La protesta attraversa le Alpi e trova edifici malridotti, famiglie alle prese con il carovita e ragazzi stanchi di sentirsi spiegare che devono adattarsi. «Facciamo come in Francia» è l’appello che accompagna le occupazioni nelle scuole italiane: una mobilitazione partita da Torino e Roma, cresciuta a Napoli e arrivata anche a Genova, mentre assemblee e iniziative coinvolgono altre città. Al centro, finanziamenti all’istruzione, diritto allo studio e opposizione al riarmo.
A Torino le prime occupazioni hanno interessato il Regina Margherita e il Giulio, seguiti dal Lagrange. A Roma è stato il Cavour ad aprire la stagione. Il collegamento con la Francia passa anche attraverso incontri diretti: delegazioni della Rete degli studenti, di Osa e dell’Unione degli universitari hanno raggiunto Parigi per sostenere la mobilitazione. Istruzione sottofinanziata, strutture degradate e costi crescenti dello studio sono problemi che riconoscono da entrambe le parti del confine.
A Napoli, dopo il Tito Lucrezio Caro, la protesta ha coinvolto Umberto, Mercalli, Sannazaro e Genovesi. Le richieste comprendono manutenzione, spazi adeguati e più risorse; le contestazioni investono il decreto Scuola e il limite agli alunni stranieri. Al Caro si aggiunge l’opposizione al progetto del Cpr di Castel Volturno. La scuola diventa il luogo dal quale prendere posizione sulla società in cui si dovrà vivere.
Le ragioni della protesta hanno indirizzi precisi. Come racconta Shendi Veli sul Manifesto, a Cagliari gli studenti del Pertini sono rimasti fuori dalle aule dopo aver scoperto topi nell’edificio; a Brindisi quelli del Majorana denunciano strutture malridotte, carenza di docenti e orari instabili. A Caserta, l’inagibilità del Mattei ha portato alla distribuzione delle classi in tre strutture, con i conseguenti disagi. Dietro la mobilitazione ci sono anche queste giornate: lezioni incerte, spazi inadeguati, problemi scaricati sugli studenti e sulle famiglie.
Sulla mobilitazione pesa intanto la stretta delle leggi sulla sicurezza. Il decreto del 2025, convertito nella legge 80, ha reso penalmente perseguibile il blocco della circolazione stradale o ferroviaria realizzato con il proprio corpo. Quando il fatto è commesso da più persone riunite, la pena prevista va da sei mesi a due anni di reclusione. Anche un sit-in che impedisca la circolazione può esporre a un procedimento penale. La condanna e l’eventuale esecuzione della pena dovrebbe, comunque, dipendere dal caso concreto.
Dal 2026 si aggiunge la possibilità di accompagnare e trattenere negli uffici di polizia, per il tempo necessario agli accertamenti e comunque non oltre dodici ore, persone ritenute concretamente pericolose per il pacifico svolgimento di una manifestazione, alle condizioni stabilite dalla legge. La misura può riguardare anche minorenni: devono essere informati il pubblico ministero minorile e i genitori. Il magistrato deve ordinare il rilascio quando mancano i presupposti. È un potere che interviene sulla libertà personale prima dell’eventuale commissione delle condotte temute.
Dentro gli istituti restano possibili conseguenze disciplinari, comprese sospensioni e ricadute sul voto di comportamento. Nessuna bocciatura discende, in teoria, automaticamente dalla partecipazione a un’occupazione: occorrono contestazioni e valutazioni secondo le norme applicabili. E resta, sempre in teoria, tutelata la libera espressione delle opinioni correttamente manifestata e rispettosa delle altre persone.
In Francia, intanto, il governo irrigidisce il linguaggio. Il 15 ottobre il premier Sébastien Lecornu ha parlato di «violenza urbana», pur riconoscendo la legittimità delle rivendicazioni studentesche. Nello stesso giorno erano previsti incontri tra rappresentanti degli studenti e governo al ministero dell’Istruzione.
La risposta alle occupazioni rivela un’idea precisa di governo: comprimere la spesa sociale e allargare gli strumenti di controllo. Le aule degradate diventano una fatalità di bilancio, la protesta un’emergenza di ordine pubblico. Gli studenti contestano questa gerarchia: risorse per il riarmo, sacrifici per l’istruzione, sanzioni per chi si oppone. È su queste scelte che lo scontro diventa politico.
I ragazzi chiedono aule sicure e possibilità di costruirsi una vita. Il governo ripari gli edifici, finanzi lo studio, ascolti chi li abita ogni mattina. Il futuro degli studenti merita almeno la stessa urgenza riservata all’acquisto delle armi. Ma questa è un’altra storia.
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