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LEGGE ELETTORALE | Se salta il premio, il Parlamento può tornare a contare

Il bel rischio di discutere sui contenuti, mentre elettori e parlamentari sorprendono gli schieramenti. Dalla possibile sentenza della Consulta al Parlamento che ci piacerebbe vedere.


La legge elettorale è stata approvata, Mattarella l’ha promulgata, la partita resta aperta. Il cosiddetto Melonellum potrebbe arrivare davanti alla Corte costituzionale e uscirne modificato nel suo punto decisivo: il premio di maggioranza. Da lì potrebbe cominciare una storia diversa da quella immaginata da chi ha scritto le nuove regole.

L’iter parlamentare si è concluso l’8 ottobre. Il giorno successivo è arrivata la promulgazione della legge n. 180 del 2026, dopo il passaggio fra Camera e Senato. La firma del presidente della Repubblica lascia aperta la possibilità di un successivo controllo di costituzionalità. Al centro della riforma c’è il premio attribuito alla lista o coalizione più votata che raggiunga il 42 per cento in entrambe le Camere: un meccanismo capace di trasformare una maggioranza relativa di consensi in una maggioranza parlamentare. Un’autocrazia, di fatto.

È su questo terreno che si prepara lo scontro giudiziario. Il costituzionalista Roberto Zaccaria ha annunciato per il 26 ottobre la presentazione di trenta ricorsi in altrettante sedi giudiziarie, con l’obiettivo di arrivare a una pronuncia prima delle elezioni. Per investire la Consulta occorrerà che un giudice sollevi una questione di legittimità costituzionale. I ricorsi non sospendono automaticamente la legge.

Le contestazioni prospettate riguardano la dimensione del premio, il rapporto fra consenso e seggi, la base regionale del Senato e il coordinamento fra i risultati delle due Camere. Ci sono poi gli ostacoli alla presentazione delle liste, le sottoscrizioni, la parità di genere, i capilista bloccati e la libertà di scelta degli elettori. Si discute, insomma, anche di chi possa partecipare alla competizione e a quali condizioni.

La Corte potrebbe respingere le questioni oppure accoglierne alcune, cancellando disposizioni separabili dal resto. Per il nostro ragionamento interessa soprattutto questa seconda eventualità: se l’eliminazione del premio lasciasse una disciplina proporzionale applicabile, cambierebbe il modo di costruire le maggioranze. L’esito dipenderebbe dalle norme colpite e da quelle rimaste in piedi. Un ritorno certo al «proporzionale secco» sarebbe oggi una conclusione anticipata.

In quello scenario il baricentro politico potrebbe spostarsi verso il Parlamento. Le alleanze presentate agli elettori conserverebbero il loro peso, ma la formazione del governo richiederebbe più apertamente un accordo capace di ottenere la fiducia in entrambe le Camere. La centralità parlamentare esiste già nella Costituzione; nella pratica viene spesso compressa dalla disciplina degli schieramenti e dalla forza degli esecutivi.

A destra si porrebbe il problema del rapporto con Vannacci, del peso di Forza Italia e della competizione fra alleati. Nel campo progressista tornerebbero i nodi fra Pd, M5s e Avs, della presenza di Renzi e dell’eventuale coinvolgimento di altre forze. Potrebbero emergere intese fra schieramenti diversi, da giudicare sul programma e sulle conseguenze. Assegnare oggi seggi e ministeri sarebbe un esercizio di fantasia travestito da previsione.

La calcolatrice, da sola, serve poco. Un’analisi YouTrend, richiamata dal Fatto Quotidiano il 13 agosto, mostrava che una coalizione esplicitamente proposta agli intervistati, da Italia Viva al M5s, raccoglieva 1,5 punti percentuali meno della somma dei singoli partiti. È un dato riferito dal giornale, che non consente di attribuire la perdita al solo Renzi. Mostra però che un’alleanza può allontanare elettori che, considerati separatamente, dichiarano di sostenere le forze che la compongono.

Poi ci sono gli astenuti. Trattarli come uno sfondo immobile lascia fuori dal ragionamento una parte decisiva del Paese. Chi oggi non vota potrebbe tornare alle urne oppure confermare la propria distanza. Le mobilitazioni per la Palestina, la scuola, il clima e contro il riarmo pongono anche questo problema: quanta partecipazione nelle piazze troverà una rappresentanza elettorale, e a quali condizioni.

Una piazza piena non si traduce automaticamente in voti per l’opposizione. Chi manifesta può chiedere una rottura che i partiti disponibili a rappresentarlo non vogliono offrire. Può riconoscersi in una battaglia e rifiutare l’alleanza che pretende di intestarsela. Anche le difficoltà economiche possono cambiare priorità e comportamenti: il costo della vita, la casa, i salari, l’accesso alle cure entrano nelle decisioni. Il disagio può alimentare una domanda di cambiamento, la rassegnazione o la ricerca di un capro espiatorio. Nessuno dispone di quei consensi prima che siano espressi.

