Il 2025 per l’Italia è stato l’anno degli equilibrismi. In campo internazionale la posizione di “pontiera” tra le due sponde dell’atlantico non sembra aver portato risultati lusinghieri né con Europa né con la nuova amministrazione americana della quale per altro Meloni si è fatta paladina. Nonostante ciò, con l’anno che va a finire, la scena politica italiana si presenta stabile, con un governo consolidato che ha rafforzato la propria posizione favorita da una evidente crisi strutturale dell’opposizione che non riesce a proporre un’alternativa credibile. Il quadro è chiaramente sintetizzato nell’analisi dei fatti. La leadership personale di Giorgia Meloni è ancora solida e dominante, una performance personale costante nettamente superiore a quella degli altri leader politici; forte anche dell’elevata stabilità del governo a dispetto delle evidenti divisioni interne. La capacità della coalizione di centrodestra di mantenere la barra dritta nonostante le sparate dell’ineffabile Matteo Salvini ha portato l’esecutivo ad essere il terzo governo più longevo della Repubblica.
Le elezioni regionali che avrebbero potuto, nella speranza dell’opposizione, costituire una inversione di rotta anche a livello nazionale sono state, invece, la conferma dello status quo con la vittoria delle coalizioni uscenti in cinque casi su sei. Il centrodestra ha confermato i suoi governatori in Marche (Acquaroli) e Calabria (Occhiuto), mentre il centrosinistra ha confermato Giani in Toscana. L’unico cambio di bandiera è in Campania, dove il Movimento 5 Stelle ha vinto, ma sempre all’interno della coalizione progressista del “campo largo”. La crescita economica modesta (+0,5 per cento), la produzione industriale in calo da quasi due anni e il Pil in rallentamento sono il risultato del tentativo di tenere sotto controllo l’inflazione e rispettare il patto di stabilità. L’ultima legge finanziaria ne è lo specchio, pochi investimenti, poco sviluppo, poca lungimiranza nell’agire la leva dell’economia.
A questo poco che produce il governo si contrappone un’opposizione frammentata e in difficoltà. Il Pd si è consolidato ma senza “sfondamento”. Il cosiddetto “campo largo” ha manifestato una scarsa capacità di proporre una visione alternativa ed una leadership percepita come competitiva. Il risultato è che la leadership di Giorgia Meloni esce rafforzata dal 2025. I sondaggi la indicano come la figura politica con il più alto livello di fiducia, staccando nettamente i leader dell’opposizione.
Il governo ha spinto su alcuni dossier simbolo come l’autonomia differenziata, il cosiddetto Piano Mattei sulle migrazioni con il tentativo, peraltro mal riuscito di ampliare la collaborazione con paesi africani, in aggiunta alla risibile iniziativa di esternalizzare la detenzione e la pratica dei rimpatri con l’apertura di centri in Albania. Il ponte sullo Stretto di Messina è stato rilanciato come segnale politico di modernizzazione, nonostante le polemiche su costi e impatto ambientale. La riforma sulla giustizia è forse il risultato più eclatante.
Il governo punta a una narrativa di “Italia solida e di nuovo in cammino”, evidenziando gli investimenti (anche tramite Pnrr) e misure per le imprese come il credito d’imposta per le Zone Economiche Speciali. Tuttavia, la produzione industriale, come si diceva, è stagnante e il debito pubblico resta altissimo (136.2 percento del Pil). L’opposizione critica una crescita praticamente ferma e prezzi ancora elevati per le famiglie, ma questa lettura non sembra aver intaccato il consenso del governo.
È qui che si manifesta la maggiore debolezza del panorama politico. La sinistra e il centrosinistra appaiono incapaci di contrastare efficacemente Meloni. L’opposizione fatica a produrre una leadership alternativa convincente. Elly Schlein ha consolidato il Pd intorno al 21-22 percento, ma il suo appeal personale resta distante da quello della premier indebolita anche dalle divisioni interne al Partito democratico. L’alleanza di centrosinistra (Pd, M5S, Avs) appare fragile e dettata più dalla necessità tattica che da una visione strategica comune solida. Questo approccio, unito alla mancanza di un programma alternativo chiaro e attraente, non riesce a erodere il consenso al governo.
Il 2025 si chiude, pertanto, con un centrodestra saldamente al governo nonostante la pochezza dei risultati sia economici che di politica internazionale e un’opposizione in difficoltà. La sfida per il 2026 sarà duplice, per Meloni, si tratterà di tradurre la stabilità politica e le riforme simboliche in risultati economici e sociali tangibili per i cittadini, mantenendo coesa la coalizione. Per la sinistra, la sopravvivenza politica potrebbe dipendere dalla capacità di andare oltre la semplice unità tattica, costruendo una proposta credibile e una leadership in grado di competere sul piano del consenso. Una cosa è certa, Giorgia Meloni non potrà continuare a lungo ad affidarsi alle sue doti di equilibrista e l’opposizione non potrà continuare a raccontare la storiella del governo incapace di rispondere alle esigenze degli italiani senza far nascere una credibile alternativa. Il 2027 è più vicino di quanto sembri, il tempo è poco sia per il governo sia per l’opposizione poi la parola passerà agli elettori.


