Diritti

HEBRON | Gas e fermi contro i giornalisti, l’occupazione colpisce anche chi la racconta

Il Cpj denuncia le violazioni dell’esercito israeliano contro la stampa. Smentita dalla stessa polizia israeliana l’accusa contro il fotografo Hazem Bader: attribuirgli una conoscenza anticipata dell’attacco significa esporlo a nuovi pericoli.


A Hebron anche documentare un’incursione militare diventa un’attività da ostacolare. Giornalisti fermati per ore, gas lacrimogeni contro i reporter, laser puntati mentre lavorano, irruzioni nelle redazioni. Il Comitato per la protezione dei giornalisti, Cpj, ha denunciato il 26 ottobre una successione di violazioni durante l’operazione israeliana nella città della Cisgiordania occupata, iniziata venerdì 23 ottobre dopo un attacco nel quale sono morti due soldati israeliani.

Sabato sono stati fermati per diverse ore il freelance Musab Qafesha e Riad Khamiss, direttore di Radio Fourth. Per Qafesha si ripete una storia di detenzioni: arrestato nel 2021 e nel 2022, era stato nuovamente imprigionato nell’ottobre 2023 e liberato un anno dopo. Secondo il Comitato, durante quella detenzione aveva perso quarantacinque chili.

Nelle stesse giornate, il cronista Sohaib Ewiwe ha filmato il lancio di lacrimogeni contro giornalisti impegnati a seguire il raid. Le truppe israeliane sono entrate anche negli uffici di Al-Ghad TV: l’emittente le accusa di aver trasformato la redazione in una postazione militare. Lunedì una sua troupe è stata intercettata dalle forze israeliane. Altri filmati documentano laser puntati contro i reporter e un drone sopra il giornalista di Al-Araby TV Fadi al-Assa e i suoi colleghi mentre lavoravano.

Una città svuotata dalle sue case

Il quadro nel quale lavorano i cronisti emerge anche dai resoconti dell’agenzia palestinese Wafa. Nel pomeriggio del 26 ottobre, citando il comitato locale di sostegno e soccorso, l’agenzia riferisce di seicentodiciannove famiglie colpite dall’operazione e quasi quattromila persone costrette a lasciare le proprie abitazioni, soprattutto nelle zone di Deir Baha e al-Jilda. Secondo il portavoce del comitato, duecentosessantasei famiglie non avevano trovato una sistemazione sicura. La Società dei prigionieri palestinesi segnalava inoltre ottantacinque arrestati nel governatorato e oltre duecentocinquanta persone trattenute per interrogatori sul posto.

Il 27 ottobre Wafa riporta anche l’allarme di organizzazioni statunitensi per i diritti umani sul rischio che gli sfollati non possano rientrare. Sono le case abbandonate, i quartieri chiusi e l’incertezza del ritorno a rendere indispensabile la presenza di testimoni indipendenti. Ostacolare i giornalisti significa rendere meno visibili anche queste conseguenze dell’operazione militare.



La fotografia trasformata in sospetto

Alla pressione sul campo si aggiunge quella esercitata attraverso le accuse. Alcuni media, citando fonti anonime dell’esercito israeliano, hanno sostenuto che Hazem Bader, fotografo dell’Agence France-Presse, fosse informato in anticipo dell’attacco contro i soldati. La polizia israeliana ha smentito la notizia. L’Associazione della stampa estera l’ha definita «completamente falsa», denunciando il pericolo che simili affermazioni producono per chi lavora sul terreno.

È un passaggio decisivo. Attribuire a un fotografo una conoscenza preventiva di un attacco insinua una contiguità con chi lo ha compiuto. Il cronista viene spostato, nella percezione pubblica, dalla posizione di testimone a quella di possibile complice. In un territorio occupato, dove i giornalisti lavorano fra soldati, posti di blocco e coloni armati, il sospetto può diventare un rischio concreto. La smentita deve avere almeno la stessa evidenza dell’accusa.

Colpire i testimoni, cancellare la memoria

Vicino a Jenin, intanto, coloni israeliani hanno vandalizzato un monumento dedicato a Shireen Abu Akleh, la giornalista palestinese uccisa dalle truppe israeliane nel 2022 mentre documentava un’incursione. Anche questo episodio compare nella denuncia del Cpj, insieme alle aggressioni contro giornalisti palestinesi e stranieri durante la raccolta delle olive.

La successione degli episodi restringe lo spazio dell’informazione indipendente: rende più difficile raggiungere i luoghi, raccogliere testimonianze, verificare ciò che accade e mostrarlo al pubblico. Quando una troupe viene bloccata o una redazione occupata, sono anche i lettori e gli spettatori a perdere una possibilità di conoscere.

La direttrice regionale del Cpj, Sara Qudah, chiede alle autorità israeliane di fermare gli attacchi e garantire ai giornalisti condizioni di lavoro sicure, denunciando il silenzio internazionale che incoraggia i responsabili. Nel comunicato originale, il Comitato precisa inoltre di aver chiesto un commento all’ufficio stampa internazionale dell’esercito israeliano senza ricevere una risposta immediata.

La morte di due soldati richiede un’indagine e l’accertamento delle responsabilità. Nessuna indagine può giustificare l’intimidazione di chi la racconta. A Hebron la possibilità di vedere dipende anche da quei giornalisti: fermarli significa lasciare l’occupazione con meno testimoni.



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