Scatteranno domani, 2 aprile, le attese tariffe doganali o, come ormai vengono definiti, i dazi imposti da Donald Trump alle importazioni verso gli USA. Le tariffe doganali esistono da sempre, la novità è che ora Trump le vuole aumentare enormemente. La Ue, per esempio, impone restrizioni molto alte sull’import di beni alimentari, come il vino.
Alcuni studiosi definiscono questa tornata di dazi “una granata lanciata sul mercato mondiale”. Definizione un po’ allarmistica, ma non c’è dubbio che la notizia dell’imposizione di dazi da parte dell’amministrazione Trump causerebbe danni significativi a molte industrie tra le quali quella fondamentale dell’automotive, con il prezzo alla produzione e al consumo delle auto in Usa che aumenterebbe causando l’aggravamento, già in atto per altre cause, della crisi del settore.
I dazi entrano, o sarebbe meglio dire, tornano di prepotenza, nella determinazione del benessere e dei redditi dei popoli, come e più del costo del lavoro, dei prezzi delle materie prime, della produttività. Per lungo tempo ha prevalso la teoria secondo cui è più efficiente produrre o acquistare un bene laddove i costi sono inferiori e i margini più grandi. Può trattarsi di produzioni favorite da condizioni climatiche del Paese, oppure dalla presenza di un know-how consolidato o, soprattutto per le economie occidentali, da un livello tecnologico che permette di essere competitivi sul mercato oltre, ovviamente, a una notevole riduzione del costo del lavoro. Questo modus operandi, che a fasi alterne ha caratterizzato gli ultimi trenta anni di globalizzazione, se non è al tramonto è, diciamo, fortemente messo in discussione.
I dati dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto) ci dicono che prima della recentissima guerra commerciale scatenata dagli Usa i dazi medi di Ue e Stati Uniti erano rispettivamente del 5 per cento e del 3,3 per cento, mentre nel caso della Cina si saliva al 7,5 per cento. Dazi analoghi li ha imposti anche il Regno Unito, il Giappone, la Svizzera, la Norvegia, e il Canada. Sono tutti Paesi che producono ed esportano prodotti e servizi ad alto valore aggiunto e hanno bisogno di soddisfare i consumi di una popolazione benestante con acquisti dall’estero di beni, indispensabili e non realizzabili all’interno dei propri confini. Hanno anche la necessità di importare materie prime e semilavorati per la propria industria e che questi siano economici, per non pesare sul prezzo finale di ciò che viene prodotto e magari a sua volta esportato. Da qui la presenza di bassi dazi.
Insomma, sui prodotti più scambiati vige ancora una sostanziale libertà di commercio. È per questo motivo che dazi generalizzati del 10 per cento o addirittura del 25 per cento, come quelli che vorrebbe Trump, avrebbero inevitabilmente un impatto per tutti gli attori economici, dalle imprese ai consumatori. Un impatto negativo,
naturalmente; per la Tax Foundation, per esempio, tariffe al 25 per cento e al 10 per cento produrrebbero una riduzione del tasso di crescita Usa di lungo periodo dello 0,4 per cento e la perdita di 330 mila posti di lavoro a tempo pieno, anche senza analoghe misure ritorsive da parte dei Paesi interessati. Per il Peterson Institute for International Economics (PIIE), poi, le famiglie che fanno parte del 20 per cento più povero degli Usa vedrebbero un calo del reddito disponibile del 2,7 per cento, molto più di quello dello 0,6 per cento che colpirebbe il 20 per cento più ricco. La ragione è che i meno abbienti destinano ai consumi, che diverrebbero più cari con i dazi, una porzione molto più grande delle entrate.
Sui mercati si è già iniziata a vedere l’influenza della politica trumpiana. Le borse di tutto il mondo hanno vissuto un lunedì nero come non si vedeva da tempo con cali generalizzati su ogni settore. L’effetto sull’economia americana è stato ancora più devastante se si considerano i capitali che hanno attraversato l’Atlantico destinando gli investimenti sulle borse europee. Un dato interessante per valutare l’impatto sulla popolazione è l’enorme differenza di investimenti in titoli in mano alle famiglie negli USA rispetto all’Europa. Mentre nel vecchio continente raramente una famiglia media investe in borsa, negli USA questa è una pratica piuttosto diffusa. E’ evidente, pertanto, che una variazione pesantemente negativa dei titoli va a colpire le tasche delle famiglie con un effetto moltiplicatore aggregandosi all’inflazione e agli aumenti derivanti dai dazi.
Secondo Morgan Stanley ogni aumento del 5 per cento dei dazi potrebbe provocare una riduzione dell’1-2 per cento dell’utile per azione dei titoli dello S&P 500. Allo stesso tempo storicamente l’incertezza riduce di circa il 3 per cento il rapporto futuro tra prezzo e utili. E’ quello che è successo proprio nella giornata di lunedì 31 marzo. La domanda a questo punto è: quanto tempo ci vorrà prima che questi impatti nefasti sull’economia domestica USA porti ad una inversione del livello di gradimento della nuova amministrazione? Si è sempre detto che più di qualsiasi altro argomento le scelte degli elettori americani si basano sul portafoglio. Non sono lontane le elezioni di mid term dove Trump si potrebbe trovare in minoranza in entrambi i rami del parlamento. Diventerebbe l’ennesima anatra zoppa della storia USA, i precedenti non sono ben auguranti (vedi Obama con l’Obamacare). Forse il funambolico neo presidente dovrebbe farsi qualche domanda e cercare di darsi le risposte giuste.




