Il piano di pace in venti punti proposto dal presidente statunitense Donald Trump per porre fine al conflitto a Gaza rappresenta uno sviluppo diplomatico significativo. Annunciato alla Casa Bianca insieme con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il piano mira a porre fine immediatamente alle ostilità, ma richiede a Hamas di rinunciare completamente alle armi e al potere, ponendo il gruppo militare palestinese di fronte a una scelta esistenziale. Il documento delinea un percorso complesso che va oltre il semplice cessate il fuoco, proponendo una visione completa per il futuro di Gaza.
Martedì Trump ha dato ad Hamas un ultimatum di “tre o quattro giorni” per accettare il suo piano di porre fine alla guerra a Gaza “per il loro bene”, altrimenti dovranno affrontare gravi conseguenze.
Il piano pone Hamas di fronte a un dilemma esistenziale. Da un lato, il gruppo è invitato a smantellare completamente le proprie strutture militari e ad accettare l’esclusione da qualsiasi ruolo di governo a Gaza. Dall’altro, alcuni funzionari hanno già dichiarato di considerare le armi come “legittima difesa contro l’occupazione” e hanno affermato l’intenzione di non arrendersi. All’interno di Hamas si registrano divisioni tra l’ala militare, che rifiuta categoricamente il piano, e quella politica, più aperta a negoziare emendamenti. Il capo dell’ala militare, Izz al-Din al-Haddad ha espresso un netto rifiuto, considerando il piano una strategia per distruggere Hamas.
Strutturalmente, la leadership del gruppo è divisa tra funzionari con sede nella Striscia di Gaza e funzionari all’estero, in particolare in Qatar. Hugh Lovatt, ricercatore senior presso l’European Council on Foreign Relations, ha affermato che “in definitiva non si tratta solo di convincere la leadership di Hamas a Doha, ma anche la leadership a Gaza, nonché i membri e i combattenti di Hamas a Gaza”, ha aggiunto. E non solo, Hamas deve riuscire a convincere anche altre fazioni a Gaza e il suo alleato, la Jihad islamica, ha affermato che il piano alimenterà ulteriori aggressioni contro i palestinesi. “In questo modo, Israele sta tentando, tramite gli Stati Uniti, di imporre ciò che non è riuscito a ottenere con la guerra”, ha affermato il gruppo.
Anche per Netanyahu l’accordo presenta rischi politici significativi. Se Hamas rifiutasse, il primo ministro israeliano avrebbe il via libera per continuare le operazioni militari con il pieno sostegno americano. Tuttavia, se Hamas accettasse, Netanyahu potrebbe vedere crollare la sua coalizione di governo, poiché i partiti di destra estrema si oppongono a qualsiasi concessione. Il piano ha ricevuto ampio sostegno internazionale. Otto nazioni arabe e musulmane, tra cui Qatar, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita ed Egitto, hanno espresso apprezzamento per gli sforzi di Trump. Anche leader europei come Emmanuel Macron, Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni hanno appoggiato la proposta.
Non mancano ovviamente le critiche. Amnesty International ha definito il piano “inaccettabile” se non basato sulla fine dell’occupazione illegale e del sistema di apartheid israeliano. Secondo Amnesty, “la fornitura di aiuti umanitari e la fine del genocidio israeliano nella Striscia di Gaza non possono essere subordinate all’accettazione o meno della proposta da parte di Hamas”. Alcuni commentatori criticano la natura “affaristico-immobiliare” del piano e l’affidamento a figure come Trump e l’ex premier britannico Tony Blair della supervisione della ricostruzione.
Quello che è certo è che l’appoggio dei governi europei, ma soprattutto dei paesi arabi, al piano proposto da Trump e Netanyahu per Gaza ripropone una situazione che abbiamo già visto in altre occasioni, i palestinesi sono stati completamente di nuovo abbandonati a se stessi. Al di là del linguaggio volutamente ambiguo, ci sono alcuni elementi fondamentali come il ritiro dell’esercito israeliano dalla Striscia, condizionato dal disarmo di Hamas e il possibile ruolo dell’Autorità nazionale palestinese dopo accertate e radicali riforme, che sono elementi che permettono a Netanyahu di rassicurare i suoi ministri estremisti dicendo che le forze israeliane di fatto resteranno indefinitamente nella striscia e che uno stato palestinese non esisterà mai.
Non si capisce per quale motivo i paesi arabi dovrebbero sostenere un piano che ha una evidente matrice colonialista che coinvolge Tony Blair e non le fazioni politiche rappresentative dei palestinesi. Evidentemente l’obiettivo dei paesi arabi non è assicurare un futuro ai palestinesi, ma è riprendere la normalizzazione dei rapporti con Israele, chiudendo la pagina di Gaza aperta dopo il 7 ottobre e che per due anni ha congelato gli accordi di Abramo. Ma proprio gli accordi di Abramo, che hanno tagliato fuori dalle decisioni geopolitiche sull’intera area mediorientale proprio i palestinesi, sono stati uno dei motivi della crescente tensione prima del 7 ottobre.
La strategia di Trump si basa proprio sull’integrazione dello Stato ebraico nella regione attraverso l’avvicinamento ai paesi arabi, superando come nulla fosse successo la criminale politica israeliana in questi due anni. Questi accordi servono a tutti. Trump ne ha bisogno così come i paesi arabi, perché Israele bombardando capitali in giro per la regione oggi fa paura, destabilizza, quindi per i paesi arabi risulta più conveniente tornare a parlare con Netanyahu, riaprire il dialogo, riavviare gli affari, approfittando anche della futura ricostruzione di Gaza.
La risposta di Hamas nei prossimi giorni sarà cruciale non solo per il destino del gruppo, ma per milioni di palestinesi che attendono la fine di una guerra devastante. Come nota la BBC, “le divisioni interne a Hamas, le pressioni di Egitto, Qatar e Turchia, e il grido di una popolazione esausta convergono in un momento cruciale”. Qualunque esito avrà il piano, rappresenta comunque un tentativo di rompere lo stallo diplomatico che per mesi ha caratterizzato il conflitto, spostando l’attenzione dalla guerra alla potenziale ricostruzione di un territorio che ha “sofferto più che abbastanza”.







