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DRAGONE | La povertà assoluta in Cina è passata dal 97 al 3 per cento nell’arco di questi decenni. E Xi Jinping non lo manda a dire

Nel rituale discorso di fine anno Xi Jinping, oltre a rinnovare la minaccia (o la promessa, secondo i punti di vista) di riportare Taiwan sotto il controllo cinese, ha ringraziato i suoi 1,4 miliardi di concittadini per lo sforzo profuso per concludere il quattordicesimo “piano quinquennale per lo sviluppo economico e sociale”. “Negli ultimi cinque anni, abbiamo portato avanti il nostro impegno con intraprendenza e determinazione, superando numerose difficoltà e sfide. Abbiamo raggiunto gli obiettivi del Piano e compiuto solidi progressi nel nuovo percorso di modernizzazione cinese”. E ancora: “La nostra forza economica, le nostre capacità scientifiche e tecnologiche, le nostre capacità di difesa e la nostra forza nazionale hanno raggiunto nuovi traguardi”.

E non suona certamente retorico il suo richiamo ai successi raggiunti dal suo Paese, dato che quarant’anni fa tutto ciò era fuori dalla realtà. Negli anni ’70, la Cina era classificata come terzo mondo. Dalla morte del grande timoniere Mao Zedong il paese era uscito disastrato, quello che era stato promesso come “il grande balzo in avanti” da Mao si era rivelato uno scivolone all’indietro, un’involuzione sociale ed economica che aveva portato soltanto fame, povertà e malattie. Nel ‘78 la metropolitana di Pechino non esisteva, oggi conta 21 linee, mentre il nuovo aeroporto, aperto da Xi nel 2019, è il più grande terminal del mondo. La povertà assoluta in Cina è passata dal 97 al 3 per cento nell’arco di questi decenni. Tutto questo, inutile dirlo, non senza critiche ai tanti lati oscuri della società e del regime cinese, tra cui un deficit nel riconoscimento dei diritti e stipendi medi piuttosto bassi intorno agli 800 euro, a fronte di una elevata produttività individuale e collettiva, fattore questo che incide maggiormente sulla crescita della Cina.

Deng Xiaoping, quando nel ’78 salì al potere, fu l’artefice della modernizzazione cinese. Se oggi la Cina è quel che è, lo deve in gran parte proprio a lui. Negli anni 70 con le politiche catastrofiche della rivoluzione culturale e un Mao sempre più vecchio, la Cina cominciò a guardare con interesse non più all’est e in particolare al sistema economico dell’Unione Sovietica, con la cui dirigenza era ormai in rotta di collisione, ma ai suoi vicini più prossimi, la Corea del Sud e Singapore in primis.

Fu allora che l’imperativo di valore che contrastava con quello maoista e del suo successore designato Hua Guofeng, che fu presidente del Partito comunista cinese fino al 1981, risultò molto chiaro: sviluppo. Quel modello economico avrebbe portato la Cina ricchezza e potere, insomma per dirla con Deng Xiaoping bisognava “diventare ricchi”. Si fece così strada l’idea che per stabilizzare la nazione fosse necessario liberalizzare le produzioni per aumentarle in quantità, distribuire maggiormente ricchezze ai cittadini con stipendi più elevati, normalizzare la legge per orientarla verso la meritocrazia aziendale e soprattutto la libertà di poter avere personale alle proprie dipendenze. Tutti i temi che fino a quel momento erano un vero e proprio tabù.

E così, se tra il 1978 e il 1982, la produzione agricola riuscì a crescere solo del 3 per cento già nel 1984 la Cina ampliò le riforme anche ai distretti urbani e industriali, ai manager delle imprese statali fu data più autonomia e fu permesso almeno di tenere parte dei profitti. Le riforme puntarono alla creazione di industrie manifatturiere, ma soprattutto alla creazione di zone economiche speciali in regioni potenzialmente più produttive. Stipendi bassi agli operai e burocrazia semplificata per aprire un’attività fecero poi il resto. In quegli anni, furono siglati quasi mille contratti con investitori stranieri per un volume di seimila miliardi di dollari. Fu un grande successo. In pochi anni grattacieli, ville, auto di lusso cominciarono a modellare il paesaggio di metropoli come Shenzhen che nel 1979 contava circa ventimila abitanti e nei due decenni successivi avrebbe registrato una crescita fino a tredici milioni.

