Questo è un momento senza precedenti nella storia iraniana moderna: forse non accadeva dai primi giorni successivi alla fondazione della Repubblica Islamica negli anni ’80, quando l’Iraq di Saddam Hussein lanciò un’invasione su vasta scala dell’Iran rivoluzionario. Le autorità di Teheran erano giovani, ideologicamente ferventi e capaci di mobilitare centinaia di migliaia di volontari. Oggi lo Stato iraniano è più vecchio, strutturalmente più rigido e sotto il peso di pressioni interne ed esterne, ma ciò che si sta sviluppando non è meno esistenziale.
I parallelismi sono evidenti. Se l’invasione di Saddam del 1980 fu il primo tentativo di schiacciare un nascente sfidante regionale, e l’invasione dell’Iraq guidata dagli Stati Uniti nel 2003 mirava a un cambio di regime, allora ciò a cui stiamo assistendo oggi è un ibrido: una campagna militare israeliana a più livelli che sembra chirurgica nell’esecuzione ma strategica negli intenti. La domanda centrale incombe: si tratta di una campagna militare coercitiva per modificare il comportamento dell’Iran o di una guerra calibrata per smantellare il regime dall’interno?
A giudicare dallo schema delle operazioni, sembra che si tratti di entrambe le cose. Israele, forse con il tacito appoggio americano, ha lanciato una campagna complessa e prolungata che prende di mira i sistemi di difesa aerea iraniani, gli alti comandanti militari e gli scienziati nucleari. L’obiettivo: paralizzare la capacità di comando e controllo dell’Iran, rimuovere gli ostacoli agli attacchi in profondità e impedire a Teheran di accelerare la trasformazione del suo programma nucleare in un’arma.
Ciò a cui stiamo assistendo è una convergenza di dottrine militari: la precisione della guerra in Iraq del 2003, le tattiche di logoramento mirate viste nella campagna israeliana del 2024 contro Hezbollah e il progressivo disfacimento del regime di Bashar al-Assad in Siria. Sebbene né Israele né gli Stati Uniti abbiano dichiarato il cambio di regime come obiettivo dichiarato, la portata, la portata e il simbolismo degli attacchi attuali indicano inequivocabilmente uno di questi due esiti: costringere Teheran alla capitolazione nucleare o progettare un collasso dall’interno.
In effetti, l’attuale escalation non può essere separata dalla pressione cumulativa esercitata negli ultimi nove mesi, a partire dagli attacchi chirurgici israeliani contro gli arsenali missilistici di Hezbollah in Libano, dall’assassinio del leader del gruppo Hassan Nasrallah e dallo smantellamento delle reti alleate dell’Iran nella regione.
Colpire ‘la testa’
Ciò che si sta sviluppando ora è la fase finale di quella che Israele, dal 2018, definisce la “Dottrina del Polpo”: un concetto strategico che vede l’Iran non come un avversario convenzionale, ma come un sistema nervoso centrale, la testa, che comanda una costellazione di delegati militanti, le armi, in tutta la regione, da Hezbollah in Libano ad Hamas a Gaza, al movimento Ansarullah in Yemen, fino ai gruppi armati sciiti in Iraq.
Fino a poco tempo fa, Israele si concentrava sul “tagliare le armi”. Ma nell’ultimo anno, e con l’inizio della guerra, Israele – per usare le parole dello stesso Primo Ministro Benjamin Netanyahu – ha “colpito la testa”. Tali affermazioni sono più che semplici fronzoli retorici: rappresentano la cornice strategica entro cui ora operano i decisori israeliani. La trasformazione è netta: dalla deterrenza alla prevenzione; dal contenimento alla decapitazione.
La prima fase della campagna ha smantellato i tentacoli. La rete di Hezbollah in Libano è stata indebolita da continui attacchi aerei; la presenza dell’Iran in Siria è stata erosa da centinaia di raid di precisione; i gruppi iracheni hanno dovuto affrontare isolamento politico e attacchi segreti; e Hamas è stata isolata dopo l’attacco a sorpresa contro Israele del 7 ottobre 2023 attraverso una guerra militare, diplomatica e finanziaria.
Ora, nella fase due, gli attacchi si stanno svolgendo nel cuore dell’Iran. Nelle ultime 48 ore, si sono verificati omicidi di comandanti militari e scienziati nucleari iraniani in tutta Teheran. Inoltre, si è assistito a un sistematico degrado delle difese aeree iraniane – inclusi gli S-300, i Sayyad e i Bavar-373 – nonché a raid aerei coordinati e missili lanciati da sottomarini che hanno preso di mira Natanz, Tabriz, Kermanshah, Shiraz e siti in numerose altre città. Il filo conduttore di tutto ciò è il tentativo di smantellare le strutture decisionali militari centralizzate.
Questa non è una campagna di pressione, è una dottrina di sottomissione. E mentre alcuni a Teheran la considerano ancora parte di una tattica negoziale in collaborazione con gli Stati Uniti, l’impeto sul campo di battaglia suggerisce il contrario.
Ali Hashem
“La prima vittima della guerra è la verità” è un cliché così logoro – e così ovvio per chiunque abbia prestato servizio nell’intelligence statunitense – che oso metterlo per iscritto solo perché questa settimana le bugie hanno letteralmente iniziato a volare prima delle bombe sganciate da Israele sull’Iran, in quello che ora possiamo tranquillamente definire l’inizio di una guerra su vasta scala. Se vogliamo avere qualche speranza di interrompere un disastroso ciclo di escalation, dobbiamo intercettare la raffica di bugie che è già stata lanciata da Tel Aviv e Washington. Eccone due.
