C’è una paura curiosa che attraversa una parte della sinistra occidentale: non soltanto quella di perdere, ma quella di vincere con i voti sbagliati. Quelli troppo arrabbiati, troppo giovani, troppo popolari, troppo poco compatibili con il centro. In America oggi questa paura ha un nome e un cognome: Alexandria Ocasio-Cortez.A poco più di un mese dalle elezioni di midterm del 3 novembre, Axios racconta che diversi candidati democratici impegnati nei collegi più combattuti preferiscono che AOC non vada a fare campagna per loro. Alcuni avrebbero esplicitamente chiesto al suo staff di tenersi lontano. Un consulente democratico impegnato in uno swing district la definisce una «lightning rod», un parafulmine capace di attirare tutto lo scontro politico.La storia diventa interessante quando si guarda a quello che succede prima e dopo le primarie. Sam Forstag, candidato democratico in Montana, aveva partecipato a un comizio con Ocasio-Cortez durante la corsa per la nomination; conquistata la candidatura, l’endorsement di AOC è sparito dal suo sito. In Michigan Abdul El-Sayed e i suoi sostenitori avevano investito quasi un milione di dollari in spot televisivi nei quali compariva Ocasio-Cortez; vinte le primarie, la sua immagine è praticamente scomparsa dalla campagna pubblicitaria.È una piccola lezione di anatomia politica. Quando bisogna mobilitare militanti e conquistare una base, la sinistra serve. Quando bisogna presentarsi al cosiddetto elettore moderato, la sinistra diventa improvvisamente qualcosa da nascondere sotto il tappeto.Non succede ovunque e non è una regola matematica. AOC ha continuato a sostenere altri candidati democratici, dalla Florida alla Virginia, e in questi giorni sta attraversando lo Stato di New York. Ma la questione rimane. Ocasio-Cortez non è soltanto una deputata di New York: è diventata il simbolo di una sinistra americana che parla di sanità pubblica, salari, disuguaglianze, tassazione dei grandi patrimoni, diritti dei lavoratori. E proprio la capacità di mobilitare una parte dell’elettorato che spesso resta lontana dalle urne diventa, per altri democratici, un problema di rispettabilità elettorale.E in Italia che succede? Nel centrosinistra si discute da anni di campo largo, centro, moderati, riformisti, alleanze. Matteo Renzi sostiene che Pd, M5S e Avs da soli non bastino e che per vincere serva aggiungere un’area centrista. Una parte dei riformisti del Pd continua a guardare con diffidenza al rapporto con Giuseppe Conte, soprattutto su guerra, riarmo, politica estera e giustizia.Le differenze esistono e sarebbe inutile nasconderle. Ma Conte ha provato a rovesciare il ragionamento: prima i fatti, poi la formula politica. In sostanza: «Questo è il nostro programma, come promesso. Adesso aspetto il vostro».Ecco il punto. Perché da anni si ripete che bisogna conquistare il centro. Ma dov’è questo centro? Dov’è tra i campi e le officine, tra chi lavora con contratti di pochi mesi, tra chi consegna pacchi o pasti in bicicletta, tra chi a trent’anni vive ancora nella camera dove studiava da adolescente? Dov’è nelle parrocchie semivuote delle periferie urbane, nei quartieri popolari dove una volta c’erano sezioni di partito, case del popolo, sindacati, associazioni, luoghi nei quali la politica aveva ancora un volto e qualcuno ascoltava?
Il centro rischia di essere diventato una categoria dei talk show più che un luogo sociale. E mentre i partiti lo cercano, milioni di persone hanno semplicemente smesso di aspettarli. Questa è forse la questione che accomuna Italia, Stati Uniti e una parte dell’Europa molto più delle formule delle coalizioni: l’astensione. Non il passaggio ordinato da un partito all’altro, ma l’uscita dalla politica. Soprattutto dei giovani.
In Francia la frattura fra Partito socialista e La France Insoumise mostra la stessa tensione da un’altra angolazione. LFI continua a cercare consenso nelle periferie popolari e multiculturali e fra giovani ed elettori disillusi; a Sarcelles una campagna costruita sul porta a porta, sulle reti giovanili e su temi come casa e salari ha spezzato un lungo predominio socialista. Non è la stessa storia di AOC, ma la domanda è simile: chi intercetta chi non si sente più rappresentato?
