Speriamo di no. Ma senza trasformazione, la rivolta rischia di ripetere una storia di rabbia, repressione e bisogni lasciati senza risposta.
Jean-Luc Mélenchon accusa il comando della polizia di aver aperto la strada al caos a Parigi. Poi si rivolge a chi condivide la sua battaglia: tenersi lontano dai saccheggi e dalle devastazioni, azioni prive di significato politico e contrarie ai metodi del movimento. È una presa di posizione che tiene insieme la contestazione della gestione dell’ordine pubblico e il rifiuto di lasciare che la protesta venga inghiottita dalle distruzioni.
Sébastien Lecornu gli risponde che attribuire responsabilità ai vertici della polizia significa rovesciare quelle dei responsabili delle violenze. Il premier promette giustizia contro gli autori dei saccheggi e accusa gruppi dell’ultrasinistra di aver organizzato gli scontri. Il risultato è uno spostamento del confronto: dalle ragioni di chi manifesta alla responsabilità politica di chi sostiene la mobilitazione. Eppure il controllo sulle decisioni dell’ordine pubblico diventa tanto più necessario quando il loro esito è disastroso.
Sabato 17 ottobre centinaia di migliaia di persone hanno manifestato in Francia contro il carovita e il deterioramento dei servizi pubblici. Studenti, lavoratori e gilet gialli hanno portato nelle stesse strade bisogni che il governo non può liquidare come un problema di sicurezza. Poi gli scontri, gli incendi e i saccheggi hanno occupato gli schermi. La Francia che chiede di poter vivere e studiare rischia di sparire dietro quella delle vetrine distrutte.
A Parigi è stata segnalata la morte di un manifestante sul boulevard Magenta. Le prime informazioni di fonte poliziesca parlano di un malore: una ricostruzione da sottoporre agli accertamenti, senza anticipare conclusioni sulle cause e sulle circostanze del decesso. Il bilancio provvisorio comprende numerosi feriti tra manifestanti e forze dell’ordine. Sono documentati anche incendi di edifici pubblici, negozi saccheggiati e attacchi ai municipi. Occorre ricostruire episodi e responsabilità senza attribuire a ogni corteo tutto ciò che è accaduto nelle città attraversate dalla mobilitazione.
Le richieste di spiegazioni vanno oltre la France insoumise. I sindaci di Parigi, Marsiglia e Lione chiedono un incontro con il governo e una ricostruzione trasparente delle decisioni. Condannano le devastazioni e pretendono di sapere come si sia arrivati a questo punto. Sono responsabilità che possono essere accertate insieme.
Dall’altra parte dell’Atlantico, JD Vance ha già risolto il caso. Commentando un video dell’incendio del municipio di Limoges, accusa i progressisti occidentali di aver «importato il Terzo mondo», trascurando assimilazione e compatibilità. Poi invita gli americani a guardare: sarebbe questo il futuro preparato dai democratici per gli Stati Uniti. La Francia diventa materiale per la campagna elettorale americana.
Il vicepresidente compie un gioco di prestigio piuttosto scoperto: prende un incendio e ne ricava una spiegazione dell’intero conflitto sociale. Nel mezzo scompaiono salari, affitti, scuola, servizi e scelte dei governi. Per sostenere la sua tesi servirebbero accertamenti sugli autori e prove del rapporto causale che pretende di stabilire. Gli basta un filmato. Il razzismo serve precisamente a questo: trasformare una questione di distribuzione della ricchezza in una guerra contro chi ne possiede ancora meno.
Ma smontare Vance non risolve il problema politico della rivolta. Il ritorno dei gilet gialli accanto agli studenti mostra che bisogni rimasti senza risposta possono incontrarsi e riconoscersi. È una forza. Mostra anche quanto poco sia stato risolto dalla stagione precedente. La ricomparsa della protesta può essere un nuovo inizio; può anche diventare la ripetizione di una sconfitta.
È qui che si misura il limite di una rivolta quando assume lo scontro come metodo sufficiente e la propria esasperazione come deterrente. La rabbia rompe l’isolamento, rende visibile ciò che il potere esclude, può diventare necessaria per interrompere la rassegnazione. Da sola, però, non contiene il progetto dei rapporti che verranno dopo. Persino la caduta di un governo lascia aperto chi deciderà sulla ricchezza, sul lavoro, sulla scuola e sulla vita delle persone.
La coazione a ripetere è un rischio politico: tornare negli stessi luoghi, affrontare gli stessi apparati, subire altre ferite, esaurirsi e lasciare nuovamente ad altri il potere di scegliere. La destra può raccogliere il bisogno d’ordine prodotto dagli scontri; il governo può sopravvivere nascondendo dietro le devastazioni le proprie responsabilità sociali. Nessuno di questi esiti è inevitabile. Impedirli richiede una ricerca sulla realtà umana che investa anche il movimento con una nuova piattaforma di base teorica: organizzazione, obiettivi, pensiero, capacità di trasformare i rapporti insieme alle condizioni materiali.
Liberté, égalité, fraternité restano parole immense. Ma se la libertà finisce nel mercato, l’uguaglianza resta scritta sui municipi e la fraternità dura soltanto il tempo di una barricata, il percorso si richiude. Senza trasformazione si può percorrere tutta la piazza e ritrovarsi alla casella di partenza. Nel gioco dell’oca si perde un turno. Nella storia, anche una generazione.
Fonti
Jean-Luc Mélenchon, Bluesky, 17 ottobre 2026
LCP, reazioni politiche alle manifestazioni, 17 ottobre 2026
Le Parisien, cronaca e bilanci provvisori, 18 ottobre 2026
Le Parisien con Afp, dichiarazioni di JD Vance, 18 ottobre 2026
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