La prossima pandemia potrebbe cominciare in una foresta tropicale, in un allevamento intensivo, nel mercato di una grande città o in un luogo del mondo che oggi nessuno sta osservando. Potrebbe chiamarsi influenza aviaria, Ebola, coronavirus oppure avere un nome che ancora non conosciamo. Da anni governi e organizzazioni internazionali cercano di prepararsi a quel momento costruendo sistemi di sorveglianza, laboratori più efficienti, scorte di dispositivi di protezione e piattaforme capaci di produrre rapidamente nuovi vaccini.Tutto necessario. Ma potrebbe non bastare.
Una ricerca internazionale rilanciata in questi giorni da AllAfrica mette infatti in discussione uno dei presupposti sui quali abbiamo costruito il concetto stesso di sicurezza sanitaria: essere tecnicamente preparati a una pandemia non significa necessariamente essere capaci di proteggere la popolazione quando quella pandemia arriva.
Il lavoro nasce nell’ambito del Global Council on Inequality, AIDS and Pandemics, convocato da Unaids e copresieduto, tra gli altri, dal premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz e dall’epidemiologo Michael Marmot. Una vasta revisione condotta dall’Institute of Health Equity ha preso in considerazione oltre 1.500 fonti scientifiche relative a Covid-19, HIV/Aids, Sars, influenza, Ebola e tubercolosi. Il quadro che emerge sposta lo sguardo dai soli ospedali e laboratori alle condizioni nelle quali le persone vivono prima ancora di ammalarsi.
Perché un virus non incontra soltanto sistemi sanitari. Incontra persone: chi può lavorare da casa e chi deve prendere un autobus alle sei del mattino; chi dispone di una stanza nella quale isolarsi e chi vive con altre quattro persone in cinquanta metri quadrati; chi può telefonare a uno specialista, pagare un esame privatamente e comprare i farmaci necessari e chi rimanda perché alla fine del mese deve decidere quali bollette pagare. Incontra chi ha un contratto che gli permette di restare a casa con la febbre e chi, se non lavora, semplicemente non viene pagato.
In altre parole, incontra chi può permettersi di essere malato e chi non può.
QUANDO LA DISUGUAGLIANZA DIVENTA MALATTIA
È qui che la disuguaglianza smette di essere soltanto una questione economica o sociale e diventa una variabile epidemiologica. Reddito, abitazione, istruzione, condizioni di lavoro, accesso ai servizi sanitari e protezione sociale possono determinare la possibilità di evitare un contagio, ricevere una diagnosi, curarsi e proteggere gli altri.
Il Covid avrebbe dovuto insegnarcelo. La stessa epidemia attraversava città e quartieri diversi, ma non incontrava ovunque le stesse condizioni. C’era chi affrontava il lockdown dentro una casa spaziosa continuando a lavorare davanti a un computer e chi trascorreva le giornate in appartamenti sovraffollati; chi poteva ordinare la spesa e chi continuava a consegnarla; chi proteggeva il proprio reddito e chi perdeva nel giro di poche settimane lavoro e sicurezza economica.
Il virus era lo stesso. La possibilità di difendersi, no.
È questo il punto che rende particolarmente importante la ricerca: la preparazione alle pandemie non può essere misurata soltanto contando laboratori, posti letto, epidemiologi o capacità diagnostica. Tutti strumenti indispensabili, naturalmente, ma che funzionano dentro una società e quindi dentro le sue disuguaglianze.
Prepararsi significa allora anche garantire congedi di malattia retribuiti, protezione dalla disoccupazione, sostegno economico durante le emergenze, abitazioni dignitose, istruzione e accesso alle cure. Elementi che siamo abituati a classificare sotto le voci welfare o politiche sociali assumono così un significato diverso: diventano strumenti di prevenzione sanitaria.
Non è soltanto solidarietà. È sanità pubblica.
C’è inoltre una distinzione importante. Povertà e disuguaglianza non sono sinonimi. Un paese può diventare complessivamente più ricco e contemporaneamente più diseguale. Può aumentare il proprio Pil, costruire ospedali modernissimi, acquistare tecnologie diagnostiche avanzate e disporre di eccellenti centri di ricerca, mentre una parte della popolazione fatica ad accedere proprio a quelle risorse.
La domanda allora non è soltanto quanto possiede una società, ma come ciò che possiede viene distribuito.
Un grande ospedale non protegge allo stesso modo chi può raggiungerlo immediatamente e chi deve aspettare mesi per una visita. Un farmaco disponibile non garantisce automaticamente che tutti possano ottenerlo. Un sistema sanitario tecnologicamente avanzato può convivere con milioni di persone che rinunciano alle cure.
