Per anni abbiamo parlato genericamente di “social”, come se fossero tutti uguali. Una ricerca coordinata dall’Università di Oxford, insieme alla Swansea University e alla University of Washington, suggerisce invece che le differenze contano. Molto.
Lo studio, che ha coinvolto oltre 15 mila studenti tra i 16 e i 19 anni (ed è stato pubblicato come preprint, quindi non ancora sottoposto a revisione scientifica), mostra che all’aumentare del tempo trascorso sui social crescono anche i livelli di ansia e depressione. Più di un adolescente su cinque dichiara di utilizzare queste piattaforme per almeno otto ore al giorno.
Tra tutte, TikTok è quella che presenta l’associazione più marcata con i sintomi di ansia e depressione. Secondo John Gallacher, docente di Salute Cognitiva a Oxford, il tempo trascorso sulla piattaforma rappresenta un tema di salute pubblica. Ma lo stesso ricercatore invita a non fermarsi alle classifiche: ciò che conta è anche il motivo per cui i ragazzi usano i social. Per molti, soprattutto se vivono condizioni di isolamento o appartengono a gruppi minoritari, possono diventare uno spazio di incontro e di sostegno.
Anche le piattaforme non si comportano tutte allo stesso modo. Snapchat, ad esempio, nello studio mostra un’associazione inversa con ansia e depressione, probabilmente perché favorisce una comunicazione più diretta tra persone. Altre, invece, sembrano incoraggiare un utilizzo più passivo e compulsivo.
Per Sarah Bauermeister, docente di Psichiatria a Oxford, il rischio aumenta quando i social vengono utilizzati per riempire il vuoto, sfuggire alla realtà o inseguire gratificazioni continue. Un utilizzo creativo o orientato alle relazioni, al contrario, potrebbe persino rafforzare la resilienza.
Gli autori invitano infine a evitare soluzioni semplicistiche. L’esperienza australiana dimostra che vietare i social ai più giovani produce effetti limitati e può persino spingere molti ragazzi verso strumenti che aggirano i controlli. La vera sfida, sostengono, è ripensare il modo in cui le piattaforme vengono progettate, riducendo il peso degli algoritmi che alimentano dipendenza e comportamenti compulsivi.
Non abbiamo nemici.
Neppure la tecnologia.
Ma abbiamo il dovere di chiederci se gli strumenti che costruiamo aiutino davvero le persone a crescere o, al contrario, finiscano per sfruttarne le fragilità.
Perché la trasformazione comincia sempre da una domanda ben posta.





