Editoriale

ERGA OMNES | Siamo alla sostituzione del diritto con la forza bruta. Si spengono le luci per l’umanità, ma anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti

Siamo all’eclissi dell’umanità? All’oscuramento definitivo del Diritto Internazionale e dei Valori Fondamentali?
“La protezione dei diritti umani dovrebbe essere il fondamento su cui costruiamo la pace internazionale. Oggi, questo fondamento mostra crepe profonde e pericolose.” Secondo Navi Pillay, già Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani abbiamo intrapreso questa strada. La scena internazionale contemporanea è uno spettacolo sconcertante di violazioni sistematiche che sembrano segnare una caduta verticale verso l’anarchia morale. Mentre i tribunali internazionali emettono sentenze e le organizzazioni per i diritti umani pubblicano rapporti dettagliati, gli Stati potenti agiscono con crescente impunità, calpestando il diritto internazionale e il valore della vita umana. Ucraina, Palestina e Venezuela, solo per analizzare gli ultimi esempi non sono eventi isolati, ma sintomi di un collasso sistemico dell’ordine etico globale, sostenuto da una rete di complicità che rende la comunità internazionale non spettatrice innocente, ma corresponsabile attiva.

Il sistema internazionale contemporaneo poggia su fondamenti giuridici stabiliti sulla scia degli orrori della Seconda Guerra Mondiale. La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948) proclama solennemente che “tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti” e sancisce il diritto fondamentale alla vita, alla libertà e alla sicurezza della persona. Questo documento, assieme alla Convenzione sul Genocidio (1948) e ai successivi trattati, costituisce la spina dorsale del diritto internazionale dei diritti umani che impone agli Stati obblighi precisi, rispettare, proteggere e realizzare questi diritti.
Oggi, questi pilastri non sono solo messi in discussione, sono attivamente demoliti. I concetti stessi di crimine internazionale, genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità nati per descrivere e punire le aberrazioni più estreme, vengono oggi applicati da organismi delle Nazioni Unite a conflitti in corso, con un’evidenza schiacciante che non trova però un’azione collettiva atta a fermarli.

L’Ucraina, Gaza e il Venezuela rappresentano manifestazioni diverse di un medesimo paradigma, la sostituzione del diritto con la forza bruta e l’interesse geopolitico immediato. L’invasione russa è stata eseguita in spregio delle più elementari regole che determinano la persistenza di un regolatore internazionale come sono o dovrebbero essere le Nazioni Unite. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, tra dicembre 2024 e maggio 2025 il conflitto in Ucraina ha causato la morte di 968 civili e il ferimento di 4.807, con un incremento del 37 percento rispetto all’anno precedente. Ma i numeri, già tragici, raccontano solo una parte della storia. L’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani (Ohchr) documenta un “pattern” inquietante di violazioni sistematiche. Esecuzioni di prigionieri di guerra, tortura e trattamento disumano a prigionieri di guerra e civili detenuti descrivono condizioni detentive disastrose e l’uso diffuso di tortura, inclusa violenza sessuale.

La crisi forse più moralmente devastante è quella che si consuma a Gaza. Nel settembre 2025, una Commissione d’Inchiesta delle Nazioni Unite ha pubblicato un rapporto inequivocabile, affermando che Israele ha commesso genocidio contro i palestinesi nella Striscia di Gaza. La Commissione, presieduta dall’ex giudice sudafricana Navi Pillay, ha accertato che Israele ha commesso quattro dei cinque atti genocidari definiti dalla Convenzione. Uccisione di membri del gruppo, causazione di gravi lesioni fisiche o mentali, inflizione intenzionale di condizioni di vita calcolate per provocare la distruzione fisica, imposizione di misure intese a prevenire le nascite. L’elemento cruciale dell’intento genocidario (dolus specialis) è stato rinvenuto nelle dichiarazioni pubbliche di alti dirigenti israeliani (tra cui il Primo Ministro Netanyahu e l’allora Ministro della Difesa Gallant) e, soprattutto, nel pattern di condotta delle forze israeliane, l’assedio totale che ha causato carestia, la distruzione sistematica del sistema sanitario e scolastico, gli attacchi diffusi a siti culturali e religiosi. Nonostante un cessate il fuoco annunciato nell’ottobre 2025, organizzazioni come Amnesty International avvertono che il genocidio continua. Israele mantiene condizioni di vita intollerabili, restringe gli aiuti umanitari essenziali e impedisce la ricostruzione, minacciando la sopravvivenza fisica a lungo termine dei palestinesi.

