guidò l’Irgun nell’attacco al villaggio palestinese, uccidendo oltre 100 civili. L’episodio accelerò la fuga di palestinesi dai territori. Dopo la fondazione d’Israele, sciolse l’Irgun e fondò il partito Herut, predecessore del Likud. Vinse il Nobel per la pace nel 1978 per gli accordi di Camp David.
Yitzhak Shamir Primo Ministro nel biennio 1983-1984 e successivamente tra il 1986 ed il 1992. Leader del Gruppo Stern (Lehi), formatosi nel 1940 da una scissione estremista dell’Irgun. Fu l’artefice di numerosi attentati tra i quali quello contro Lord Moyne nel 1944, viceré britannico in Egitto, ucciso al Cairo per la sua politica anti-immigrazione e l’assassinio del conte Folke Bernadotte inviato ONU per la mediazione arabo-israeliana eliminato nel 1948 per essersi opposto al controllo ebraico su Gerusalemme oltre a numerosi attacchi a reti ferroviarie e infrastrutture britanniche in Palestina. Dopo il 1948, entrò nel Mossad. Eletto alla Knesset nel 1973, divenne primo ministro per il Likud.
E qui c’è il pezzo più pregiato della collezione David Ben-Gurion (Primo Ministro tra il 1948 ed il 1953 e successivamente tra il 1955 ed il 1963. Capo dell’Haganah, braccio militare ufficiale dell’Agenzia Ebraica. Pur sostenendo azioni difensive, l’Haganah collaborò con l’Irgun e il Gruppo Stern in operazioni coordinate come la “Rivolta ebraica” (1945-1946) contro obiettivi britannici. Autorizzò l’affondamento della nave Patria nel 1940 carica di ebrei rifugiati, che causò 250 morti, per impedirne il rimpatrio forzato. Considerato padre della patria proclamò l’indipendenza d’Israele nel 1948 e guidò il paese nelle guerre arabo-israeliane.
Le azioni armate, classificate come terrorismo da Regno Unito e ONU rispondevano alla strategia sionista revisionista di Vladimir Jabotinsky: “Solo la forza armata garantirà Israele”. Tutti questi personaggi di fatto terroristi, dopo il 1948 confluirono nelle istituzioni israeliane, normalizzando il loro ruolo politico, acclamati in patrie e all’estero come statisti.
A chi credete che strinse la mano Yitzhak Rabin ad Oslo il 13 settembre 1993 davanti a un euforico Bill Clinton se non al terrorista Yasser Arafat capo di quella organizzazione terroristica che era l’OLP? Se, per puro caso, si arrivasse a un accordo su Gaza, a chi pensate che stringerebbe la mano Benjamin Netanyahu se non al terrorista in quel momento a capo dell’organizzazione altrettanto terroristica Hamas?
Il passaggio di capi terroristici a ruoli politici rispettati al termine dei conflitti non riguarda solo Israele ma rappresenta un fenomeno complesso radicato in dinamiche sia politiche che etiche e strategiche. Incorporare ex-avversari nel processo politico è spesso visto come l’unico modo per fermare la violenza e garantire stabilità. Esempi come quello di Nelson Mandela considerato “terrorista” dal regime sudafricano mostrano come questa inclusione possa trasformare conflitti in soluzioni negoziate.
Nel caso del conflitto israelo palestinese una figura che potrebbe essere fondamentale per trovare una qualche soluzione è quella di Marwān Barghūthī, capo di al-Fatḥ detenuto da decenni nelle carceri israeliane considerato, non a caso, il Mandela palestinese. Il passaggio da terrorista a politico è un compromesso tra ideali etici e necessità pratiche, guidato dalla speranza che l’inclusione porti alla soluzione di conflitti. Tuttavia, il successo dipende da controlli rigorosi, trasparenza e impegno nella riconciliazione che, come è del tutto evidente, per quanto riguarda i politici israeliani, ciò non è successo. Pur essendo assurti a ruoli di statisti hanno mantenuto lo stesso approccio che era tipico delle organizzazioni alle quali appartenevano prima del 1948.
Nascondersi dietro all’accusa di terrorismo, come fanno i nostri valenti commentatori, è un giochino infame che può convincere un’opinione pubblica disorientata come quella italiana incapace ormai di farsi un’idea basata su fatti reali autonoma dalla propaganda ma è una palese e criminale speculazione sulla pelle dei gazaui.