Fin qui le possibilità. Poi c’è il nostro film, quello che ci piacerebbe vedere. Proviamo a girare la frittata.

Le vecchie appartenenze hanno perso presa su una parte degli elettori. Fra i giovani, soprattutto, sarebbe imprudente dare per scontate fedeltà ereditate. Questo può lasciare spazio alla propaganda e alla fortuna di chi urla più forte. Può anche rendere possibili scelte inattese: votare qualcuno senza sposarlo, affidargli un compito e poi guardare che cosa fa.

Immaginiamo una studentessa che torna da una manifestazione contro la guerra. Del M5s non le piace tutto, di Conte si fida fino a un certo punto. Ma decide di votarlo perché vuole portare in Parlamento un’opposizione alle armi. Come lei fanno tanti altri, anche persone rimaste a casa alle ultime elezioni. Nessuna conversione: un voto dato per ottenere qualcosa, con la disponibilità a riprenderselo.

Poi quel Parlamento si riunisce e cominciano le sorprese. Arriva una proposta fiscale che chiede di più a chi possiede di più. Chiamatela patrimoniale, se volete: bisognerà comunque leggerla, distinguere una casa da una fortuna immobiliare, il risparmio di una vita dalle grandi rendite. Nel nostro film il testo prende forma allo stesso tavolo con Luigi Marattin, quello che vorrebbe consegnarti il conto di quanto sei costato alla collettività quando esci dal pronto soccorso o ritiri il diploma di maturità. Sì, proprio lui, il liberaldemocratico. È una convergenza immaginata: il confronto produce una soluzione che nessuno dei partecipanti avrebbe scritto da solo.

Alcuni parlamentari del M5s decidono che quella legge serve. Conte ha delle riserve, il gruppo suggerisce prudenza, qualcuno telefona. Loro se ne fottono e la votano. Dovranno spiegarlo agli elettori, e potrebbero perfino riuscirci.

Sull’immigrazione immaginiamo una proposta costruita con il contributo di Franco Gabrielli: competenze amministrative e di sicurezza messe al servizio di ingressi regolari, accoglienza organizzata e contrasto allo sfruttamento. Anche questa è una pagina del nostro copione, non una proposta che gli attribuiamo. Conquista voti dove nessuno li aveva cercati: dopo anni di emergenze proclamate può diventare politicamente conveniente far funzionare le cose.

Sul fine vita alcuni deputati di Forza Italia decidono di sostenere una legge insieme a +Europa e Avs. Nel Pd il dissenso arriva fino al voto, attraversa le correnti, rompe qualche disciplina. Qualcuno perde una battaglia interna e una persona, fuori dal Palazzo, conquista un diritto. Per una volta ciò che chiamiamo buon senso trova gli articoli, le garanzie e i voti necessari per diventare legge.

Fantasia, certo. Queste convergenze le abbiamo inventate. Ma perché dovrebbero sembrarci tanto più improbabili dei cambi di casacca consumati per conservare una poltrona?

L’opportunismo potrebbe assumere anche una forma utile: accorgersi che conviene rispondere a un bisogno reale, approvare una buona proposta, ascoltare persone fino a ieri ignorate. Un parlamentare potrebbe scoprire che difendere la sanità pubblica gli procura più consenso dell’ennesima obbedienza al capogruppo. Un partito potrebbe capire che per recuperare gli astenuti deve cambiare una scelta, anziché soltanto il manifesto elettorale.

Nello stesso Parlamento continuerebbero a muoversi lobby, interessi economici, accordi commerciali e scambi di favori. Su armi, energia e sanità le pressioni sarebbero fortissime. Servirebbero trattative visibili e voti riconoscibili: sapere chi ha proposto una norma, chi l’ha modificata, chi ne trae vantaggio. Nessuna formula elettorale cancella il trasformismo.

Un governo avrebbe comunque bisogno di una maggioranza e di un programma condiviso. Sulle singole leggi potrebbero formarsi convergenze diverse, pubbliche e motivate. La Costituzione prevede già che un voto contrario su una proposta del governo non comporti, da solo, l’obbligo di dimissioni. C’è spazio per un Parlamento che discute e corregge, senza trasformare ogni dissenso in una crisi dell’esecutivo.

Le bandiere resterebbero. A contare di più potrebbero essere la salute, la pace, i diritti, l’ambiente, il lavoro: ciò che quelle bandiere promettono di difendere e troppo spesso sacrificano alla convenienza del momento. Sul riarmo come sulla caccia, sulle cure come sulla transizione energetica e l’antimafia, ciascuno dovrebbe spiegare la propria scelta.

Il nostro film finisce con una legge buona approvata da una maggioranza imprevista. Fuori dal Parlamento qualcuno ne avrà un beneficio concreto. Dentro, per una sera, dovranno aggiornare l’elenco degli amici e dei nemici.




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