A tre anni dal 7 ottobre, mentre in Israele si continua a discutere delle responsabilità politiche e militari per l’attacco di Hamas, qualche chilometro più in là la guerra quotidiana sulla terra palestinese passa anche attraverso un ulivo.
È cominciata la raccolta delle olive in Cisgiordania. Per decine di migliaia di famiglie significa reddito, cibo, lavoro e continuità con una terra coltivata da generazioni. E ancora una volta coincide con l’aumento degli attacchi dei coloni israeliani.
Martedì ad Aqraba, a sud-est di Nablus, due palestinesi sono rimasti feriti. Un giovane di 23 anni è stato colpito a un piede da un colono che, secondo la Mezzaluna Rossa palestinese, avrebbe aperto il fuoco contro un gruppo di persone. Altri sono stati picchiati. Tra i feriti anche il fotoreporter dell’Afp Jaafar Ashtiyeh, aggredito mentre documentava quanto stava accadendo. I coloni avrebbero inoltre tentato di impedire alle ambulanze di raggiungere la zona e dato fuoco a quattro veicoli.
Non è un episodio isolato. A Ramin, nella zona di Tulkarm, coloni sono entrati nei terreni palestinesi e avrebbero raccolto e portato via le olive. A Immatin, vicino Qalqilya, quattro palestinesi sono rimasti feriti dopo essere stati aggrediti con bastoni e pietre mentre si trovavano sulla propria terra. Ad Abu Njeim, a sud-est di Betlemme, sono stati danneggiati quaranta ulivi.
Dietro quelle olive c’è molto più di un raccolto. Secondo le Nazioni Unite, tra ottantamila e centomila famiglie palestinesi in Cisgiordania dipendono dall’olivicoltura come fonte di reddito primaria o secondaria. Nel 2025 l’Ocha documentò centocinquanta attacchi di coloni legati alla raccolta tra il primo ottobre e il 3 novembre, dopo i circa centoquarantacinque dello stesso periodo del 2024.
E nel 2026 la violenza non si è fermata: tra gennaio e agosto l’Ocha ha registrato oltre milleseicento attacchi dei coloni in Cisgiordania, circa 6,7 al giorno. Alla fine di agosto almeno ventitré palestinesi risultavano uccisi in attacchi dei coloni. Nello stesso periodo è proseguita l’espansione degli insediamenti: tra marzo e giugno le autorità israeliane hanno portato avanti o approvato piani per 4.750 nuove unità abitative in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est.
La pressione passa così anche dalle cose più semplici: entrare nel proprio terreno, raggiungere un pozzo, portare al pascolo gli animali, raccogliere un’oliva. Colpire un albero, bruciarlo, abbatterlo o impedire al proprietario di raggiungerlo significa togliere reddito oggi e rendere più difficile restare domani.
L’ulivo finisce così per diventare una frontiera. Un albero lento, capace di vivere per secoli, trasformato in bersaglio.
Del 7 ottobre Israele continuerà a discutere: delle vittime, degli ostaggi, delle responsabilità, delle falle dell’intelligence e delle scelte del governo. Ma in Cisgiordania, nell’autunno del 2026, per molte famiglie palestinesi andare a raccogliere le olive sulla propria terra è già diventato un atto pericoloso.
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