Il 24 ottobre 2025 segna l’80° anniversario della fondazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, nata dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale con lo scopo di “salvare le future generazioni dal flagello della guerra”. Questo importante traguardo non è solo un’occasione per commemorare la longevità dell’organismo internazionale, ma anche un momento cruciale per una riflessione critica e necessaria sulla sua efficacia, sulle sue crisi operative e sull’impellente bisogno di una radicale riforma strutturale.
Lo Statuto delle Nazioni Unite, entrato in vigore il 24 ottobre 1945, si apre con una dichiarazione di intenti tanto solenne quanto ambiziosa: mantenere la pace e la sicurezza internazionali attraverso “misure collettive per prevenire e rimuovere le minacce alla pace”. Tuttavia, dopo otto decadi, il verbo “prevenire” risuona vuoto. La pace dovrebbe essere un “processo evolutivo che va innaffiato, mantenuto nel tempo e sempre difeso”. Al contrario, la storia recente è costellata di controversie passate sotto silenzio e di un’azione internazionale spesso paralizzata da logiche di veti incrociati. Questa inazione ha lasciato progressivamente campo libero ad altri attori, come la NATO, che ha assunto nel tempo “valenze offensive”, minando il monopolio dell’ONU in materia di sicurezza internazionale.
Il cuore del malfunzionamento delle Nazioni Unite batte nel Consiglio di Sicurezza, la cui struttura riflette gli equilibri di potere del 1945 e non più la realtà geopolitica del XXI secolo. Il potere di veto detenuto dai cinque membri permanenti (Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti) si è trasformato troppo spesso in uno strumento di paralisi. Questo meccanismo ha portato a una cronica inazione, privando l’Organizzazione della sua autorevolezza e della sua capacità di intervento tempestivo. La crisi della guerra in Europa ne è solo l’ultimo e più drammatico esempio. L’attuale composizione del Consiglio di Sicurezza non rispecchia il mondo di oggi. È impensabile, per esempio come sottolineato da molti, che l’India, la nazione più popolosa del pianeta, non abbia un seggio permanente. L’Organizzazione, passata da 51 membri iniziali nel 1945 agli attuali 193, necessita di una riforma che fotografi meglio i rapporti di forze fra i paesi sotto il profilo economico, politico e demografico.
Questa mancanza di rappresentatività mina la legittimità percepita dell’ONU e alimenta un crescente scetticismo sulla sua capacità di essere il baluardo del diritto internazionale. Senza una riforma profonda, autocrazie, dittature, “democrature” e persino democrazie possono sentirsi autorizzate a fare da sé, erodendo ulteriormente l’ordine multilaterale. Alla vigilia del suo 80° anniversario, la comunità internazionale deve interrogarsi sul futuro delle Nazioni Unite. Le crisi globali, dai conflitti prolungati agli sfollamenti di massa, dal cambiamento climatico alla disuguaglianza, hanno messo a nudo l’urgente necessità di una leadership audace, legittima e inclusiva. Il prossimo processo di selezione del Segretario Generale, che succederà ad António Guterres, è visto da molti come un banco di prova cruciale.
C’è un appello sempre più forte affinché, per la prima volta nella sua storia, l’ONU sia guidata da una donna, possibilmente proveniente da una regione come l’America Latina e i Caraibi, che ha avuto solo un Segretario Generale in 80 anni. Questo non sarebbe solo un atto simbolico, ma un segnale concreto di discontinuità e di apertura a leadership trasformative. Oltre alla composizione del Consiglio di Sicurezza, si sollecita una revisione urgente del funzionamento dell’ONU e delle sue agenzie, chiedendo maggiore trasparenza, efficienza, coerenza e risorse adeguate. L’obiettivo è re-immaginare le Nazioni Unite come la piattaforma principale per difendere i beni comuni globali.
L’auspicio è che l’ottantesimo anniversario non sia una mera celebrazione retorica, ma l’occasione per avviare quel “reset” istituzionale di cui l’Organizzazione ha un disperato bisogno in un’epoca di complessità e frammentazione. Un’ONU riformata e autorevole non è un’utopia, ma una necessità improrogabile per la sicurezza e il benessere collettivo. La scelta è tra un lento e inesorabile declino verso l’irrilevanza o un coraggioso rinnovamento per affrontare le sfide presenti e future.