È il paradosso di società capaci di diventare sempre più sofisticate e contemporaneamente più fragili.
L’ITALIA CHE RINUNCIA A CURARSI
A questo punto sarebbe comodo immaginare che il problema riguardi soprattutto i paesi poveri. Guardare verso l’Africa, l’Asia o l’America Latina e continuare a considerarci dalla parte sicura del mondo.
Ma basta tornare in Italia.
Secondo l’Istat, nel 2024 il 9,9 per cento della popolazione ha rinunciato a visite mediche o accertamenti specialistici di cui aveva bisogno. Nel 2019, prima della pandemia, era il 6,3 per cento. Dietro quei numeri ci sono soprattutto le liste d’attesa, ma anche le difficoltà economiche. E ci sono milioni di persone per le quali il diritto alla salute rischia progressivamente di trasformarsi nella possibilità di pagare per esercitarlo.
Il meccanismo è ormai evidente. Quando il servizio pubblico non riesce a rispondere in tempi ragionevoli, chi dispone del denaro necessario può rivolgersi al privato. Gli altri aspettano. Qualcuno rinuncia.
Così la disuguaglianza economica diventa disuguaglianza nell’accesso alle cure e questa, quando arriva un’emergenza sanitaria, non rimane un problema individuale. Una persona che non può permettersi un esame, che rinuncia a una visita o che continua a lavorare malata perché non può perdere una giornata di salario non vive isolata dal resto della società.
Vive accanto a noi.
Nel 2025 circa tredici milioni e 265 mila persone in Italia risultavano a rischio di povertà o esclusione sociale. Più di un italiano su cinque. Quando arriverà una nuova emergenza sanitaria, quelle differenze non resteranno fuori dalla porta degli ospedali. Entreranno insieme ai pazienti.
Perché la salute possiede una caratteristica che l’individualismo tende continuamente a dimenticare: è interdipendente. Se una parte della popolazione non riesce ad accedere rapidamente alle cure, tutti diventano più vulnerabili. Se un lavoratore non può permettersi di restare a casa quando è contagioso, il problema non riguarda soltanto lui. Se una famiglia vive in condizioni di sovraffollamento, un’infezione trova maggiori possibilità di trasmissione.
La disuguaglianza, dunque, non produce soltanto ingiustizia. Produce fragilità collettiva.
PROCESSARE IL PASSATO, DIMENTICARE IL FUTURO
Ed è qui che emerge un altro paradosso, questa volta politico, che attraversa le due sponde dell’Atlantico.
La ricerca ci dice che per affrontare meglio la prossima pandemia dovremmo investire nella scienza e contemporaneamente ridurre le disuguaglianze sociali, economiche e culturali: più ricerca, più sanità pubblica, più istruzione, più medicina territoriale e maggiore capacità di raggiungere chi resta ai margini.
E invece una parte della politica sembra ancora impegnata a celebrare il processo alla pandemia precedente.
In Italia la gestione del Covid continua a essere trascinata dentro una campagna elettorale che sembra non finire mai. Giuseppe Conte viene chiamato a rispondere delle decisioni assunte quando alla guida del governo si trovò davanti a qualcosa che nessun presidente del Consiglio della Repubblica aveva mai dovuto affrontare: una pandemia sconosciuta che correva mentre medici e scienziati cercavano ancora di capire come fermarla.
È legittimo indagare su quelle decisioni. È doveroso ricostruire gli errori, verificare le responsabilità politiche e amministrative, capire cosa non abbia funzionato. Una Commissione parlamentare d’inchiesta dovrebbe servire precisamente a questo: imparare dal passato per non ripeterne gli errori.
Il problema nasce quando l’indagine si trasforma in campagna elettorale permanente e la ricerca delle lezioni da imparare cede il posto alla ricerca del colpevole da esibire.
Perché allora accade qualcosa di paradossale: discutiamo ancora su chi avrebbe dovuto chiudere un comune un giorno prima o un giorno dopo, mentre rischiamo di lasciare intatte proprio quelle condizioni sociali che la ricerca internazionale indica oggi tra i fattori capaci di rendere più devastante la prossima pandemia.
Negli Stati Uniti succede qualcosa di sorprendentemente simile. Anthony Fauci, per quasi quarant’anni alla guida del National Institute of Allergy and Infectious Diseases e uno dei volti scientifici della risposta americana al Covid, continua a essere trasformato in un bersaglio politico per le decisioni e le indicazioni date durante la pandemia. Il 6 agosto una commissione del Senato ha votato lungo linee di partito per dichiararlo in contempt of Congress e Donald Trump ha sostenuto che Fauci dovrebbe essere perseguito. Al momento non è stato incriminato.
