Analizzare quali caratteristiche dovrebbe avere una politica di sinistra è argomento complesso, difficile ma anche necessario e urgente. La destra è in costante crescita sia da noi che in gran parte dei paesi europei e questo impone una riflessione urgente su cosa contrapporre a questa deriva fascistoide che possa essere riconosciuta come realmente alternativa. Lo dico subito, io credo che una sinistra che si dica e sia tale non può prescindere dall’analisi marxista della società.
Il marxismo è stato associato ai scellerati e criminali regimi sovietici sminuendo in questo modo la valenza della sua analisi economica e sociologica. Quanto questo sia un errore lo dimostra il fatto che innumerevoli economisti anche di fama internazionale marxisti e che insegnano anche in prestigiose università americane, ma non solo, si definiscono. Basti pensare a professori del calibro dell’americano John Bellamy Foster, del canadese Michael Lebowitz, del francese Samir Amin, dell’americana Ellen Meiksins Wood che ha analizzato le origini e lo sviluppo del capitalismo, criticando le interpretazioni tradizionali e proponendo un’alternativa visione marxista, tanto per citarne alcuni. Definirsi marxisti quindi è, o dovrebbe essere, tutt’altro che un’eresia.
Una politica di sinistra quindi, marxianamente, dovrebbe avere come punto di riferimento di partenza il lavoro e tutte le dinamiche economiche e sociali che da questo deriva. Il lavoro è l’architrave della costruzione di una società giusta, il punto di partenza per una ridefinizione dei rapporti di forza tra le varie componenti della società. La sinistra, in Italia specialmente, dovrebbe concentrarsi sulla definizione di una serie di iniziative che riportino al centro dell’azione di governo le politiche che riguardano non solo il diritto al lavoro ma puntano anche ad una qualità di lavoro dignitoso, ad una retribuzione equa, ad una riduzione del numero di ore e di giorni lavorati a parità di salario ecc. per porre il lavoro al servizio della vita e non il contrario. Non a caso Karl Marx introduce il concetto di alienazione riferito ai sistemi di produzione capitalistici.
Il lavoro dovrebbe essere un’espressione della creatività e della libertà dell’uomo, ma nel capitalismo diventa solo un mezzo di sopravvivenza. Ora, senza pretendere di costruire una organizzazione economica e sociale alternativa al capitalismo si può però pretendere che all’interno del sistema attuale si apportino modifiche atte a modificare in meglio le condizioni dei lavoratori.
Salario minimo legale per contrastare il lavoro povero, riduzione della precarietà attraverso contratti stabili e lotta al lavoro sottopagato, investimenti nei servizi pubblici (sanità, istruzione, trasporti) per ridurre le disuguaglianze, riduzione dell’orario di lavoro a parità di stipendio favorendo la produttività e il benessere dovrebbero essere al centro dell’azione politica di qualsiasi organizzazione che voglia definirsi di sinistra. Così come iniziative sul piano della redistribuzione della ricchezza attraverso l’azione sulla leva fiscale. I punti focali in questo senso dovrebbero essere una progressività fiscale più marcata riducendo il carico sui redditi bassi e medi, la creazione di un’imposta sui grandi patrimoni per finanziare welfare e investimenti pubblici e la lotta all’evasione fiscale con controlli più stringenti e la digitalizzazione dei pagamenti.
Di questi argomenti purtroppo dai leader del PD in particolare si sente parlare poco e, spesso, nel modo sbagliato se è vero che la più importante riforma sul lavoro è stato il Job’s act che è una riforma talmente di destra da essere gradita a questo governo e che ora che il PD è all’opposizione si trova nella scomoda posizione di discutere se aderire o no alla richiesta di un referendum abrogativo da parte di alcune sigle sindacali. In cambio sentiamo l’ineffabile Elena Ethel Schlein, detta Elly arringare sul tema dei diritti civili con tanto di balletti e cori sui carri del Pride. Che la sinistra si schieri dalla parte dei diritti è naturale, che ne faccia la sua bandiera identitaria anche no. Sia detto con chiarezza la lotta per i diritti civili è una battaglia liberale, non di sinistra alla quale è giusto, però, che la sinistra si associ.