In Germania la convergenza al centro dei grandi partiti tradizionali convive con una crescente frammentazione. Le elezioni regionali di settembre hanno visto avanzare sia AfD sia Die Linke, con la sinistra radicale prima a Berlino e la destra radicale forte nell’Est. Anche qui il centro non scompare per decreto: se non rappresenta più bisogni e conflitti reali, lascia spazio altrove.
Ma il punto più delicato viene dopo. Perché quando la politica progressista smette di offrire un cambiamento concreto, la domanda non scompare. Cambia indirizzo. Può diventare astensione, cinismo, disprezzo per le istituzioni. Oppure può essere raccolta dal Vannacci di turno, da chi promette di raddrizzare un presunto “mondo al contrario” e offre alla rabbia parole, simboli, nemici e infine una scheda elettorale.
E qui sarebbe troppo semplice chiamare in causa soltanto Salvini. Salvini ha soprattutto provato a sfruttare Vannacci, candidandolo, trasformandone le preferenze in patrimonio della Lega e tentando di incorporarne il movimento. Ma il fenomeno era nato prima.
Il mondo al contrario non è soltanto il titolo fortunato di un libro. Già nell’agosto 2023, attorno a quel titolo cominciò a formarsi una rete organizzata. Fabio Filomeni, ex collaboratore di Vannacci in Afghanistan, annunciò a Lamezia Terme un movimento omonimo, inizialmente presentato come culturale. In seguito quel progetto si trasformò in movimento politico, con migliaia di iscritti e coordinatori anche fuori dall’Italia; Filomeni, quando lasciò l’organizzazione, accusò il progetto di essersi troppo integrato nella Lega.
Non basta per inventare una regia occulta. Basta però per capire che siamo in presenza di qualcosa di più strutturato della boutade di un generale e dell’intuizione elettorale di Salvini. Un terreno politico nel quale identità, nostalgia dell’ordine, ostilità verso minoranze e istituzioni, insofferenza per il linguaggio dei diritti e promessa di rottura possono incontrare un malcontento reale.
E torniamo alla sinistra. Una parte della politica progressista sembra essersi convinta che basti trovare le parole corrette. Gli asterischi corretti. La formula corretta. Il posizionamento corretto. Tutto importante, naturalmente, quando serve a riconoscere diritti e persone. Ma una politica fatta soltanto di linguaggio finisce per dimenticare il sentimento.
Non ascolta più la paura. Non riconosce la rabbia. Non intercetta il bisogno di essere considerati. E soprattutto non offre quello che per un movimento politico dovrebbe essere essenziale: una speranza.
La speranza non è promettere che domani tutto andrà meglio. È mostrare che le cose possono cambiare. Che una trasformazione è possibile. È forse questo che figure come AOC riescono ancora a comunicare a una parte degli americani: non semplicemente un programma più radicale, ma l’idea che la politica possa servire a migliorare concretamente la vita. Ed è forse questo che spaventa. Perché chi chiede trasformazione è più difficile da amministrare di chi chiede soltanto una piccola correzione. Così si continua a cercare l’elettore moderato mentre scompare l’elettore. Si studia come occupare il centro mentre in periferia si svuotano anche le parrocchie. Si costruiscono coalizioni sempre più sofisticate mentre una parte crescente delle persone comuni osserva da fuori e conclude che quella discussione non la riguarda.
Per decenni la domanda della sinistra occidentale è stata: come conquistare il centro? Forse oggi sarebbe più urgente chiedersi: quanta gente abbiamo perso mentre cercavamo di conquistarlo? E soprattutto: che cosa dobbiamo tornare a dire perché qualcuno abbia di nuovo voglia di crederci? Perché il problema non è soltanto convincere chi vota. È riportare alla politica chi non si aspetta più niente dalla politica. Chi smette di andare a votare. O, peggio, chi decide che per cambiare tutto valga la pena affidarsi a chi promette di far saltare il tavolo.
La crisi di sistema non nasce necessariamente da chi vuole distruggerlo. Può nascere anche da chi, non riuscendo più a migliorarlo, lascia campo libero a chi promette di rovesciarlo. La speranza è una categoria politica. Se la sinistra smette di produrla, qualcun altro produrrà rabbia al suo posto. E allora il paradosso diventa persino più amaro: si può avere tanta paura di perdere con quelli di sinistra da cominciare ad avere paura perfino di vincere con loro. Mentre quelli che una volta chiamavamo semplicemente popolo smettono, uno dopo l’altro, di andare a votare.