Tutto questo avviene mentre negli Stati Uniti la ricerca scientifica vive una stagione di forte pressione politica e finanziaria e l’amministrazione Trump ha proposto nuovi pesanti tagli ai finanziamenti delle principali agenzie scientifiche federali.
È difficile trovare un’immagine più nitida del paradosso: invece di domandarci come finanziare gli scienziati che dovranno proteggerci dalla prossima pandemia, continuiamo a processare politicamente quelli che hanno affrontato la precedente.
Questo non significa assolvere nessuno preventivamente. La scienza non è una religione, uno scienziato non è infallibile e un presidente del Consiglio non diventa irresponsabile perché governa durante un’emergenza. Durante il Covid sono stati commessi errori, formulate ipotesi poi smentite, cambiate indicazioni e terapie. Le decisioni politiche possono e devono essere discusse.
Ma esiste una differenza enorme tra studiare un errore e cercare un colpevole.
La conoscenza scientifica procede attraverso dati incompleti, ipotesi, verifiche, errori, correzioni e nuove evidenze. Chiederle la certezza mentre un fenomeno sconosciuto sta accadendo significa pretendere qualcosa che la scienza, per sua natura, non può promettere.
E se davanti alla prossima epidemia uno scienziato dovesse domandarsi non soltanto «che cosa dicono i dati?», ma anche «che cosa mi succederà fra cinque anni se questa decisione si rivelerà sbagliata?», non avremo costruito una società più sicura. Avremo soltanto costruito scienziati più prudenti nel parlare e politici più esperti nel trovare qualcuno al quale attribuire la colpa.
CHE COSA CHIAMIAMO SICUREZZA
C’è infine una questione che nessun indice epidemiologico può risolvere: quella delle priorità.
Le risorse pubbliche non sono infinite e ogni governo decide dove indirizzarle. Decide quanto investire nella sanità territoriale e quanto lasciare che siano le famiglie a comprare sul mercato ciò che il servizio pubblico non riesce più a garantire; quanto spendere per scuola, case, prevenzione, salute mentale, ricerca e protezione sociale.
Sono decisioni economiche. Ma sono soprattutto decisioni politiche. E raccontano quale idea di sicurezza abbiamo scelto.
Possiamo moltiplicare telecamere nelle città e contemporaneamente lasciare un pronto soccorso senza personale. Possiamo invocare più controlli nelle periferie e chiudere un consultorio. Possiamo promettere pene più severe mentre un ragazzo aspetta mesi per incontrare uno psicologo del servizio pubblico. Possiamo spendere cifre enormi per prepararci militarmente a nemici che forse arriveranno e considerare invece un costo eccessivo assumere medici, infermieri, ricercatori, educatori e assistenti sociali per affrontare fragilità che esistono già.
Non significa sostenere che uno Stato debba rinunciare alla propria difesa. Significa riconoscere che una democrazia è chiamata continuamente a scegliere quale equilibrio costruire e quali pericoli considerare prioritari.
La ricerca sulle pandemie aggiunge oggi un elemento a questa discussione: una società profondamente diseguale è anche una società meno capace di difendersi.
Non perché i poveri siano un pericolo per i ricchi. Sarebbe una conclusione mostruosa oltre che sbagliata. Ma perché la salute collettiva non può essere divisa in compartimenti stagni. Il virus che circola in una periferia non controlla la dichiarazione dei redditi prima di attraversare il centro della città. Un’epidemia che trova persone costrette a lavorare malate, famiglie che rinunciano alle cure e territori privi di servizi dispone semplicemente di più spazio per muoversi.
Ridurre le disuguaglianze non appartiene quindi soltanto alla battaglia per la giustizia sociale. Appartiene alla prevenzione.
Abbiamo costruito per decenni l’immagine della sicurezza intorno alla capacità dello Stato di proteggerci da qualcuno: il criminale, il terrorista, il nemico esterno, lo straniero, l’invasore. Molto meno abbiamo ragionato sulla capacità dello Stato di proteggerci da qualcosa: una malattia, la povertà, la solitudine, una casa insalubre, un lavoro che consuma il corpo, l’impossibilità di curarsi.
La prossima pandemia arriverà, prima o poi. Non sappiamo da dove, quale agente patogeno la provocherà né quanto sarà aggressiva. Possiamo però decidere fin da oggi quale società troverà ad aspettarla.
Una nella quale ciascuno proverà a salvarsi con i mezzi che possiede.
Oppure una comunità nella quale la possibilità di proteggersi non dipenda dal conto corrente.
La scienza potrà darci un altro vaccino e la medicina un’altra terapia. Ma nessun laboratorio potrà inventare il farmaco capace di sostituire una società che ha rinunciato all’uguaglianza.