L’innovazione nell’organizzazione economica fece inevitabilmente sì che alcuni cinesi, specialmente gli studenti, si aspettassero più libertà sociali e una maggiore partecipazione alla vita politica. Lo dimostravano movimenti come il muro della democrazia durante quella che venne definita “la primavera di Pechino” nel ’77, quando gli abitanti della città furono sorpresi nel leggere i manifesti nei quali erano descritte in dettaglio le sofferenze causate dalla rivoluzione di Mao e che intimavano al Pcc di imparare dagli errori del passato. Ma durò poco, perché già nel Marzo del ’79 i leader del movimento furono tutti arrestati e processati. Come disse Deng, “la ricreazione era finita”, la messa in discussione della tenuta democratica era ancora un tabù. In tal senso il partito comunista di Deng non si differenziò poi tanto da quello di Mao. Le cose presero tuttavia una piega inaspettata alla fine degli anni ’80, quando l’economia cinese conobbe una battuta d’arresto improvvisa, le riforme del settore monetario e la deregolamentazione dei prezzi più allineati all’economia globale, non più sotto stringente controllo del governo centrale, innescarono una crisi inflazionistica che colpì tutta la società cinese.

Il contraccolpo economico scatenò una campagna antiriformista. Una campagna “critica” sull’inquinamento spirituale che, secondo i più conservatori tra i comunisti cinesi, stava macchiando la nazione con il germe del capitalismo. Questo atteggiamento minò seriamente il programma di riforme di Deng e spaventò l’arrivo di nuovi investitori stranieri. L’inflazione dello yuan, l’aumento dei prezzi, l’incremento della criminalità e della corruzione suscitarono tutti una grande insoddisfazione popolare e contribuirono alle proteste che di lì a poco sarebbero scoppiate nel 1989.

A poco a poco, però, le manifestazioni a Pechino si trasformarono in un movimento politico spontaneo che si guadagnò la simpatia e il sostegno di molti abitanti. Centomila studenti scesero in piazza il 15 aprile 1989. Fu una vera e propria sfida al regime: manifestazioni popolari di massa, in piazza Tienanmen a Pechino, si spensero, il 4 giugno, con un bagno di sangue, quando l’esercito represse violentemente le proteste.

Il 1989 rappresenta uno spartiacque cruciale nella storia recente della Dragone, non solo dal punto di vista politico, ma anche sotto il profilo economico. Dopo gli eventi di piazza Tiananmen, la leadership del Partito Comunista Cinese (Pcc) si trovò di fronte alla necessità di riaffermare la propria legittimità, individuandola sempre più nella crescita economica, nella stabilità sociale e nel miglioramento del tenore di vita della popolazione. Da quel momento in avanti, lo sviluppo economico divenne il pilastro centrale della strategia nazionale cinese. Un momento chiave fu l’adesione della Cina all’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto) nel 2001. Questo evento accelerò l’integrazione dell’economia cinese nei mercati globali, favorendo un’esplosione delle esportazioni e un afflusso senza precedenti di investimenti diretti esteri. Tra il 2001 e il 2008, il Pil cinese crebbe a ritmi spesso superiori al 10 per cento annuo.

La crisi finanziaria globale del 2008 segnò un nuovo punto di svolta. Per contrastare il rallentamento economico, il governo cinese varò un massiccio piano di stimolo fiscale e creditizio, concentrato su infrastrutture, edilizia e industria pesante. La strategia consentì alla Cina di mantenere una crescita relativamente elevata, ma accentuò problemi come l’indebitamento degli enti locali, la sovraccapacità produttiva e la dipendenza dagli investimenti pubblici.

Negli anni successivi, divenne evidente la necessità di riequilibrare il modello di sviluppo, spostandolo dalle esportazioni e dagli investimenti verso i consumi interni e i servizi. Questo obiettivo fu esplicitamente inserito nei piani quinquennali e nella retorica ufficiale della “nuova normalità” economica. Con l’ascesa di Xi Jinping a partire dal 2012, l’economia entrò in una fase caratterizzata da una crescita più moderata, ma orientata alla qualità. Le priorità si spostarono verso l’innovazione tecnologica, l’upgrading industriale e la riduzione dei rischi finanziari. Iniziative come “Made in China 2025” e la Nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative) riflettono l’ambizione di rafforzare la posizione della Cina nelle catene globali del valore e di estendere la propria influenza economica all’estero. Parallelamente, il ruolo dello Stato e del Partito nell’economia si è rafforzato, soprattutto nei settori strategici come tecnologia, energia e finanza.

Le campagne di regolamentazione contro i grandi gruppi privati e digitali hanno mostrato la volontà del governo di subordinare il capitale privato agli obiettivi politici e sociali del Pcc.  Questo percorso è stato caratterizzato da una combinazione peculiare di mercato e controllo statale, apertura internazionale e forte direzione politica. Il futuro del loro sviluppo economico dipenderà dalla capacità di gestire le tensioni tra crescita, stabilità sociale e ambizioni geopolitiche in un contesto globale sempre più complesso. Una cosa però è certa, il discorso di Xi Jinping a capodanno è stato, alla luce dei risultati raggiunti dalla sua presidenza tutt’altro che retorico.



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