Il caso del Venezuela, ultimo in termini di tempo, rappresenta una violazione di un principio cardine diverso, ma ugualmente fondamentale, il divieto dell’uso della forza e dell’intervento negli affari interni degli Stati, sancito dallo Statuto delle Nazioni Unite. La cattura del Presidente Nicolás Maduro attraverso “Operazione Risoluzione Assoluta” è stata un’azione militare di una scala e un’audacia senza precedenti nell’emisfero occidentale degli ultimi decenni. L’operazione, descritta dal Presidente degli Stati Uniti come uno “spettacolo televisivo”, ha coinvolto più di 150 aerei, forze speciali d’élite e un attacco coordinato su Caracas, tutto senza l’autorizzazione del Congresso americano e in violazione flagrante della sovranità nazionale venezuelana. Questo evento non riguarda solo Maduro (la cui legittimità è ampiamente contestata), ma stabilisce un pericolosissimo precedente. Che una potenza militare può pianificare ed eseguire l’invasione di un altro paese, la cattura del suo capo di stato e la sua deportazione per essere processato secondo le proprie leggi, basandosi su accuse unilaterali. Il Presidente del Brasile Lula da Silva ha definito l’azione “un precedente estremamente pericoloso per l’intera comunità internazionale”.

La vera tragedia non risiede solo nelle azioni dei diretti attori, ma nel tessuto di complicità che le rende possibili e sostenibili. Come sottolinea il rapporto della Relatrice Speciale Francesca Albanese, il genocidio di Gaza è un “crimine collettivo”. Questo framework è applicabile a tutte le crisi.

Gli Stati terzi falliscono nei loro obblighi “erga omnes” (espressione giuridica latina che significa “nei confronti di tutti”. Si riferisce a diritti e responsabilità che possono essere fatti valere contro qualsiasi persona, non solo nei confronti di una parte specifica. Nel contesto legale, indica l’efficacia generale e astratta di atti o disposizioni legali, il che significa che sono applicabili a tutte le persone. Inoltre, implica che determinati atti giuridici possono essere invocati da qualsiasi individuo in una situazione specifica -‘Federico Del Giudice Compendio di diritto internazionale Edizioni Simone Giuridico’). Si tratta pertanto di doveri verso la comunità internazionale nel suo insieme di cooperare per porre fine a violazioni gravi del diritto internazionale. Gli Stati, per contro, forniscono aiuto e assistenza (armi, intelligence, copertura politica) sapendo che saranno usati per commettere crimini internazionali. La loro inazione, di fronte a evidenze schiaccianti, non è neutralità, è complicità strutturale.

Siamo a un bivio storico. Una strada porta verso la normalizzazione dell’illiberalismo internazionale, dove la legge della giungla sostituisce il diritto, la sovranità è un privilegio dei potenti e la vita umana perde valore in base alla nazionalità, all’etnia o alla convenienza politica. È un mondo che assomiglia pericolosamente ai periodi più bui del XX secolo, ma con armi più potenti e un campo d’azione più pervasivo.

L’altra strada, stretta e impervia, è quella del rinnovamento. Essa richiede di rafforzare i meccanismi di responsabilità collettiva, sostenere la Corte Penale Internazionale e altri tribunali, e implementare seriamente le loro decisioni. Attivare la responsabilità internazionale non come pretesto per interventi unilaterali, ma come principio guida per un’azione collettiva, preventiva e legittima sotto l’egida dell’Onu. Smascherare e isolare la complicità attraverso l’attivazione di un embargo sulle armi, sanzioni mirate contro i responsabili e procedimenti giudiziari per complicità, come raccomandato dalle commissioni Onu.

E’ necessario ripensare la narrazione pubblica, contrastare attivamente la propaganda deumanizzante e riaffermare, nei fatti e non solo a parole, l’universalità e l’indivisibilità dei diritti umani. La caduta verticale a cui stiamo assistendo non è un destino ineluttabile, ma il risultato di scelte politiche precise. La domanda che ci pone il nostro tempo non è se il diritto internazionale esista ancora sulla carta, ma se abbiamo la volontà politica e il coraggio civile di farlo esistere nella realtà, prima che l’eclissi dell’umanità diventi notte permanente.



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