1. L’Iran era sul punto di sviluppare un’arma nucleare
Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha definito gli attacchi “preventivi”. Per prevenire cosa? I preparativi per un’operazione militare su larga scala sono molto difficili da nascondere, che si tratti dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, del bombardamento dell’Iran da parte di Israele o di una presunta offensiva iraniana contro lo Stato di Israele. Se l’esercito iraniano – monitorato ossessivamente da diverse agenzie di intelligence statunitensi – avesse effettivamente preparato un attacco contro Israele, l’amministrazione Trump ne sarebbe stata ben consapevole e avrebbe offerto un supporto molto più incisivo di quanto non abbia fatto finora. Se gli attacchi di giovedì dovessero prevenire qualcosa, sarebbero i progressi nei colloqui nucleari tra Stati Uniti e Iran che il governo iraniano sembrava perseguire in buona fede.
Harrison Mann, direttore Associato per le Campagne e le Politiche di Win Without War, una rete progressista di difesa della sicurezza nazionale. È un ex ufficiale dell’esercito e funzionario dell’intelligence statunitense che si è dimesso in segno di protesta per la situazione a Gaza.
In Fondo. Il commento del Prof. Franceso Dall’Aglio
Salve, sono un piccolo/medio/grande attore locale, o una potenza regionale che per un motivo o per l’altro non ha ottimi rapporti con l’Occidente (loro dicono perché maltratto le donne, le minoranze, la comunità LGBTQIA+ e la cosa molto spesso è vera, ma a me continua a sembrare più probabile che il motivo sia che a casa mia c’è il litio, il lantanio, il petrolio, l’uranio eccetera, e che a casa loro economicamente le cose non vanno benissimo), e questo è quanto ho imparato dagli ultimi eventi (avrei potuto impararlo anche dalla questione ucraina, ma ero distratto).
1) La mia unica garanzia di sopravvivenza politica è l’arma atomica. Ovviamente svilupparla, produrla, schierarla e saperla utilizzare è una cosa difficilissima e costosissima, che non è alla portata di tutti. Dovrò legarmi a qualcuno che ce l’ha ed è disposto ad aiutarmi a svilupparla, se non addirittura a condividerla (difficile) o al limite a farmi ‘ospitare’ sue testate nucleari sul mio territorio, oppure sviluppare l’atomica cosiddetta “sporca”. Certo non ha lo stesso effetto, ma è meglio di niente. Anche le armi chimiche e biologiche, alla peggio, potrebbero essere un’idea. Alla peggio.
2) Negoziare con l’Occidente è inutile, serve solo a fargli guadagnare tempo per organizzarsi meglio, armare meglio i suoi proxy e piazzare i suoi uomini nelle mie istituzioni per minarmi dall’interno (questa non è una mia deduzione, è stato tranquillamente ammesso dalle stesse persone che negoziavano e firmavano gli accordi). Allo stesso modo devo evitare qualsiasi rapporto con agenzie tecnicamente neutrali (OSCE, AIEA eccetera) che non sono state costituite allo scopo di danneggiarmi ma hanno al loro interno persone che lo fanno, utilizzando le ispezioni e gli scambi concordati di informazioni per fornire dati ai miei avversari. Sempre allo stesso modo devo uscire immediatamente dai trattati che limitano in qualsiasi modo le mie capacità di difesa, tipo il Trattato di Ottawa sulle mine antiuomo (tanto non lo rispetta nessuno) o, per tornare al punto 1, il Trattato di non proliferazione nucleare. O la convenzione sulle armi chimiche.
3) Dal punto di vista della rappresentazione mediatica, in caso di conflitto più o meno aperto i media mondiali saranno inondati di dettagliatissime foto satellitari delle mie installazioni militari distrutte (allego foto del radar di Sobashi, in Iran, prima e dopo l’attacco israeliano. La foto del dopo è stata diffusa a pochissime ore di distanza), mentre per quanto riguarda l’Occidente o il suo proxy ci saranno solo foto di abitazioni o strutture civili (o presunte tali), in campo molto stretto. In questo modo l’opinione pubblica mondiale verrà convinta che io colpisco solo obiettivi civili (un po’ perché i miei armamenti sono arretrati e raffazzonati, quindi non precisi, e un po’, e forse soprattutto, perché sono cattivo) mentre il mio avversario colpisce solo obiettivi militari, con grande efficacia e precisione, senza fare nessuna vittima (dal satellite i morti non si vedono). Questo convincerà l’Occidente di essere nel giusto, e seminerà dubbi all’interno del mio paese.
4) Organizzazioni liquide come BRICS, SCO eccetera non servono a niente. Oltre all’atomica la mia unica speranza di salvezza è una rete di alleanze militari come quelle che legano i paesi occidentali e gli alleati statunitensi nel Pacifico, che mi garantirebbe un minimo di sicurezza in maniera più pratica, più economica e più veloce che sviluppare l’atomica. Certo, rischierei di essere coinvolto in conflitti che non mi riguardano direttamente e/o di mettermi al servizio di interessi altrui, per quanto non occidentali, ma sempre meglio che essere bombardato o che mi si organizzi una rivoluzione colorata nel cortile di casa. Se l’Occidente ha una rete di alleanze militari, anche il non-Occidente deve averla per sperare di cavarsela, altrimenti da solo ogni paese, fosse l’Iran, la Russia o anche la Cina, rischia moltissimo.
Benvenuti nel mondo nuovo. Non è molto diverso da quello vecchio.







