Caro direttore,
guardiamo alle violenze di pochi facinorosi che rovinano manifestazioni pacifiche, ma troppo spesso ignoriamo quelle prodotte dalle scelte dei nostri governi e dei loro rappresentanti.
Essere complici della devastazione di Gaza, dove si distruggono città come fossero vetrine, continuando a sostenere il governo di Netanyahu e Ben-Gvir anziché sanzionarne le responsabilità, non è violenza?
Continuare a inviare armi e denaro all’Ucraina, senza pretendere controlli rigorosi contro la corruzione e senza costruire una soluzione diplomatica, non è violenza?
Accettare politiche energetiche e guerre che alimentano gli interessi dei grandi fornitori, scaricando sulle famiglie l’aumento del prezzo dei carburanti, delle bollette e della spesa, non è violenza?
Tollerare nelle istituzioni collusioni mafiose, corruzione e uso privato del denaro pubblico, quando vengono accertati, non è violenza?
Aumentare le spese militari sottraendo risorse alla sanità pubblica non è violenza? Finanziare le scuole private mentre gli alunni delle scuole pubbliche studiano in classi sovraffollate e in edifici fatiscenti e insicuri non è violenza?
Gli abusi delle forze dell’ordine, come quelli della scuola Diaz durante il G8 di Genova, non sono violenza?
Rendere il lavoro sempre più precario e insicuro, accettando che si continui a morire per lavorare, non è violenza?
Lasciare che le famiglie spendano fior di soldi per i centri estivi, quando le scuole sono chiuse e mancano servizi pubblici adeguati, non è un modo per scaricare sulle persone il costo delle scelte politiche?
Eppure una parte dell’informazione concentra tutta l’attenzione su chi rompe le vetrine e provoca disordini, lasciando sullo sfondo le responsabilità di chi governa e le condizioni che alimentano il disagio.
Mi dispiace, ma non accetto lezioni di etica e di morale proprio da chi contribuisce a produrre questa situazione. Condanno le aggressioni e le devastazioni: offrono anche un alibi per screditare le manifestazioni e nasconderne le ragioni. Ma non accetto che una vetrina infranta occupi tutto lo spazio del racconto, mentre le vite spezzate dalle guerre, dal lavoro insicuro e dai servizi negati diventano ordinaria amministrazione.
Guido
Caro Guido,
una vetrina rotta si vede subito. Una visita medica rinviata per mesi, una scuola che cade a pezzi, un lavoratore costretto ad accettare condizioni pericolose fanno meno rumore. Anche perché spesso vengono raccontati come fatalità, anziché come conseguenze di scelte precise.
Il punto della tua lettera è qui: chi esercita il potere pretende di definire la violenza escludendo dal discorso quella che le proprie decisioni producono o rendono possibile.
Questo non assolve chi aggredisce o devasta. Ci impone di guardare anche dove telecamere e commentatori si fermano meno volentieri. Il compito del giornalismo è ricostruire responsabilità, verificare le accuse e dare voce a chi subisce. Anche quando a rompere le vite è una decisione presa in giacca e cravatta.
Pino Di Maula





