E’ quasi un miracolo. Sono rimasta abbagliata da questo piccolo film presentato, lo scorso anno, alla Festa del cinema di Roma. Mi sarebbe sfuggito, se non mi fosse giunta la segnalazione da un’amica: “Guardalo, lo trovi su Netflix!”
E ieri sera, in preda alla noia della programmazione televisiva estiva, mi sono ricordata del consiglio e sono andata a cercare questo film: “Hey Joe” di Claudio Giovannesi. Confesso subito che anche il regista non era mai stato, ahimè, tra le mie conoscenze cinematografiche, ma mi sono detta che forse era il modo migliore per una visione priva da qualsiasi condizionamento. E in questa avventura si è unito anche il mio compagno – altro miracolo -, con il quale condivido la vita e molto altro, ma non i gusti cinematografici. Qui le nostre simpatie sono proprio strutturalmente, profondamente diverse. Voglio però subito rivelare la mia passione per l’attore protagonista, James Franco. Ho sempre considerato il suo lavoro attoriale superlativo, giusto e credibile, nel senso che ti fa pensare che non abbia mai fatto altro nella vita, se non il personaggio che in quel momento rappresenta. Bravissimo!.
Ho detto all’inizio che sono rimasta abbagliata. Non potrei dire meglio perché questo film (non so se è stato una piccola o grande produzione) mi ha letteralmente travolta.
Innanzitutto, nel linguaggio. Questo misto di inglese, italiano e napoletano è perfetto e giusto per descrivere quel mondo. Mi ha subito catturato, insieme alle capacità professionali di tutti gli attori, che hanno le facce giuste, le intonazioni giuste nel comunicare attraverso un fritto misto di linguaggi, che trovo perfetto. I loro volti si coniugano perfettamente con il silenzio che dicono. Sia gli attori americani, che gli attori italiani, Giulia Ercolini/Bambi fra tutti, mi hanno particolarmente colpito in più di una scena. Ed anche lo svelamento dei suoi sentimenti verso James Franco/Dean Barry, è incredibile. Bastano pochi movimenti degli occhi, della bocca, le pause nella voce per raccontare tutto. Anche Francesco Di Napoli/Enzo è bravissimo: lo avevo già visto in una serie televisiva, ma non mi aveva catturato più di tanto. Qui è abilissimo con l’intensità del suo sguardo e, soprattutto, per i modi così poco “affettuosi” con il padre annunciato da tutto il quartiere, a delineare il suo personaggio.
Parimenti, un’altra area del film che mi ha letteralmente sopraffatta e di cui vorrei parlare, non separatamente ma mescolando i vari settori, sono i costumi, le scenografie e i luoghi del film. Se al primo impatto il linguaggio è ciò che mi ha subito preso, la seconda emozione arriva dallo sguardo dell’autore sulle ambientazioni, per i luoghi che ho trovato semplicemente “perfetti” nella loro poetica imperfezione. Anche perché sono riaffiorati tutti i ricordi di Napoli scoperta negli anni ’70. E’ una Napoli che ho trovato molto più aderente alla realtà di quegli anni, di altre immagini di Napoli rappresentate su altre pellicole più allegoriche e di fantasia. O forse, sarebbe il caso di dire, di fantasticherie.
Anche nella scenografia c’è stata una grande ricerca, tutto è stato curato con grande attenzione ai particolari. E così anche per i costumi: veniamo catapultati in questa città che si è ripresa dalla rovina della guerra, ma dove la sua economia, soprattutto quella di contrabbando, è piena dei prodotti americani, ancora tanto presenti a causa dell’esistenza della base Nato. Sigarette, whisky, jeans, magliette sportive. La regia di Giovannesi ci porta nei vicoli e ci fa respirare quell’aria, in contrasto con quella degli anni ’40, attraverso flashback, sempre funzionali a mettere in evidenza uno sguardo, un’emozione, un risentimento, anche grazie a uno straordinario montaggio.
Le due ore scarse della durata passano molto velocemente. Vediamo, sentiamo, respiriamo l’atmosfera intima e sofferta tra padre e figlio e vorremmo che non finisse così presto.
Laura Ricci