Il più importante esponente dei movimenti per i diritti civili non è forse stato quel tal Giacinto Pannella, detto Marco il quale, per l’appunto, si è sempre definito liberale? Per Marx è nella modifica dei rapporti di forza all’interno del sistema economico/produttivo che si generano modifiche anche in altre componenti della società. Chiedere maggiori diritti civili ad un sistema che strutturalmente produce diseguaglianze e ingiustizie è un metodo liberale di affrontare i problemi, tutt’altro di una visione di sinistra.
Ben vengano le battaglie per l’introduzione dello Ius soli per riconoscere la cittadinanza ai figli di immigrati nati in Italia, per la parità di genere con azioni contro la discriminazione salariale e il gender gap, per la tutela delle persone LGBTQ+, con pieno riconoscimento dei diritti familiari e la decriminalizzazione della cannabis per ridurre il carico giudiziario e contrastare le mafie, ma attenzione a farne l’unico cavallo di battaglia, la bandiera identitaria della sinistra. Se si continua a fare così ci si allontana dal focus delle dinamiche socio economiche da una parte e si presta il fianco ad una facile strumentalizzazione da parte delle destre che hanno gioco facile a far credere all’opinione pubblica che dietro queste battaglie non ci sia altro.
Un tema centrale in questo momento riguarda i rapporti di forza internazionali e il conflitto in Ucraina. La sinistra, specialmente quella italiana, arriva tardi e debole su questo argomento. Troppe ambiguità hanno caratterizzato l’azione politica del PD sulla guerra. Non si è avuto il coraggio di distinguersi dalla narrazione mainstream che si è fin da subito allineata alla narrazione di un aggressore ed un aggredito senza prendere in considerazione contesti più ampi e articolati e una prospettiva negoziale alternativa all’opzione bellica.
Adesso che, con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca si è prodotto il ribaltamento di posizioni che è sotto gli occhi di tutti, non solo l’ingenua ducetta nostrana si trova in difficoltà nel suo presunto ruolo di “pontiera” tra Europa e le politiche del duo Tump/Musk ma anche la Schlein ha qualche difficoltà a collocarsi in uno scenario che sembra costringere l’Europa a mantenere fede al proprio impegno di difendere l’Ucraina militarmente anche a costo di dissanguarsi economicamente e senza peraltro alcuna possibilità di riuscita vista l’interruzione degli aiuti militari da parte degli USA.
La sinistra da subito si sarebbe dovuta schierare a favore della richiesta di un cessate il fuoco e dell’avvio di negoziati, negando l’appoggio militare che avrebbe portato, come sta di fatto accadendo, ad una situazione di tale contrapposizione con la Russia che non si può più escludere che il conflitto si allarghi ad altre aree prima tra tutte quella che coinvolgerebbe le Repubbliche Baltiche. Ci hanno raccontato per tre anni che solo con la forza avremmo potuto evitare l’allargamento del conflitto, ci ritroviamo adesso che è bastato un cambio di presidenza degli USA perché l’Europa si trovi sull’orlo di un coinvolgimento bellico diretto che è contrario ai suoi interessi, ai suoi principi fondativi, alla volontà della sua popolazione.
Mi sarebbe piaciuto sentire la voce forte e chiara della sinistra chiedere azioni diplomatiche in alternativa alla vulgata bellicista che ci ha travolti tutti. Prima ancora che politico il tema è culturale, la pace si favorisce attraverso un cambiamento culturale, una modifica radicale delle priorità e della visione della vita.
L’Italia è un paese che ha una maggioranza conservatrice con una rilevante componente fascista. Non è facile proporre soluzioni come la patrimoniale che va contro il concetto della proprietà privata, non è facile sostenere idee sull’immigrazione che contrastino la propaganda delle destre, è difficile non mettere mano all’assetto istituzionale di fronte alla vetustà dell’apparato statale ed è sicuramente arduo incidere nelle dinamiche che regolano il mondo del lavoro. Ma non si può accettare che le risposte della sinistra siano state il Job’s act, il memorandum con la Libia, la scellerata riforma del Titolo quinto della Costituzione e l’appoggio della Regione Emilia Romagna alla richiesta di Autonomia differenziata. Per proposte così basta la destra, ci vuole altro e ci vuole subito altrimenti i danni che subirà questo paese saranno gravi e di lunga durata.





